mercoledì 21 febbraio 2018

Mario Fresa “Svenimenti a distanza” il melangolo, 2017





Per il solo fatto di frantumare la consequenzialità logica, non si può imputare a Mario Fresa, per suo ultimo libro di poesie e prose Svenimenti a distanza, il melangolo, 2017, la volontà di deporla, né di sostituirle altra cosa. 
Nemmeno si può affermare che vi sia una logica diversa. Forse, la potrebbe riferire a quello stato della malattia, della follia, dell’alienazione che di fatto finisce per alterare quasi completamente l’usuale quadro di riferimento. Ma con certezza possiamo asserire che qualcosa di saldo resta, che fra le maglie qualcosa passa d’integro: sono gli oggetti. Tuttavia ben presto scopriamo che tutto è animato, antropomorfizzato: la finestra ci parla, gli insetti sono “di viva, bollente calma”, come quelli di conio kafkiano, e che ogni cosa è anche meccanizzata: l’emicrania è ‘da riparare’.
L’uomo acquisisce identità soltanto assumendo quella degli oggetti o, addirittura, agendo in essi: nell’orologio si cade, si sparisce in un bicchiere d’acqua. Il soggetto dorme “come un’ombra cinese”, oppure “finge di essere un suono / interminabile” o si sente “più giardino di ieri”.

Ciò che è immanente, sebbene umanizzato, o anche distorto o deformato come sotto lente convessa, si deve misurare con un polo astratto, dove non regna minore alterazione: “una marziale grazia / nelle sue tasche azzurre”. Ciò che è intangibile, pertanto, rotea ancora attorno a ciò che è umano e ne assume il corpo, tende a sporcarsi con la materia, si colora, acquisisce un carattere eterogeneo.
Nella terza delle nove sezioni, di cui solo due in prosa, Nodo parlato, colui che parla non cambia posizione, non finge travestimento, anzi svolge il suo racconto con un linguaggio comune, senza fratture: “Dice di sì: gli ho ripetuto lentamente la notizia, / per non fargli del male”. Ma forse lo scambio è già avvenuto, e non di poco peso, quello tra vivi e morti. Le esistenze sono interscambiabili lungo l’asse temporale: la storia, quella tragica, si conficca nelle carni delle vicende quotidiane, quasi un orrore nell’orrore.

Poi gli ha gridato: prendetelo e marchiatelo
col ferro rovente! E quei tre non si parlano nemmeno:
il borioso compagno, allora, ci viene tutto addosso:
e ha gli artigli protesi, e poi si arrabbia perché
si è accorto che ha il nome uguale al mio. 

Fra memorie disseppellite e verità sotterrate, la spola che interpola l’una e l’altra sfera è la lingua, la diversificata modalità che il linguaggio concede per parlare dell’effrazione dei mondi. Al contempo, l’effrazione delle regole induce immediatamente al riso. Così i dialoghi inefficaci, quasi tra sordi, poiché la malattia altera la materia del contendere, innalzando una barricata non superabile, sono spesso pronunciati da persone che ridono, sorridono. Vi è il senso di una paradossale comicità, la quale evidenzia una tendenza alla constatazione di un’autentica, irrisolvibile disfatta, e di un precipitare inarrestabile nell’insensato.
 “L’importante è – sempre ridendo – vincere questa apatia: / e allora ci divertiamo ad osservare il corpo accartocciato / sulla parete,”
Oltre al gusto del ridere, vi è anche il gusto di “essere la cosa giusta, / ma al posto sbagliato”. Il “romanzo malattia” consente la sostituzione di una cosa con un’altra: esso  incita alla decifrazione, costringe a cercare una continuità impossibile perché vi convergono storie irriducibili una all’altra, eppure compresenti: “e se questa è una finzione, sta’ sicuro / che ben presto ci guarirà”.
Medusa della specie è la quarta sezione, dove si infittiscono vieppiù i riferimenti a La Montagna Incantata di Mann. Comprendiamo che la parola ancor prima che frutto di esperienze è - per la sua impossibilità di essere slegata dal senso, dal contesto, dalla polisemia - prima di tutto memoria, ricordo di ciò che è stato letto, ascoltato.
Con la parola si narra ciò che è stato già narrato, forse non altro, quando poi vi sia come dichiarato il rifiuto di percorrere le proprie trame, una nuova tessitura. In ciò troviamo forse, più che la fine della letteratura, la sua elevazione all’ennesima potenza: che importa raccontare il nuovo,  quando leibnizianamente possiamo ritessere un libro con vecchie parole e trascorrere dalla vita alla morte e viceversa. 
A riprova, la presenza di un Bugiardino. Note e istruzioni per l’uso, in coda al libro, il quale indica alcuni stimoli che Fresa ha colto, dati di partenza, prelievi, i quali indicano un punto della rete da cui è partito per scrivere: l’occasionalità mostra anche l’intercambiabilità degli stessi. Non importa dil luogo di partenza: a qualcosa si approda: l’avvenuta tessitura della pagina. 
Tutta la letteratura è convocata, dai gironi alle api, dai banchi disastri che a noi fanno vedere in mente Melville ai personaggi delle favole (in Galateo per un abisso), mai lontano Carroll. Ecco, ancora, il ritornante sorriso, la necessità del ridere, che è come un segnale disseminato lungo le pagine di questa silloge per avvertirci a ogni svolta che è nel mondo dell’artificio che siamo caduti e che in quel luogo anche la malattia non è vera malattia, ma fuga della mente: “il mare aperto fuori, / e risa violentissime che generano insieme / dolci segreti di vanità”.

