domenica 10 dicembre 2017

“Impero” di Bruno Di Pietro, Œdipus, 2017




Sebbene intento di Bruno Di Pietro sia quello di attuare un confronto tra Impero Romano e società contemporanea al fine di trarne alcune considerazioni che dovrebbero aiutarci nella costruzione di quell’Europa per il tramite di una costituzione europea che la renda un soggetto unico, pure sono altre le cose che ci preme mettere in luce. A maggior ragione, considerando che la silloge - pur tessuta con l’intervento di diverse personae, imperatori, cittadini, militari, in cui ciascun individuo è visto sul fondale  contraddittorio e contraddicente degli eventi storici - evidenzia anche altre piani, i quali concorrono a inficiare, o perlomeno a complicare, il dichiarato assunto autoriale. 

Proprio sul potere si apre il baratro a mala pena paludato nelle pagine di “Impero” di Bruno Di Pietro: esso è una fiera dalle cento teste, rispetto al quale le forme istituzionali non sono che strumenti di gestione ineludibili, necessari e tuttavia non sufficienti. Il potere è qualcosa che si costruisce anche col linguaggio e il poeta appunta la sua ricerca sulle formule linguistiche con le quali esso si descrive. Seguiamo il sogno dell’impero di Augusto oltre il quale “non vi saranno che flutti e scogli”, desiderio illimitato che si sostanzia con le metafore del limitato a cui si contrappone. Tanto più il potere si vuole  grande e senza confronti e tanto più deve fare i conti con innumerevoli risorse contingentate, quali quelle del governo di una città alle prese con i suoi concreti problemi: dalla mancanza d’igiene alla disorganizzazione, dal sistema sanitario agli interessi personali. Tutto sembra marciare nell’apposta direzione dell’ideale, dove appunto veleggiano i principi dell’ordine statale.

Con una profusione di versi liberi, di endecasillabi,  e settenari e ottonari affiancati a due a due,  Di Pietro costruisce le sue arringhe, discorsi, memorie espressi da personaggi coinvolti a vario titolo nel progetto dell’Impero. E ancora a versi di misura tradizionale affida il commento ironico,  il quale scorre via veloce poiché vi si s’incastonano rime facili, vero e proprio segnale della presenza autoriale, la quale denuncia comunque la vacuità dell’avvicinamento tra astrazione e realtà. Spesso le poesie terminano con una voce fuori scena, coro a tutti gli effetti, in cui il passato viene letto alla luce degli eventi futuri. Tuttavia, anche qui rileviamo che la funzione del coro, viene svuotata dall’interno per il fatto che i personaggi storici mostrano di essere già consapevoli della situazione e delle conseguenze dei loro atti, eppure hanno continuato ad agire come volevano, come potevano. Vedere in anticipo la sciagura non aiuta a evitarla. Ecco l’amara verità che Di Pietro non lesina di consegnarci e, per questo, la vena malinconica a volte emerge, assieme a quella, ma non assume mai il valore di un’assunzione pessimistica: nel computo della storia il negativo trova una sponda proprio grazie alla spinta propulsiva offerta dall’ideale.

L’estraneità e la non appartenenza campeggiano sulle pagine di “Impero”, poiché il pensiero lo pretende. A maggior ragione il pensiero sulla storia, sulle possibilità effettive di poter incidere pur avendo consapevolezza dello scacco costante: dialogo tra entità inconciliabili (potere, individuo, società) da cui però trarre piccoli avanzamenti. Anche il dialogo tra individuo e massa sembra condividere il medesimo assetto inconciliabile. È l’idea stessa dell’impero a far salire sul palco, il “niente”. È come se proprio ciò che dovesse durare in eterno risvegliasse l’indefinitezza e, in fondo, l’insensatezza dello scorrere del tempo. Ogni legge o persona, imperatore o Impero, può essere letto, compreso solo sullo sfondo della quotidianità. Esclusivamente l’assolutizzazione può rendere pericolosi i concetti e falsi. D’altronde, lo stesso intrecciarsi delle diverse voci e dei registri poetici crea un tessuto rado ove quella che traspare è proprio l’inconsistenza del potere, se mai il potere si dichiari potente ed efficace al di sopra di qualsiasi cosa: un singolo, pure accade, può opporvisi.

