Le opere di Paolo Tesi, attualmente in mostra presso la Fondazione POMA di Pescia, sono visitabili fino al 24 maggio 2026 e per l’occasione voglio affrontare uno dei temi indeponibili dell’artista: gli insetti. La sua ossessione per gli insetti, infatti, delinea un percorso diretto per conoscere se stesso, la sua umanità. È un legame che si snoda attraverso il dialogo tra pelle e cheratina, ossia è un rapporto che si dipana a partire da un’opposizione piena. E che si tratti di uno scontro, lo si comprende dalla medesima scala con la quale Tesi attua il confronto tra insetto e corpo umano. Il primo è ora in grado di fronteggiare il corpo dell’artista. Esso è dotato di uncini, estensioni retetrattili; ha molteplici articolazioni; può, come una macchina da guerra, aprire le sue estremità mostrando la sua polimorfa artiglieria. Che sia un coleottero, un dittero o un parassita, condivide i medesimi spazi in cui si svolge l’esistenza umana. Ben lo si percepisce osservando Tante facce rosse (2015), esposto nella mostra Insekten Homines, presso la galleria Gutekunst a Reutlingen nel 2015, e presente nell’omonimo catalogo. Tutte le opere descritte nel presente testo sono realizzate con inchiostri ecoline su manifesti murali. Le teste umane sono percorse, intrappolate, gestite dal lavorìo degli insetti che le avvolgono. Addirittura, catturano l’uomo nero, lo stecchiscono, dunque, lo sopraffanno. La sfrenata fantasia di Tesi immagina un Insetto motocicletta (2014) ruggente, aggressivo e motorizzato, ottenendo una sintesi straordinaria tra organico e inorganico: un vero e proprio incubo pop. La raffinatissima intersezione di spazi franti come specchi aumenta la sensazione di aguzzo, stridente, spaventoso che emana dalle antenne, dalla peluria, dai rostri uncinati degli entomi. I vividi gialli, i roventi rossi restituiscono anche il calore che si sprigiona dalla rutilante macchina che sembra avventarsi contro lo spettatore. Conferma la spaventosa relazione in cui si può incorrere nell’incontro con un insetto, il dipinto Doppio ritratto (2015), nel quale un artropode, più lungo dell’uomo, lo ricopre e gli mangia gli organi interni. Si potrebbe affermare che l’insetto rappresenti le paure umane. Appartengono entrambi alla natura, ma in forme che sembrano opporsi, l’uomo indifeso, coperto solo dalla pelle, e l’insetto corazzato e dotato di pungiglioni e chele. Tuttavia, non può essere così monosemantico tale rapporto. Archetipi (2015) ci svela che la distanza tra insetto ed essere umano è ridotta dalla capacità metamorfica di quest’ultimo, il quale del tutto simbioticamente forgia per se stesso i medesimi strumenti difensivi; è in grado di imparare e di mettere in atto sistemi difensivi e di attacco. Insomma, svela la propria natura metamorfica sia in senso lato sia concretamente. Cosicché, tra i corpi sinuosi e le code sferzanti degli insetti si notano esseri umani con antenne e uncini. Pertanto, il corredo di metamorfosi per cui un insetto può sfoderare un arsenale (in Mutazioni I, 2015) costituisce certamente il vero contendere. Quanto è distante l’essere umano dall’insetto? Paolo Tesi avvicina il suo sguardo, ne affronta con coraggio le superfici scabrose, che la sua pittura non perita di registrare, e restituisce un disgusto misto a curiosità conoscitiva. Familiarizza; immagina un mondo di sole ali trasparenti, di zampe pelose che si slanciano come rami fogliuti dai movimenti repentini e scattanti; ricopre solo parzialmente la superficie dei manifesti murali, da cui si leggono frasi pubblicitarie, affinché il linguaggio faccia da sponda a un mondo altrimenti raccapricciante, e invita a seguirlo. Lo sfondo viola, acquatico poiché conserva il movimento