                                                                                        Rosa Pierno

martedì 13 febbraio 2018

Alla strenua ricerca della natura. Mostra di Dina Moretti e Loredana Müller


Opera di Dina Moretti


Tutta percorsa all’insegna della natura, la mostra delle due artiste ticinesi, Dina Moretti e Loredana Müller, è la dimostrazione di quanto uno sguardo fortemente direzionato, fino a sprofondare nelle oscurità della materia, non possa che restituire la vera immagine della natura: il suo aspetto puramente mentale.

La levità dei segni, nati da un’investigazione che tenta di scovare l’invisibile almeno nelle sue ultime parvenze percepibili, fa collezionare a Dina Moretti una serie di immagini parziali, di dettaglio, che mai tentano la totalità, ma si preoccupano di effettuare un’indagine che scavalca la particolarità della pianta per cogliere il segreto del suo sviluppo. Non è la ricerca della pianta originaria, ma il suo modo di fare figura, i suoi snodi, le direzioni in cui avviluppandosi cresce o, addirittura, il modo in cui ingloba i fori e nodi nella corteccia. Il dettaglio pare perdere sostanza, man mano che lo sguardo si avvicina. E il visibile s’ammanta di nebbia, di veli, dell’impossibilità di svolgere interamente la materia, di scorgere il motivo della variabilità vegetale. Piante interamente pensate, luminose, addirittura! Piante che possono collocarsi sul limine dell’organico, ove il dialogo tra bianco e nero o fra i grigi o i seppia in scala cromatica contribuisce a rendere ancora più impalpabile il costrutto visivo. Ciò che è vegetale sembra ritorcersi e andare a riempire le pagine del libro sulla natura di Dina Moretti, dove mai però compare il dato geometrico e le cose sono prese col solo movimento del disapparire. Le immagini si creano sulla superficie del foglio, agganciando il vuoto.

È col colore che, invece, Loredana Müller investiga il mondo, dalle piante deducendo un vellutato verde, luminoso e acquoreo oppure frantumando la materia vegetale secca e facendola mulinare in vortici che espellono lo spazio dal disegno, ma lo affastellano di tinte. È una natura con moto, che si dà alla percezione nel divenire delle aggregazioni e del rinfrangersi delle tonalità cromatiche con passaggi suadenti e morbidissimi. A volte il movimento è colto nell’istante della divisione cellulare, rendendo visibile a occhio nudo, ciò che l’artista immagina. Il colore ribolle o formicola, si placa o si addensa, caratterizzando ogni porzione di spazio. Lo spazio diviene ricettacolo di frammenti, vi si accalcano tramature vegetali, cellule, fiori colti al microscopio, strutture con filamenti, tessuti epiteliali, quasi un vocabolario delle tessiture organiche. Eppure si sente l’inorganico, quasi come per una sinestesia, sempre in azione e in ogni dove. È ciò che appare evidente osservando i medaglioni color terracotta in cui persino la figura umana è riprodotta al modo di un calco, di un ritrovamento archeologico, insomma sempre con una trasposizione che denuncia la sua alterità rispetto al dato reale. Alcune figure affiorano da un reticolo di segni poiché è il segno, la sua centralità ad essere in questione. La distanza tra essere umano e materiale vegetale o organico viene, in tal modo, a cadere, esibendo la sua ininfluenza. Ciò che conta è che la natura mostri i suoi segni.