Un assedio, quello condotto da Bruno Di Pietro, non privo di note giocose legate al racconto popolare, che se mette alla berlina il potere non lo fa da una posizione moralistica, ma dall’interno, scarnificandone lo scheletro, mostrando che il re è nudo, e lo dichiara su uno sgangherato palco nella piazza  del mercato con un ritmo in finale da chiusa favolistica.
Caligola, Nerone, Augusto, i quali hanno avuto nelle loro mani pieno potere, non hanno ottenuto quanto volevano nella lettura del poeta. C’è sempre uno scarto, un resto irriducibile, una solitudine costante, e forse, a tratti almeno, risultano più soddisfacenti le esistenze di personaggi più comuni.
Il potere non è che una collisione tra istanze diverse e spesso opposte, a cui persino i potenti debbono piegarsi. Affermazione poco consolatoria, invero, ma Bruno Di Pietro riesce  a fornirci una restituzione che non abbandona mai la complessità  in favore di  letture lineari, né di quelle che invitano all’accettazione dello status quo.

                                                                               Rosa Pierno 



II.    Il sogno di Augusto

Tante quante sono le lucciole al loro tempo
sorgeranno città magnifiche sulla terra e sulla costa
piene di fontane, templi, manifatture e ginnasi.

Le strade progettate condurranno ricchezze 
              la posta viaggerà alla stessa velocità degli scambi.
I mari solcati da navi cariche di mercanzie
stoffe di Babilonia,  spezie di oriente,  grano d’Egitto.

Nelle province finiranno i contrasti tribali
le perenni liti parentali.

Le campagne sicure saranno deliziosi giardini:
e il fumo avrà il profumo del pane cotto sulla legna.

Tutto il mondo sembrerà uno solo principio e fine
così tutto sarà ordinatamente al suo posto.
Conquisteremo tutto o saremo perduti.

Deperite le istituzioni di una Repubblica morente
Roma governerà l’intero continente
Dal Baltico all’Egeo.

Lo chiameranno Impero
                                        questo ordine austero.
Ma oltre di noi non vi saranno che flutti e scogli.

Dove solo le aquile
dove solo le mie aquile
                                    potranno.



XXVIII.   Nerva 

Fin quando la forza non prevarrà sul diritto
sarà solo il Senato a farsi inquisitore
di un senatore accusato di lesa maestà.

Io Nerva questa vorrei fosse norma perenne
per moderare forza e tirannia
( per quanto oggi la maestà sia mia).

La modestia si accompagna alla autorità del Senato
ora che il principato sembra essere un’idea del passato.

Vespasiano aveva ragione:
quale filiazione,  quale adozione, quale legione
 l’Impero necessita di una Costituzione.



XLIV. “L’Impero deve diventare adulto” 

L’Impero deve diventare adulto:
è un insulto all’intelligenza (e alle casse dello Stato)
la guerra di aggressione e di conquista
di inutili e indifendibili territori.
C’è troppa resistenza fra i senatori
che con la guerra ci fanno affari:
cambierà la tendenza solo una sana immissione
di uomini delle province nel Senato:
questa infantile ideologia del confine
resterà infine un’idea del passato.
Così il Vallo resterà il confine permanente
fra la Britannia e il resto del continente.






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giovedì 30 novembre 2017

Intervista a Marco Furia per il suo ultimo libro “Tratteggi” Anterem edizioni, 2017




Rosa Pierno intervista Marco Furia su “Tratteggi”, Anterem Edizioni, 2017

Con “Tratteggi”, Anterem edizioni, 2017, ritorni alle forme brevi della tradizione italiana, come indicato anche in esergo attraverso una citazione da Italo Calvino: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” (da “Lezioni americane”), ma noi diremmo anche che è quasi un ritornare alle origini del tuo percorso letterario, in cui adoperavi brevi lasse.

