sabato 23 gennaio 2016

Antonio Rossi “Brevis Altera”, Book editore, 2015



Una geografia domestica e industriale, quella di Antonio Rossi in “Brevis Altera”, Book editore, 2015, attraversata da distorsioni temporali, le quali agiscono smaterializzando gli oggetti, anche da un punto di vista semantico. Il senso, almeno, ne risulta alterato, si esce dal conforme, dall'abitudinario. Ciò che è asettico o scontato o degradato nella sua funzionalità diventa estraneo, o meglio, lo diviene in base al fatto che la sua riconoscibilità non  è più immediata. Le "finestre tortuose", il "telaggio da sollecito / urto svelato" se hanno il compito di farci notare tali oggetti, hanno come non riposto fine di mostrarci la sconnessione dei nostri scenari di riferimento. In senso lato, il pericolo denunciato è di abitare un mondo troppo supinamente recepito, mentre il risiedere dovrebbe essere l’oggetto di un progetto. Abitare non è funzione che non includa il concetto di collettività e di storia. Oggetti sotto straniante luce divengono meccanismi in grado di produrre senso, di attivarsi affinché con "vortici opportuni e sparpagliato / soffio lontano sospingano il piombo / ovunque depositato".

In ogni singola poesia troviamo una serie di parole che delineano una immagine precisa, fanno riferimento alla storia. Ma quale tipo di storia e quale meta essa si prefigge? Quasi uno scopo improbo riuscire a dirimere la questione e trarre un responso dai "Pochi disegni sull'acqua / sospesi forse davvero bastano". È, tuttavia, la poesia ad assumersi l’onere della prova: essa, infatti, si contrappone alla storia, aristotelico retaggio, per una capacita più ampia e profonda di far parlare i segni. La portentosa posizione dell’aggettivo che precede quella del sostantivo, ad esempio, contribuisce a scollare il significato dal significante, quasi una leva che sollevi il coperchio, che sveli il meccanismo:

Lama e vertice
quale propensa superficie
con esattezza incidere
o lenire senza che uno strato
danno subisca o sfregio
così che intatto rimanga
nella frequente penombra
forse già  sanno.

E, dunque, niente è innocente: vi è una sorta di sospetto, di dubbio che esala come veleno dalla superficie materica delle cose, oltre che dal linguaggio. Doppiezza di ogni elemento,  tecnologico o semplicemente funzionale, che, secondo il doppio movimento adorniano, solleva una contraddizione ineludibile. Così l'utensile si mostra chiazzato e morbido, in un irrisolvibile paradosso. Le poesie, sapientemente costruite, disegnano una sorta di indovinello, quasi una mitica reminescenza, su ciò che configura l'ambiente umano, ma ora lo sappiamo, esso non è neutrale, sospinge all’azione  o all’apatia che sia. Asserito che il tecnologico, in relazione alla natura  è l'innaturale, anche la natura non è immune dallo scatenare un venefico dubbio:

Fronda di rovere o scalfita
betulla e sempre avida nervatura
di clematide o florida pianta
Infestante da oscuro granello
a insetto divoratore o cospicua
muffa sfuggito potranno forse
aver principio.

Forse, il “disancoraggio”, diviene una risorsa al fine di divellere la continuità per spingere verso la riconquista di un senso maggiormente adeguato, coincidente con il  proprio ritrovarsi. In ogni caso è la mossa da cui partire per rompere la scena illusoria che incatena in uno stato acritico.

Dove una linea sconfini
forse da una fune impigliata
o colore fuori tempo
si saprà; e se la meta
era quel procedere in sospensione
presto surrogato da inezia
o distrazione può darsi
ciò sia imputabile
a una smarrita fattezza
nel pulviscolo ammutolita.

La relazione oscillante e irrisolvibile tra scopo e meta delinea una scenografia pulviscolare, degradata o almeno non  a fuoco. Un  reticolo di specchi, la presenza di qualcosa da decifrare, il dialogo tra originario e culturale costringe Rossi a utilizzare il pensiero come strumento a cui ancorarsi: “e di ogni fessura o pensiero / fai tuo presidio”, dove proprio il disancoraggio è da superare. Il poeta svizzero, in un incanto fissato in un istante, compone il gesto-limite per eccellenza, il quale mettendo a nudo, maschera ciò che svela.  Numerose divengono le assonanze con l’Antica Grecia:  dallo specchio, all’enigma, in una scenografia in cui la visibilità ha un ruolo centrale. Riflessione ed enigma sono le facce di una medesima medaglia, ove se l’oggetto ha la caratteristica di sfuggire alla presa, anche il soggetto sfugge, o meglio, inserisce la sua invisibile presenza nella visibilità del guardato da se stesso.

Il disancoraggio, dicevamo, produce enigmi, recidendo il senso dal significante, quando si tratti di parola, o la funzione dall'oggetto, oppure provoca una sorta di paralisi: non si sa come collocare o come servirsi delle cose: "un oblò spaiato un mocassino", "su un innocuo traliccio una concisa luminarie. Una “misurata presa", d'altronde, offre la natura: rispetto a essa, il soggetto non riesce né a costruire un proprio ruolo né a sentirsi parte integrante. La descrizione coinvolge il soggetto in quanto percettore; impossibile per lui tirarsi fuori: invischiato dai suoni, dagli odori, riconosce ai degradati ambienti industriali ancora valore di scenario, quasi per un’incoercibile capacità di potere costruire, persino nei più refrattari luoghi, una porzione di intimità. La natura, rappresentata da ben miseri steli, non demorde, resta simbolo di un rapporto necessario, anche se momentaneamente disarticolato. Di una pianta si può ignorare il nome scientifico, ma non la fondamentale relazione. Lasciamo ad Antonio Rossi l’ultima parola su che cosa si possa trarre dai suddetti elementi, indicando al contempo il movente della scrittura, che è sicuramente una ricerca, un invito a una nuova costruzione:

Senza ostacolo si giunge
fuori mano per scoprire
lamine  desuete o un refe
strappato e oltre tenue
discesa ornamenti e fogliame
da maltempo trascinati
nel sottinteso luogo dove
indugio non è pensato.


                                                                                    Rosa Pierno

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