                                                                                              Rosa Pierno



TRACCE, SEGNI, ENERGIE.
carte, tavole, tele
Dina Moretti e Loredana Müller
Vi aspettano lunedì 19 febbraio alle 19
ad areapangeart, centro culturale a Camorino.
Presenta Gilberto Isella
Suoni in sala Edith Salmen
Per saperne di più:
www.areapangeart.ch


Opere di Loredana Müller

venerdì 2 febbraio 2018

“Carte certe. Scegliete una carta”, una mostra al di là dello specchio alla galleria hyunnart studio, Roma



               Paul Klerr  ' Il segno e il colore in armonia '  2016  cm 40,5 x 28,5



Pensata da un artista, Paolo Di Capua, nel suo spazio hyunnart, per gli artisti,  -non solo per quelli notissimi, ma anche per coloro che hanno perseguito in disparte la loro personale ricerca, tutti di generazioni diverse, - la mostra collettiva Carte certe. Scegliete una carta ha come obiettivo l’emersione di un percorso personale, che, in relazione alla ricerca espressiva e al mezzo più immediato per fissarla, qual è la carta, si costituisce come momento fondante della posizione di ciascun artista nei sentieri dell’arte.
L’esposizione è anche un’occasione per avere sotto lo sguardo la compresenza delle molteplici linee espressive che dagli anni Sessanta si sono succedute fino ai nostri giorni. Dall’astrazione all’espressionismo gestuale, dall’informale al segno-scrittura, dalla geometria alla figurazione. Ma percorriamo più dappresso le tendenze ravvisabili nella mostra, anche se avvertiamo subito il lettore che certi “ismi” sono camicie di forza o cassetti tranquillizzanti in cui riporre oggetti che non si lasciano tuttavia esautorare da una classificazione.  Per chi opera dall’interno, nel fare, e si muove spesso in bilico tra posizioni che sono poste come boe dall’esegesi critica, esse sono, infatti, davvero riduttive.

Si guardi al gesto di Guido Strazza che col segno incide, cercando profondità nella superficie, e Seo Yun Jung che cerca l’equilibrio tra corpo e mente nel processo pittorico, mostrando una forza espressiva in straordinario equilibrio con l’economia dei mezzi. Ernesto Porcari, ancora col gesto, cerca una scansione, un ritmo, mentre Paolo Di Capua, infittendo e variando la frequenza, del segno, si dirige in innumerevoli direzioni procurando l’impressione che la carta si pieghi, acquisisca volume. I plinti a tempera di Lorenzo Guerrini hanno una forza tettonica che sembra straripare e riguardare direttamente l’emozione, la fondazione del sé. Le opere di Paul Klerr sono costruite al computer: i  colori sono pirotecnici, mentre il segno subisce la rigidità traduttoria del mezzo meccanico. All’inverso, con straordinaria economia di mezzi, i lavori di Giuliano Lombardo registrano la formazione di punti di luce che assurgono a entità geometriche nel nero siderale.

Un dialogo tra ombra e luce, colte entrambe nel loro valore assoluto (inchiostro e colore della carta), dove linee astratte s’incaricano di trasportare il colore, agisce all’interno delle opere di Carlo Lorenzetti. Le opere geometriche di Ettore Consolazione aggettano nello spazio, con il collage di carte ripiegate a ventaglio e bastoncini, il tutto caricato da un colore che rende gli elementi geometrici espressione di una costruttività emotiva, mentre più raggelata appare l’opera di Paola Fonticoli, ove la sensibilità si appunta sull’equilibrio miracoloso di carte ritagliate e incollate solo parzialmente. In quest’ultime opere la carta sfida il volume, mostrando che non le appartengono limiti di sorta. Quasi drammatica, al confronto, appare la figura geometrica costruita da Teodosio Magnoni, che riesce a rendere paradossale la bidimensionalità della superficie. 