Sì, d’accordo.
Dopo certe esperienze giovanili, ho pubblicato su “Tam Tam” alcune poesie e, per le edizioni curate da Adriano Spatola, due volumetti: ho poi proseguito con la rivista “Anterem”, di cui sono redattore ormai da molti anni, dando alle stampe svariati testi con la cura editoriale di Flavio Ermini.
Qualcuno ha parlato, riferendosi ai miei lavori, di prose poetiche: prose che, per così dire, si sono a un certo punto trasformate in versi.
Correttamente, perciò, parli, a proposito di “Tratteggi”, di un ritorno a un certo tipo di forme.

Hai al tuo attivo anche un ricco e costante percorso di relazione con l’arte in quanto ecfrasi. Ce ne parli?

Nutro per l’arte un vivo interesse: con “La parola dell’occhio” e “Iconici linguaggi” ho proposto mie letture di celebri dipinti.
Ritengo che le espressioni artistiche, in genere, siano linguaggi originali e, perciò, specifiche forme di vita: il mio atteggiamento critico è teso a far emergere elementi idiomatico-esistenziali nelle opere di poeti, scrittori, pittori, eccetera.
Io stesso realizzo immagini fotografiche astratte che sono state inserite in mostre e pubblicate sulla rivista giapponese “δ”, diretta da Shin Tanabe.

Le attuali tue prose sono radicalmente diverse dalle tue poesie, non, ovviamente, solo per la forma, ma soprattutto per i temi, il tono, il tipo di ricerca che persegui.

Le differenze di cui parli balzano agli occhi: eppure le due forme, nella loro manifesta diversità, hanno in comune un identico sguardo rivolto verso l’esterno.
Del resto, credo proprio che la distinzione tra generi letterari, intesa in senso rigido, abbia fatto il suo tempo.

Nell’ambito della prosa la tua scrittura è molto più ferma e distante dall’oggetto di quanto non lo fosse la prosa di Ponge, che si dipartiva dalla descrizione per approdare a una moltitudine di dettagli

Ponge è un autore che mi è molto caro e che ho tenuto (e tengo) ben presente: a proposito dei miei scritti, qualcuno ha citato, con ragione, anche l’école du regard.
È da notare come sia presente, proprio in “Tratteggi”, un’ironia proposta secondo cadenze intimamente necessarie allo sviluppo del testo.
Quanto al dettaglio, per me il particolare è punto di partenza: le mie minute descrizioni intendono mostrare al lettore parte di ciò che compone l’immenso collage dello stare al mondo.

La profusione di punti interrogativi dice anche di un soggetto dubbioso sulle proprie capacità percettive, fisiche, logiche. Forse, attraverso l’enumerazione degli atti, cerca un proprio fondamento?

Il dubbio, se è tale, deve presupporre, almeno in astratto, una soluzione: il vero enigma invece, secondo me, va compreso e accettato.
I miei punti interrogativi esprimono la presenza d’incertezze, ma intendono anche rimandare a un enigmatico quid di cui si può soltanto prendere atto.
Quanto al presunto “fondamento”, preferisco pensare a forme d’umana comunicazione insite nel loro stesso modo di manifestarsi.

Hai già  altri progetti nel cassetto?
Continuo le attività di scrittura e di creazione d’immagini di cui ho parlato: per quel che riguarda specifici progetti, invito il lettore a seguire il mio lavoro.



Brani estratti da “Tratteggi”
A saltellante passerotto, avvicinatosi alle gambe di tondo tavolino, furono offerti alcuni pezzetti di pane abbrustolito: un grosso frammento, trattenuto nel becco, venne trasportato altrove, al sicuro.
Nonostante cortese cameriere avesse attirato lo sguardo di generoso cliente su un cartello recante la scritta “Si prega di non distribuire cibo ai volatili”, il simpatico uccelletto, subito ritornato, ricevette altre briciole.
Intento ad agitare bombato shaker, vigile barman, al quale non sfuggì simile (furtiva) trasgressione, fece finta di nulla.



