domenica 22 luglio 2018

Biennale del libro d’artista ad Areapangeart 2018, Camorino



La grafica e il libro d’artista in unica copia in in tiratura limitata, fino al 29 luglio



Perché l’idea di realizzare una biennale del libro d’artista presso areapangeart?
Il motivo preminente è che il centro culturale è da sempre anche fucina di libri d’artista. Nella sua produzione artistica, Loredana Müller ritiene il libro d’artista un’operazione necessaria alla sua espressività, soprattutto perché, per le sue particolari caratteristiche, il libro d’artista si accampa fra due specificità artistiche mettendole in relazione e si sa quanto Loredana sia interessata al dialogo tra discipline diverse (si pensi anche al ruolo sempre presente che ha la musica in areapangeart). 

Un interesse verso discipline diverse, che non si tramuta mai in omogeneizzazione o in appiattimento delle stesse, ma, anzi, ha anzi l’obiettivo di trarre dal loro dialogo il confine insuperabile delle rispettive specificità, in particolare di quella radicale eterogeneità tra visivo e verbale che non può essere ignorata, ma deve essere esplorata, al fine di esplicitarne il paradosso. La parola ad esempio si confronta con la visione, ma non potrà mai descrivere o spiegare l’immagine in maniera esaustuva. Il muro invalicabile, esistente nei due sensi, lo ritroviamo anche estendendo la relazione alla musica, presente nei tre week-end all’interno della programmazione della Biennale, grazie a  Roberto Mandozzi, Heribert A. R, Moellinger e Catia Oliva.

L’immagine, il testo poetico sono forme autonome. Ciò che si realizza in tali forme non ha esistenza se non in quella forma. Tale paradosso, quello dato dal loro accostamento in un libro d’artista, non è un problema da risolvere, ma un dato della questione sul quale sostare, riflettere, facendone scaturire nuovi assalti, dinamiche, nuove opere in una sola parola.

Il libro d’artista è un'area equilibrata, medium ideale e condiviso terreno per entrambe le categorie di autori: i poeti e gli artisti. È un luogo dove nessuno sembra ospite dell’altro. In questo luogo, in cui la parola e l’immagine si fronteggiano, pure, la relazione che si istituisce è ancora esclusivamente visiva: anche il testo diviene figura: prima di essere letto, viene guardato. L’immagine, per la vicinanza del testo, dice se stessa, ma anche qualcos'altro, quello che si decifrerà del testo da leggere inevitabilmente ricadrà su di essa. E con tutto ciò non cambieranno gli equilibri delle due forme espressive. Ciascuna insostituibile proprio per la sua specificità. Si dovrà leggere il testo, indagare l'immagine e ricominciare. L'occhio compirà un continuo viaggio tra testo e figura. 

L’interesse costante per questa relazione, spesso problematica fra immagine e linguaggio, ha consentito, grazie alla generosità che contraddistingue il lavoro di Loredana, anche un’ammirata valutazione di altri centri di produzione del libro d’artista  e di singoli artisti che se ne sono occupati, e non solo in Ticino, ma anche in Italia.

Da sempre, Josef Weiss, più che editore, egli stesso artista formidabile, collabora con i più importanti artisti al mondo, fra i quali, e citiamo solo gli artisti di cui potrete osservare i libri editi da Weiss in mostra: Massimo Cavalli, Elisabetta Diamanti, Paola Fonticoli, Dina Moretti, Loredana Müller, Francine Mury, Giulia Napoleone, Gianni Paris. E proprio di Gianni Paris sono esposte opere straordinarie, nate da una singolare comunanza di intenti creatasi tra Weiss e Paris. Entrambi hanno costruito una biblioteca a dir poco pantagruelica e che noi con medesimo desiderio vorremmo possedere.

E ancora a proposito degli artisti presenti in sala, vogliamo parlare di tre ospiti: Paolo Di Capua, Alfonso Filieri e Paolo Pelliccia, i quali presentano tre diversi modi di pensare il libro d’artista: Paolo Di Capua, artista romano, realizzando due libri letteralmente scavati nel legno, in accordo con la sua produzione scultorea, come se dal legno potesse trarre forma e parola, come se da ogni albero potesse essere estratto il libro della natura. Alfonso Filieri, artista romano, il quale ha creato l’Archivio orolontano, che vanta una raccolta trentennale di libri d’artista nata da collaborazioni internazionali, presenta alcuni suoi libri che nascono dal rapporto diretto con una carta che presenta consistenti residui vegetali e che con un trattamento segreto a cera e la sovrapposizione di carte veline e fili d’oro nulla ha da invidiare al più impalpabile dei ceselli. Paolo Pelliccia, viterbese, è l’artista che più si avvicina a un rapporto rischioso con la parola, inglobandola fino a farne l’essenza della sua figurazione. Vi si vede appunto l’alfabeto, ma reso immagine, figura. 

In ogni caso, siamo in presenza di artisti che lavorano in maniera raffinatissima, istituendo un rapporto personalissimo e sempre originale con lo strumento libro, in questo affiancati con entusiasmo da una foltissima schiera di poeti, i quali sono sempre pronti a lasciarsi meravigliare dall’apertura di senso che le loro poesie acquistano quando siano accostate a immagini altrettanto meravigliose ed eleganti. Questo perché la vicinanza con l’immagine rende il testo un nuovo segno, più complesso, trovando una diversa ridefinizione. Le parole scritte in questo modo, coadiuvate dall’immagine, liberano l’esperienza dalle strettoie dell’immediatezza della sola lettura, proiettandola in uno spazio nuovo e generando l’insorgere di altre significazioni.