La scelta della grafite, per Bruno Aller, implica una morbidezza che immette sinuosità sulle superfici pur rigide dei suoi poligoni, fra i quali inserisce anche lettere ponendo un’equivalenza fra volumi nati in sistemi segnici diversi. Paolo Pelliccia si diparte da un gesto che imita la scrittura, ma che è ben ancorato a una pratica espressiva, con la quale costruisce l’io a partire dalla ricorsività e dal riempimento infinito della superficie, tassellando il mondo di un dire inespresso. E, ancora con la scrittura, Silvia Stucki, disegna bambine e cornicette, oppure esegue stilemi floreali che hanno l'essenzialità di una cifra.  Con estrema delicatezza Alberto Vannetti sfuma le sue figure fino a stornarne la rotondità. Edoardo De Cicco fa passare in secondo piano il soggetto del disegno con un tratteggio energico, grazie al quale il piano risulta come squassato. La linea s’incarica di costruire il mondo e di disfarlo, in Rosa Pierno, e le figure vengono ad addensarsi su una superficie instabile come l’aria, che si espande, si ritrae e si scioglie, sì che la finitezza degli  oggetti ne dipende. 

Alcune opere si muovono esplicitamente sul crinale del confronto con la natura, come quella di Enrico Della Torre, che ha asciugato ogni riferimento, giungendo  a rastremare valori cromatici a indicazioni di presenza. In quest’area si situano anche le incisioni di Loredana Müller, la quale non rinuncia mai all’assunzione della natura quale dato di partenza, seguendo l’elaborazione percettiva con le sue ambiguità fino alla distillazione dell’immagine. E dall’osservazione degli esili e più lievi elementi naturali, Livia Liverani, giunge a tessere, coi suoi collage, racconti con rarefatte presenze.

La ricerca sul colore è, in Jonathan Hynd, tesa a mostrare pulsioni sul foglio attraverso centri vitali e zone di dispersione. Di certo il suo lavoro non è troppo distante dalle griglie espressive necessarie alla ricerca di Federico Palerma, il quale registra le ripercussioni interiori di ciò che guarda e di ciò che ode. Incline, a verificare le profondità intestine delle carte, è Samuele Montealegre, ove il segno materializzato esclusivamente col colore attraversa differenti strati, emerge e s’inabissa.

La figuratività piena, che non disdegna di guardare certe illustrazioni per l’infanzia di Alberto Vannetti, si espande nel colore e con il colore dialoga, ponendosi al fianco del lavoro di Naoya Takahara, in bianco e nero, per l’analoga  l’immediatezza del costrutto alla ricerca di emblemi e di simboli che mirano alla comunicazione. Con una parallela ricerca, Gianluca Esposito, si avvale del collage per costruire opere che hanno il sapore delle immagini fuori moda, di un significato fattosi enigmatico. Il gusto delle silhouette è nei lavori di Lea Contestabile, la quale attinge dal mondo dell’infanzia, dalle favole dei libri illustrati per tracciare il proprio mondo onirico. Clara Martelli Castellano fa esplodere il colore sugli oggetti: colpi di luce visibili solo a contatto con la materia. Più intimista è il lavoro, per la scelta di toni sanguinolenti e catramosi o di blu fondi scansionati da tacche nere,  di Marco Fioramanti.

Inoltre, l’uso della carta consente una libertà straordinaria per quel che riguarda le tecniche pittoriche: si va infatti dalla grafite, all’incisione, dal pennarello all’inchiostro di china, dall’acquarello alla tempera, dal collage alla calcografia, in un ventaglio di possibilità che sfonda il consueto, trasportando dall’altro lato dello specchio: dal reale all’arte.


apertura sabato 3 febbraio 2018 ore 18
3 febbraio / 9 marzo 2018

Hyunnart Studio: Viale Manzoni 85/87 00185 Roma Orario di aperture: martedì/venerdì 16/18,30 o per appuntamento 335 5477120 pdicapua57@gmail.com



mercoledì 31 gennaio 2018

Maria Gabriela Llansol “Il gioco della libertà dell’anima. Lo spazio edenico” Pagine d’Arte, 2010




Un corto circuito tra musica, lettura, sesso, scrittura. A volte si accende la luce, che illumina un singolo soggetto sulla scena: “- io - che osservo il possente e mobile uomo nudo della matematica musicale di quelle equazioni e abissi”. Immanente e trascendente, messi a contatto in modo sulfureo, emanano ossidi, odori, cose spurie, non collocabili in nessun tipo di ordine. Oggetti inaccordabili, d’altra parte, quale tipo di armonia potrebbero produrre? Eppure si scambiano caratteristiche, qualità, posizioni: “la scrittura che la musica celebra non ha macchia di rumore”. Non una metamorfosi, né operazione alchemica. Certamente collage, accostamenti forzati che non perdono lo stridio, anche dopo pagine e pagine, trascinando con irruenza la sintassi.