Acquisto d’indispensabile macchina avvenne presso esercizio commerciale specializzato nella vendita di congegni elettronici: ingombrante scatolone, il cui peso, fortunatamente, non era eccessivo, fu trasportato, con l’aiuto di piccola maniglia, fino a (non vicina) fermata di pubblici automezzi.
Salito su affollato autobus, sceso dal medesimo circa venti minuti dopo, percorse tortuosa viuzza in ripida salita: superata marmorea soglia di alto portone, aperto l’uscio di casa, appoggiò sul pavimento d’accogliente atrio la grossa scatola e, senza indugio, estrasse il contenuto.
Occorreva, ora, effettuati i necessari collegamenti (e inseriti nelle proprie sedi due minuscoli contenitori colmi d’inchiostro), apprendere le modalità d’uso dell’apparecchio: consultò, a tale scopo, il prontuario la cui “icona” era apparsa sul rettangolare schermo del personal computer.
Lette attentamente numerose, complesse, avvertenze (riguardanti, per lo più, opzioni che non suscitarono il suo interesse), riuscì, dopo alcuni vani tentativi, a eseguire una “stampa” e, non senza incontrare ulteriori difficoltà, una “copia”.
Quanto allo “scanner”, impararne l’articolato utilizzo – se ne rese subito conto – avrebbe richiesto un impegno ancora maggiore.



Inaspettato incontro avvenne sulla soglia di rinomato ristorante: i saluti furono reciproci e calorosi.
Poiché ciascuno era diretto al proprio (non deserto) tavolo, a poche parole di circostanza seguirono espressioni di commiato.
Commiato definitivo, per quella serata?
No: uno dei due, prima di uscire, non mancò di raggiungere l’altro e d’intrattenersi un poco con lui.



Poiché, in mancanza dell’indicazione di uno sconosciuto “numero identificativo”, inflessibile impiegato dell’ufficio postale rifiutò di ricevere (obbligatorio) modulo di pagamento, distinto individuo si servì di sottile smartphone per entrare in contatto con sollecito funzionario dell’ente creditore.
Ottenuta piena conferma del fatto che soltanto l’amministrazione postale poteva essere a conoscenza di tale dato, atteso il proprio turno, riportò con precisione quanto riferitogli: mostrando fastidio, l’impiegato ribadì che in nessuna maniera sarebbe stato possibile accettare quel pagamento in assenza del prescritto numero.
Il problema appariva privo di soluzione.
Buona sorte volle che altro (solerte) dipendente intervenisse e, composta articolata sequenza a mezzo elettronica tastiera, conducesse a felice termine l’operazione.
Quel certo numero non era, dunque, indispensabile? O, forse, era automaticamente apparso sullo schermo del computer a seguito di corretta manovra?
Consegnate tre banconote e ricevute alcune monete in qualità di resto, ringraziato e salutato salvifico addetto, distinto individuo abbandonò, con veloce passo, affollato ufficio postale.



Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato.



Raggiunto, a passo sostenuto, rettangolare cartello indicante la fermata di urbano autobus n. 80, civico orologio, appeso allo spigolo di storico edificio, avvertendolo del ritardo accumulato, poiché elettronico quadrante non forniva, come avrebbe dovuto, alcuna informazione sul tempo di attesa, si avviò a piedi.
Mentre stava percorrendo, trafelato, un ripido tratto in salita, (veloce) pubblico automezzo n. 80 lo superò.

                                                                      Marco Furia




    

martedì 21 novembre 2017

Tre poesie inedite di Fabio Poggi (finaliste al Gozzano 2017)




Dire che la matematica abbia a che fare con la percezione non è equivalente all’affermazione che essa sia bella. La bellezza della matematica è un concetto puntuale, contestuale, relativo solo ad alcuni aspetti: l’equilibrio, la simmetria, ma non equivalente, appunto, al concetto complesso di bellezza che vige in arte. Ora, però, che Fabio Poggi, nelle sue tre poesie inedite, vada a effettuare le sue ricerche di laboratorio nell’ambito dei perfetti è atto che significa voler misurare la distanza esistente tra concezione astratta e percezione, ove quest’ultima, seppur condivida l’area concettuale nei suoi costrutti, non ha però ancora perso la sua valenza sensoriale.