Vogliamo ricordare i poeti in mostra, protagonisti, dunque, assieme agli artisti, perché questi libri nascono tutti da una suggestione nata appunto dal desiderio di dar vita a un libro d’artista, e non è dovuta al semplice accostamento di due realtà separate. I poeti sono: Roberto Bernasconi, Ada Donati, Gilberto Isella, Pietro Montorfani, Alberto Nessi, Rosa Pierno, Fabio Pusterla, Antonio Rossi, Maria Rosaria Valentini, Marco Vitale.

La biennale del libro d’artista in copia unica o in tiratura limitata vi accoglie con un tesoro di opere che chiede dunque di non essere letto e guardato con un solo impossibile, mitico, sguardo.








mercoledì 11 luglio 2018

I “Ri/Tratti” di Bruno Aller





"Ri/tratto di Das Lied von der Erde di G.Mahler" disegno su carta, pastelli e grafite, formato cm38x42, anno 2012, opera esposta a Montefalco al polo museale di S. Francesco, fino al 7 settembre 2018, alla mostra collettiva "Passione e Razionalità" ideata e curata dal poeta artista Pino Bonanno.


Nella serie di “Ri/Tratti” realizzati da Bruno Alller con tecnica mista (acrilici, pastelli, grafite) su tela o su carta, i nomi che compaiono nei titoli sono Catullo, Saffo, Rosselli, Montale, Vivaldi, Brecht, Apollinaire, Villa, Marinetti, Majakovskij, Pignotti, Sanguineti e naturalmente delineano il raggio di influenza con cui l’artista romano ha inteso tracciare il suo orizzonte culturale. E che siano ‘ritratti’ a pieno titolo, intendendo, al di là del naturale gioco di parole, la volontà di realizzare effettivamente una corrispondenza simbolica tra lettere, colori, tratteggi e la persona è dato non solo da uno degli alvei formativi di Aller, quella lezione kandiskieiana che tenta di istituire un legame diretto tra colori ed emozioni, ma soprattutto da un gioco ben più perfido e sottile, sempre in agguato e sempre da utilizzare o da divellere quando sia troppo scontato: l’analogia.

Sulle tavole in cui susseguono raffinate campiture, spesso tenui stesure di pastello sormontate da vellutati tratteggi di grafite, i quali scuriscono ciò che di troppo vivido e luminoso si dispiega dai pigmenti, oppure strati ripetuti di grafite che modulano i passaggi di luce radente sul piano, fingendo, in tal modo, scanalature e rialzi inesistenti, ovuli che si estroflettono o asole che mostrano la tensione delle forze che le forme determinano,  o, ancora, scheggiati dalla presenza di lettere a sbalzo, piani che si sollevano aerei, polverizzati dallo scolorirsi dei piani sottostanti, al modo di quei colori trasparenti che dovrebbero appartenere al vetro: ecco solo una parte delle componenti che realizzano il ritratto. 

Ci corre allora l’obbligo di ritornare a quella parola che avevamo lasciato galleggiare alla deriva, appena dopo averla messa in circolo nel testo: analogia. Quando osserviamo il “Ri/Tratto di Dante” (acrilici, ossidi, olio, pastelli e grafite su tela, 2008) riconosciamo nel susseguirsi di quinte formate dalle lettere del nome, il piano immanente dell’inferno e quello trascendente del paradiso attraverso la cesellata lavorazione dei pigmenti  blu, neri e verdi fino all’aprirsi di un albeggiante chiarore stemperato da proiezioni dorate. Ecco in atto l’analogia, la quale, lì dove non vi è alcuna evidenza che il ritratto realizzato sia di fatto quello che corrisponde univocamente alla personale ricezione dell’apporto culturale di cui il nome è testimonianza, quel Dante a cui Bruno Aller vuole riconoscere un tributo, interviene, appunto, salvando capra e cavoli. E interviene per sospendere la paradossalità dell’assunto, giacché il nome non è la persona e i segni, i pigmenti sul supporto nemmeno. E non lo sarebbero nemmeno se ci fosse una rassomiglianza tra ritratto e volto, in generale.

L’operazione analogica è una componente sulla quale Aller ha basato il suo tentativo di  eludere l’azione impossibile, presentando una raffigurazione che travalica la figura. Ha costruito un ritratto inseguendo i valori pittorici relativi all’estrazione: figure geometriche, piani, colori, travalicando i volti analitici di Klee, costruiti con ovali e linee, in cui ancora una figuratività essudata trasaliva sulla tela. A dispetto dell’impianto costruttivo di Aller - piani, diagonali, regole di costruzione ricavate da quelle dell’alfabeto - emerge che la logica che presiede ai suoi Ri/Tratti è di tipo paradossale, ha con la razionalità una somiglianza di famiglia, ma non è certo omogenea ad essa. In questo risiede, a nostro avviso, il cuore straniante dell’intenzione pittorica dell’artista romano.

Se l’analogia è insostituibile perché funziona, il dubbio che l’operazione sia congrua, resta intatto. Tuttavia, tale meccanismo di comparazione serve per ottenere lo spostamento desiderato, la trasformazione agognata. Le opere di Bruno Aller si dispongono come necessarie, seguono uno sviluppo costruttivo ineccepibile, agganciano la percezione con la malia dei trapassi cromatici e con la mobilità dei piani di acciaio di cui si avverte lo scatto: il meccanismo semantico funziona anche se le lettere non formano mai una parola. L’analogia, si sa, come l’arte, è in grado di non abbandonare mai il proprio rapporto con il reale.


                                                                                    Rosa Pierno