La scrittura di Maria Gabriela Llansol non si svolge sul solo piano linguistico, anche se esso è messo fortemente in tensione, risuonando in tutte le sue gamme più dissonanti, poiché la tensione nasce primariamente nella realtà percepita, fra gli oggetti e gli elementi. Un sesso diventa una tazza, non con un investimento simbolico, ma con una sostituzione figurale, sinonimica o funzionale. Viene in mente che quello che si può fare con un sesso lo si possa fare proprio perché somiglia a una tazza e viceversa. Non una cosa che stia per l’altra rendendo tutto equivalente, ma un mondo ridisegnato nelle sue funzioni, rifondato.

Tuttavia, non c’è nessuna comunicazione tra le arti. Pur se la musica trapassa nel testo, esse comunque non possono condividere alcunché, anzi la loro presunta comunicabilità “non sarebbe che una melanconica constatazione della notte”. Nessuna oscurità, nessun enigma alligna nel testo concretissimo. È appunto una constatazione. Allo stesso tempo, “il corpo è materialmente frasi / che materiale e letterale non hanno differenze” e per comprendere questo passaggio è necessario far saltare la logica, poiché basta l’anima a rimettere in ordine le cose e senz’altro allora l’ordine sarà diverso anche da se stesso.

In codesta maniera, “l’invisibile quando si fa sensuale, apre al linguaggio sentieri che il racconto ha ostruito col coperchio del pianoforte, i bassi muri del reale, le tenui pareti della vita”. Comprendiamo, condotti come per mano dalla scrittrice portoghese, che la realtà, come il piano astratto, non è  più quello normalmente esperito. È necessario un esercizio alla visione, una metodica trasposizione di piani, uno scambio costante, un’osmosi iniziata e continuamente interrotta. Un metodo che la scrittura mostra in maniera lampante. In questo modo “il testo apprende la materialità dello spazio attraverso cui scorre”.

Anche le cose hanno gli occhi, hanno il nostro sguardo come orizzonte. Lo sguardo è una modalità di accordo con le cose, ed è sempre attraverso lo sguardo che le colline divengono un vassoio. Naturalmente, se le colline sono vassoio, anche il testo è uguale al testo. Forse, la scrittura diviene qualcosa di cui potersi appropriare, di fisico, dacché era mentale e viceversa. “Un florilegio di attributi, direbbe Spinoza”, a cui ogni cosa può attingere. Accade che qualcosa dematerializza la sostanza e materializza lo spirito. È il testo che può ricostruire giorni perduti, “ossa disseccate”. Resurrezione dei corpi è scrivere. Non che la scrittura attui il gioco delle coincidenze, delle rimembranze, dell’inizio e della fine, ma sono lo scrivente e il leggente a giocare “con la cosa del testo”. E, con il testo della Llansol, noi lettori veniamo meravigliosamente giocati, o meglio rimessi in gioco. 

                                                                              Rosa Pierno

sabato 13 gennaio 2018

Due poesie inedite di Flavio Almerighi tratte dalla raccolta “Isole”




il Crepuscolo Degli Dei


il Crepuscolo degli Dei
cadde sulla platea fredda
di barbe mal fatte
con l’ultima camicia buona
prima dell’apocalisse
nell’imminente crollo
dell’incrollabile fede
nella Vittoria Finale
gli sguardi persi all’idea
di un fuoco cui lasciare
uniforme e tessera del partito
mentre Wagner drammeggia
il crepuscolo in atto
le donne fingono indifferenza
col nemico alle porte
carni finite e cuori smarriti
senza più petto
*
tutto compiuto, firmata la resa
un brindisi nelle sconnessioni
dell’ultimo bistrot
nei pochi perimetri rimasti
solo posti in piedi
ai vinti.
Bene necessario è l’acqua,
l’acqua è pace,
la pace è silenzio
sulle rovine di Sodoma e Berlino


Hart Island

L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.

Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.

Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza 
delle mani unite.

Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra. 

Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola 


(Poesie inedite tratte da “Isole”)

Domande:
R.P.: Nelle poesie inedite tratte dalla raccolta “Isole”, rispetto alla tua prova precedente “Caleranno i vandali”, noto un tono di voce più pacato, eppur non meno persistente e appassionato, che fa pensare a una ritrosia, a una sorta di risparmio energetico, anche se non emotivo.