Una poesia tutta costruita sull’oscillazione esperibile tra dato noto,  chiuso,  e soggetto che riceve, elabora e restituisce una conclusione diversa. Che il suo moto dialogico, “non in presenza”, tutto mentale, sia frutto del ricordo, di un intervento sistematizzante tra i dati spuri dell’esistenza, ove un adulto, nel caso della prima poesia, ricostruisce l’esperienza inespressa di un bambino, ci prepara a comprendere, attraverso, ad esempio,  l’associazione dell’aggettivo “tondo” al sostantivo “zero”, oppure alla presenza di inaspettati suoni quando si pensi ai numeri, la non corrispondenza tra ciò che dovremmo imparare e ciò che esperiamo, ci conduce proprio, dunque, sulla soglia della complessità.

Ribaltata sul versante della scrittura, nella seconda poesia, allo stesso modo, la razionalità presunta dei critici o dei chimici che siano, ci consegna l’eccesso incollocabile: “l’imprevisto, / e l’oscuro, / il malposto”. Ove un giudizio, di fatto, non può riassumere la polisemia linguistica.

E, forse, lo scarto maggiore, se parrebbe risiedere nel solco che separa i vivi dai morti, consegnatoci dalla terza poesia, ci sembra essere addirittura minore per la sobria eleganza, la semplice limpidezza che Fabio Poggi sa trasferire - ancora una volta in un dialogo privo di interlocutore reale - tra materie che mostrano, forse solo nella loro relazione, la vera essenza della complessità. E abbiamo ben inteso, che molteplicità in arte come nella lingua equivale a non riducibile. Nel senso che essa non sta solo da una parte, nel seguire un ramo anziché un altro, ma nel serrare i ranghi fra le diversità, nel volerli accostati per dire di più. Mirabile la costruzione senza cedimenti e smagliature di un linguaggio poetico diafano, trasparente, esemplarmente adeguato al contenuto della totalità per la sua voluta contraddittorietà.

                                                                      Rosa Pierno



Tre poesie inedite (finaliste al Premio Gozzano 2017)


ti ho detto una bugia
prima dello zero nessuno cade giù
non ci si fa male:
è un numero tondo fra altri dritti e semitoni 

alla sua sinistra si va spediti, Antonino

vedo che sul quaderno hai messo del nuovo 
ha tutti i suoni di un mondo
il tuo poco scrivere:
al nome da cui chiamano
ribatti di scorcio
però oggi come le spari forte 

le tue lettere dal balcone, 
Antonino!

hai chiuso gli scuri
sbirci di nuovo sottozero: 

apri le dita ma non riesci 
a indietreggiare,
non trovi cifre nere 

nonostante lo zelo
hai finito le falangi...

inestimabile
il momento:
la tua matematica
che solo puoi immaginare 

la tua matematica che 
sembrerebbe
elementare





gli autori
sono assiepati sulle mensole
in minime piazzole di campeggi sottovento 

i lettori
seduti al loro fianco
vicini precisi di tenda
tengono bassa la radiolina


esterno calmo e noncurante 
eventuali i rumori
e interni
coagulo acustico
brusìo da banco frigo
di quando si sceglie o si lascia


nel bisbiglìo
di chi sta per scrivere
tra siepi fitte di carte
e tavoli numerati
le penne sono aperte la mezz’acqua a paletto 

il pc caldo d’aria è socchiuso:

di sera passeggiando 
tra i sonetti
le pagine
carezzano,
ma di fronte sei chimici in marsina 
si guardano
e diranno
appena la tabella sarà voltata


le cose
che esistono già da prima


l’imprevisto 
e l’oscuro
il malposto,


solventi




padre che non chiedi a me 
l’avevi visto un giorno
che sarei stato?
dopo il funerale, quel giorno 

e negli anni
quando qualcosa vola 
è perché passi
e disegni
un merlo affaccendato


stare muti negli anni
svaniti a mano a mano i nostri suoni 

è un peso
che ancora cade


le volte che passo al cimitero 
non so mai cosa portarti 
però entro
ti sfioro la fronte
ed esco sempre con
la domanda: 