ondoso del pigmento durante l’essiccazione, quasi funge da oasi di riposo, da materia in cui sprofondare: per il riguardante è, invero, il doppio che si posiziona a ogni livello percettivo, prima che interpretativo. Al di sopra degli insetti, in primo piano, vi è una rete di zampe, oramai filamenti rossi che appaiono come un sistema circolatorio venoso, a completare la disamina effettuata dall’artista toscano. Ma riuscirà Paolo Tesi a superare il turbamento, ad abituarsi a una realtà che appare quasi da altra dimensione, ossia a una coesistenza forzata e inconcepibile, oppure il ribrezzo riprenderà da lì a poco l’abbrivio? Ecco, allora, Congiunzioni (2015) e Il grande insetto minaccia il mondo degli uomini (2015). In entrambi, un grande insetto nero copre l’uomo e lo annichilisce. Ne ha ragione. Visione immediatamente ribaltata dal dipinto Paolo nero (2014) nel quale è l’artista ad avere assunto il ruolo del nero insetto, con una inevitabile espressione malefica, trionfando sulle varietà insettivore che sormonta. È una vittoria a tutti gli effetti, dichiarata dal colore azzurro del fondo, liquido amniotico che richiama la gestazione, ma anche la libertà di movimento e la sconfitta della forza di gravità. La carta strappata dai muri, che con il suo spessore comunica la profondità determinata dagli strati incollati, si colora di altezze diverse, si avvale di pieghe e rigonfiamenti. È viva materia: solo essa può raccontare e reggere il soggetto da rappresentare. Si tratta di conquiste, perdite e recuperi, parziali e temporali: acquisizioni psicologiche che sono sempre sul punto di divenire una presumibile perdita. Forse, questo, potremmo dire, è il vero punto di giunzione tra insetto ed essere umano.
A consuntivo, una simile coraggiosa indagine non annette solo territori conoscitivi normalmente rifuggiti, ma produce un accostamento, una migliore capacità di comprensione e accettazione. Insettaccio (2012) dimostra oramai l’inserimento a pieno diritto dell’insetto fra gli adorati cavalli e la presenza umana. I colori stridenti segnalano le diversità: i cavalli hanno il medesimo colore delle teste umane e si librano in uno splendido azzurro, mentre l’insetto è dipinto con un rosso mattone, oppressivo e fosco. Ma il dipinto Hermes soccombe all’insetto (2015) testimonia di un insetto magnificato nelle sue straordinarie fattezze. Una luce riverbera sulla trasparenza delle sue vitree ali e del suo corpo, facendone ammirare la struttura architettonica attraverso le coriacee travature reticolari, mentre l’essere umano ivi rappresentato, quasi un Icaro che precipiti nella notte buia, riconduce a Jazz di Matisse: è come il più fulgido atto d’amore che si possa tributare a entrambi gli organismi.
Una serie di metamorfosi si susseguono sulle pareti della mostra, quasi un abaco delle possibilità. Certamente il pensiero va a Kafka, ma qui è piuttosto la ricerca di una vera e propria integrazione fra i due corpi. Azione non perseguibile, ma anche tributaria di una effervescente fantasia, come quella che ottiene da membra esamini un Frankenstein capace di solcare le strade. Paolo Tesi, onnivoro lettore, non slega mai le sue immagini dalla letteratura, restituendo una complessità simbolica che integra e arricchisce alcuni quesiti posti dalla letteratura. Credo sia uno dei tentativi più brillanti e sorprendenti mai visti compiersi sulla carta. Diversamente da Leonardo, che cercava analogie tra trecce di capelli e moti turbinosi dell’acqua, Paolo Tesi ambisce a non lasciare le cose come sono, ma ad immaginare mille altre possibilità combinatorie. L’uomo-insetto si arricchisce, in tal modo, di un ricchissimo ventaglio di non improbabili forme.
Rosa Pierno