F. A.: Ho inteso andare oltre la rabbia pura di “Caleranno i Vandali” e ancor prima a quella più rovente di “Procellaria”. E’ chiaro che ogni autore vive la propria ispirazione per attimi. Certamente questo è un momento più tranquillo, per cui ho pensato a una sorta di riflessione, a un libro forte sotto tutti gli aspetti, partendo proprio da quello che il cosidetto “secolo breve”, il tanto vituperato Novecento, ha indicato ma non ha insegnato. O meglio, da questa umanità che sembra indifferente a ogni lezione della storia. Ad Auschwitz hanno fatto seguito i Killing Fields, il disastro della foresta pluviale, lo sterminio per fame di intere popolazioni. A Varsavia ha fatto seguito Aleppo. No, non abbiamo imparato nulla. All’ideologia si è sostituito il contante. Così come una rabbia eccessiva rischia di arruffare il discorso, per cui sì, pacatezza, ma nessuna rinuncia. D’altra parte credo di saper scrivere anche pezzi d’amore o più intimisti. Voglio aggiungere un’ultima semplice considerazione. Il mio marchio in fronte è quello di “poeta antilirico e civile” non mi sento niente di tutto quanto questi tre termini vogliano significare quando vengono associati al mio nome. Il tintinnio lasciamolo ai bravi poeti. 

R.P.: Personaggi identificati esclusivamente da un ruolo si aggirano tra le quinte periferiche di una città, seguiti da un tuo sguardo solidale. Tra i tuoi temi continuano ad esserci questioni sociali e politiche.

F.A.: Sarà retaggio di una quindicina di anni di impegno politico attivo e al servizio degli altri. Impegno di cui mi pento pubblicamente, perché il suo prodotto finito è stato molto diverso dai propositi che lo avevano mosso. Resto convinto che un autore non possa esimersi dall’alzare la propria voce su ciò che vede. Chi va oltre senza guardare, ha chiuso con la verità. Vedo troppe cose storte per potermi permettere di stare zitto e farmi gli affari miei.

R.P.: La storia, invece, sembra essere presente per la prima volta, e in maniera consistente. Quale tipo di considerazioni intorno a questo oggetto culturale?

F.A.: Sono appassionato da sempre di letture storiche. Un’intera sezione del libro è dedicata al Novecento, specialmente per quel periodo che va dal 1914 al 1989, settantacinque anni che hanno cambiato ogni cosa. Il XXI Secolo in realtà è iniziato a partire dal 1990, quando sembrò che l’informatica e la “vittoria” sul comunismo fossero la panacea per qualsiasi male e per qualsiasi problema. La deriva si protrae da allora a oggi e durerà ancora molto a lungo. L’umanità sembra non voler più reagire a un turbo capitalismo che sta facendo più vittime del colonialismo, del nazifascismo e del comunismo messi assieme. 

R.P.: La tua raccolta inedita “Isole” non descrive esclusivamente l’isolamento degli esseri ai margini della società, ma anche un modo d’essere dell’intellettuale, che ha compreso che la resistenza è una strategia.

F.A. La resistenza è una tattica non una strategia, e porta da nessuna parte. Non basta resistere, bisogna saper reagire. Saper reagire significa mettersi insieme, socializzare i bisogni e dar loro una risposta che sia giusta e laica per tutti, e non alludo solo alle vicende interne di singoli stati. Nel mondo delle lettere assisto alle vicende di tanti patetici personaggi che fingono di resistere al non buon andazzo generale (uso perifrasi per evitare un linguaggio più colorito), alle tante piccole camarille che vogliono gestire pezzetti di potere, ai leccapiedi: salvo crearsi i propri. Funziona così: se mi sarai amico sei di sicuro anche un gran poeta, un gran letterato. Altrimenti non hai alcun valore, non esisti proprio.

R.P. Che cosa rappresentano per te le isole? 


F.A. Acqua e solitudine. E’ quello che molti stanno diventando, presi tutti da vicende personali, gli altri sono il “resto dell’umanità” senza volto e senza nome. Come scrisse Paolo Conte “Si nasce e si muore soli. Certo in mezzo c’è un bel traffico”

lunedì 1 gennaio 2018

2018: un nuovo inizio



Inizia con il 2018 una diversa gestione dello spazio “TRASVERSALE”:  divenendo la pubblicazione di testi, note critiche e poesie maggiormente saltuaria, decade la partecipazione collettiva,  e il blog ritorna a essere una pagina personale. A voi tutti, il mio migliore augurio di buon anno e anche di buona lettura!                                  