guardami oggi, guarda 
come ti somiglio
e sono un altro





Fabio Poggi (1972), insegnante, architetto, dottore di ricerca in Urbanistica (Venezia, Parigi), cofondatore e performer di Augenblick augenblick4.tumblr.com, collettivo di videodanza presente nelle principali rassegne internazionali di settore (Su misura https://vimeo.com/113782277) organizzatore di Stories We Dance, festival internazionale presentato annualmente a Genova. Oltre che del dialogo fra schermo e danza contemporanea, sulla quale sta seguendo una formazione specifica, Fabio Poggi si occupa in quanto saggista del rapporto fra performance artistica e spazialità: Boni F., Poggi F., Sociologia dell’architettura, Carocci, Roma, 2011; Poggi F., Architettura, città, danza. Il ruolo dello spazio nella creazione, ricezione  e analisi di performance artistiche, in "Studi culturali", Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 3-28. Suoi testi poetici sono stati selezionati per l'antologia Il corpo segreto curata da Luigi Cannillo, Lietocolle, Faloppio, 2008; per l'antologia Haiku in Italia, Empiria, Roma, 2017. È risultato finalista per la sezione poesia inedita del Concorso Guido Gozzano ed. 2017.

lunedì 13 novembre 2017

Luigi Trucillo “Altre amorose” Quodlibet, 2017







Che cosa offre un corpo alle lettere, quel corpo che è oggetto d’amore? “Una sostanza flessibile e schiva” che Luigi Trucillo, autore di “Altre amorose” Quodlibet, 2017, secerne e accumula e che spera di conservare al di là della finitezza dei corpi, se non dell’amore. Ma l’amore stesso sembra costantemente condividere il suo essere con la possibilità di essere altrimenti. Se non fosse stato l’amore vissuto, quello da cui ci si sente inseparabili, sarebbe stato l’altro amore: quello non detto o quello potenziale, quasi come se nell’apertura si potesse trovare il diverso, l’opposto, altri legittimi amori, e solo attraverso essa si potesse individuare la specificità di quell’unica e sola passione. E il finito si potesse accordare in tal modo con l’universo in espansione.

Ogni percezione - e abbiamo già visto in precedenti note quanto Trucillo sia poeta della percezioni, di quelle talmente distratte e veloci che sembrerebbero essere destinate a non nominarsi nemmeno, e che invece trovano nella sua voce poetica una residenza del tutto stabile - ogni percezione, dicevamo, persino quella che allontana, quasi una disgressione, o che trascina con sé cose spurie, agganciandosi a modi sommersi, inconsapevoli o scartati, è legata a doppio filo a ciò che è infisso nella mente. 

Forse l’amore diventa, in questo dialogo tra immanenza e assoluto, tra finito e infinito,  tra perdita e acquisto, un atto che salva, solo alla fine di un viaggio mentale,  nuovamente riconducendo a sé. Cercare nelle proprie cellule le ragioni della scelta e dell’unione non può darsi se non in un dialogo serrato con tutto ciò che sembra esulare, che sembra inafferrabile. L’amore, soltanto allora, pare in grado di poter far stringere qualche cosa fra le mani: l’universo intero.

Gli sguardi

Ne ho perduti tanti
che quelli che ho raccolto
sembravano sempre unici
e migranti.
Da giovane credevo che mi avrebbero trovato
senza cercarmi,
e da vecchio lo stesso,
ma in modo più segreto,
perché il cinismo accresce la miopia,
e la saggezza succhia il suo midollo
dall’osso dell’enigma.
Parlo del mio cinismo,
perché negli occhi delle donne che si accendono
il tempo non ha fretta,
e benché un poco incerto
modella la forma degli sguardi
con una macchia misteriosa.

La sfumatura

Se sapessi da quale lembo del cielo
l’uomo e la donna scrosciano insieme
immaginerei un tetto di bambù e un capanno
che si specchiano in uno stagno verde-ardesia
tremando per  l’indistinzione.
E una rete bucata
intessuta con le piume dei passeri
con cui afferrare quella sfumatura.


In una coppia

In una coppia
si scoprono al mattino tracce di lepri
e orsi, 
e quando si spegne il canto dell’allodola
i cacciatori stanano la preda
accovacciata 

nel bosco fitto della devozione.