                                                                                                                Rosa Pierno

sabato 30 dicembre 2017

“L’alfabeto del fuoco. Piccoli studi sulla lingua” di Silvia Baron Supervielle, Pagine d’Arte, 2010





Fra mare e muro c’è una differenza minima, il mare a volte sembra un muro così  come la partenza è un arrivo su opposta sponda e fra lingue diverse vi è una continuità: inizia in questo modo il viaggio di Silvia Baron Supervielle che ripercorre la rotta in senso inverso a quello percorso dal nonno per ritrovare non un’altra terra, ma i medesimi luoghi, un’origine condivisa, di cui il soggetto è l’unico artefice. Ciò risulta ancora più chiaro quando il mestiere della poetessa sia anche quello di traduttrice: risiedere in qualche modo sulla soglia è dare la stura a metamorfosi e trasformazioni.

È fin da subito evidente che tale spazio di mutamento è possibile solo nel vuoto, quel vuoto che contiene il tutto, la luce senza sole, da cui ogni cosa nasce e in cui ogni cosa rientra. Sorta di piano, superficie riflettente sul quale si svolgono storie ed è possibile proiettare il proprio io, avere un passato e un futuro. Senza questa possibilità di rinnovamento, tutto sarebbe insopportabilmente scolpito e fisso, privo di profondità e di moti. Eccessivamente presente.

Scrivere invece con una lingua diversa da quella materna, quella dell’assenza, consente di risiedere in un luogo estraneo da cui dipartirsi per tracciare linee che non lascino tracce, per inseguire volubili e volatili associazioni, per sentirsi nell’altrove: spazio nel quale il tutto è chiamato alla compresenza massima, il che vuol dire che è convocato assieme al vuoto che lo costituisce. Non esattamente un’alterità, ma, appunto, una modalità costitutiva.

Da questa posizione la scrittura appare libera e fluente, legata al mistero insondabile delle cose, a quell’inesprimibile che i fili del testo intrappolano e che subito dopo rilasciano. Nessuna essenza può in tal modo essere definita come fosse una verità assoluta e questo è il motivo vero della libertà: l’affrancamento dal dogma. Non che questo eluda i binari della necessità, quella forma imperativa a cui il soggetto obbedisce e che funge da guida allo stesso tempo. Forma, pertanto, come qualcosa di tangibile e intangibile al tempo stesso, scopo e movente, mobile come un colore, come il tono della voce, flessibile come il corpo. Vi è una sorta di adesione fisica al testo, come se il testo fosse un vaso che viene formato dalle mani della scrittrice.

“La lingua è la prima finzione della scrittura” e dunque ancor più incredibile appare il suo legame con il pensiero e con il sentire. È come se il sé fosse possibile solo grazie  alla finzione della lingua e, tuttavia, nessun’altra verità appare maggiormente salda. Ma proprio per questo è necessario che la lingua sia una scrittura fluente, in contrapposizione a ciò che è rigido, trascinando e fondendo ciò che incontra sulla sua strada. “Il lavoro della scrittura si forgia con questo desiderio-lingua che palpita nel sangue”.

La lingua - in questo caso, il passaggio dallo spagnolo al francese - è in grado di modificare persino la postura del corpo, oltre che i propri pensieri. E d’altronde ancora la lingua consente quell’estraneità che sembra necessaria per poter ascoltare una voce diversa, quella stessa che cercava Beckett. Colui che scrive ricrea la sua lingua attraverso il suono, ascolta in sé il canto. Il suono è anche uno dei legami tra poesia e prosa: ciascuna scrittura con la propria specifica sonorità. Il suono, legame analogico con la musica, la quale pare  a sua volta essere sinonimo del vuoto generatore.

Dirigersi verso un altro idioma vuol dire abbandonare un sé, come abito dismesso, per ritrovarsi diversi. “Passare da una lingua all’altra significa separarsi da un sé già instaurato, al fine di trovare un universo dove il viaggio non abbia più fine e dove si produca una trasfigurazione di se stessi e delle parole”.

Attraverso l’identità e la differenza, la separazione e la congiunzione, il percorso espositivo della Baron Supervielle si snoda come testimonianza di ricerca personale sulle modalità della scrittura e della traduzione, e su alcuni autori in particolare (Dante, Borges, Ocampo, Yourcenar, Cortázar) insegnandoci a non riposare mai sulle certezze. Nella traduzione è necessario tener conto del silenzio e delle radici.

                                                                                  Rosa Pierno

mercoledì 20 dicembre 2017

Rita Iacomino “Dura verticale” edizioni della Cometa, 1999




Che la realtà sia determinabile attraverso i colori e che il mondo si strugga nell’evidenza di una favola dai riverberi bizantini, è qualcosa che non consegna certo dati affidabili. Vi è maggior consistenza nel pensiero, il quale assegna agli elementi nome e ruolo. La conoscenza, nella silloge “Dura verticale” di Rita Iacomino, del 1999, non si evince dalle cose, ma si possiede a priori.

È il quieto ristagno delle ore
un’ombra avversaria
dal picco lunatico del colle
mi scende a valle;
l’anima non ha due scarpe
ma un solo piede...
il fenicottero sa
dove regna l’altro.

Certo anche qui s’insinua un dubbio: e se le cose avessero “un altro nome”, se i sassi galleggianti fossero in realtà “anemiche meduse”? Ma il linguaggio è un approdo e si conosce pur senza sapere come, pur con uno strumento che appaia lacunoso. Comunque sia, la funzione del ricordo, in tal modo, è salva: restituisce vivide certezze. Tuttavia, certe idee, solo doppiate dal reale,  sono più salde nello splendore della propria evidenza, quando esse non siano ancora  espresse tramite parole. Le immagini hanno questo pregio inimitabile, più vicine al simbolo, si mostrano come incapsulate in un senso che non si altera.

Restammo attoniti
respirandoci l’un l’altra incogniti;
ferma era la primavera 
più ferma la ragione,
ma la Madonna di Piero
sperduta fra i campi
a San Sepolcro,
non attraversava la soglia del dolore.
Le gocce di sudore dall’intonaco
sono cadute a sconvolgerla
la geometria della croce.

All’interno di una wunderkammer dove l’autrice raccoglie le sue icone, come carte da gioco aventi un significato preciso e immutabile, pur se inespresso, ogni poesia che le registri appare frutto di un cesello e ha un riverbero smaltato. Ma la stanza ha un ulteriore scopo:  consente l’eliminazione dell’attesa: il gesto vi appare sospeso “come un giglio dipinto”: la pittura ha dunque parte essenziale nella sistemazione del mondo personale della Iacomino. È la pittura che sottrae il contingente ed eleva la realtà, sottraendola al divenire, “nell’immobilità del fare”; quella pittura che “senza mai essere vento,/ fino a qui, / senza mai essere vento”.

E dammela questa scrittura.
Lei sola, che perfori,
tagli, isoli e sconnetta.
Dammela di guardia
a questo affresco discialbato 
che maturi lentamente 
e il colore furoreggi.

Alla scrittura resta affidato il compito di tagliare, sconnettere, isolare, quasi  rinverdire il senso, consentendo ai colori di ravvivarsi e di sfuggire alla perfezione di ciò che è statico, di ciò che pure è stato così a lungo perseguito, che è stato gestito con metodo: “ devi avere pazienza “, “devi aspettare “, “dovrà passare tanta polvere”, quasi, a tratti, un rituale alchemico che saldi morte e vita. Sembra necessario, dopo avere fissato la perfezione nel quadro, ridonargli la parola.

Cerchi un riposo
un riparo da tutte le lingue
da tutte le righe
dal campo sterminato di parole;
chiudi gli occhi di tutte le immagini 
di tutte le finestre in cui
si consuma e dibatte
l’uomo e il suo cane.
Un riparo, un nervo sano
un punto non toccato dall’ariete.

Non una parola consueta, ma una parola distillata dalla pittura.






Breve nota biografica di Rita Iacomino 

Nel 1989 vince il Premio Montale con la silloge inedita Luoghi impraticabili nella memoria (Scheiwiller, 1990). Nel 1999 pubblica la raccolta Dura Verticale (Edizioni della Cometa, 2000), nel 2005 pubblica il racconto Gallina Albas(Derive e Approdi), nel 2010 vince il Premio Logos con la raccolta Amore di Silvia e Atlante (Giulio Perrone, 2010). Vince nel 2010 il Premio di poesia Quaderni di Lìnfera con la raccolta Poemetto tra i denti (Progetto Cultura, 2011). Con Poemetto tra i denti è finalista, nel 2012, al Premio Internazionale di Poesia Mario Luzi. Nel 2016 partecipa con l’operetta Ariadna Rewind al Festival Pépète Lumière di Lione.