giovedì 17 gennaio 2019

Tito Balestra “Se hai una montagna di neve tienila all’ombra” Garzanti, Milano, 1979





Se si può dire di un uomo che egli domina la vita mentre galleggia come un turacciolo alla deriva, allora proprio tale illogica immagine, la quale si forma in noi mentre leggiamo i versi di Tito Balestra, tratteggia la sua visione dell’arte del vivere. Un instabile equilibrio è dovuto ai colpi della vita e a una certa dose di insoddisfazione che spinge a cercare gli aspetti più sorprendenti e preziosi nascosti nelle pieghe dell’esistenza. Così che un uomo possa essere felice, già solo leggendo libri e dedicandosi alla riflessione/contemplazione con un bicchiere di vino, ci indica la perizia con cui tale equilibrio è comunque mantenuto. Tito Balestra ama le cose semplici, sa dare valore a ciascun momento della vita. Tuttavia, essa appare striata da venature di malinconica disposizione. La melanconia fa trapelare anche la noia, poiché nel mondo non vi è perfezione e un animo troppo sensibile non riceve ciò che lo nutrirebbe a sufficienza. Un esteta, Balestra, con una disposizione, analoga a quella mostrata da Rembrandt in alcune incisioni, il quale è capace, con pochissimi tratti, labili e flebili, ma strenuamente ripetuti, per l’incisività del dettato interiore, di trattenere paesaggi pur in via di dissolvenza. Il poeta longianese sa splendidamente tracciare ritratti con un nulla, con pochi attributi, con poche allitterazioni a fare da legante a fatti spaiati, realizzando al contempo anche il suo autoritratto.

Incrociando esclusivamente le forme semplici della tradizione, nel suo iter poetico, come gli epigrammi di Marziale, a cui peraltro lo gemella anche la consonanza tematica, e preferendo l’elusione del riferimento temporale, Balestra scrive poesie come se guardasse da un cannocchiale, il quale rende prossimi gli estranei oggetti osservati. In particolare, si noti che gli aggettivi qualificativi, seppur pochi, spesso sono presenti in coppia: “chiari e distratti”, “lunghi e sornioni”, “presbite e curiosissimo”, tutti riferiti agli occhi, o “caldo e cotto”, “indaffarati e stolti” e servono a precisare l’aspetto psicologico delle persone, la loro sfuggente interiorità. “Distratti e meschini” sono i pensieri nella splendida poesia Una voragine il tempo, che dà anche il titolo al libro d’artista di Giulia Napoleone con tre acquarelli:

Una voragine il tempo

Una voragine il tempo
e camminiamo sull’orlo
a passo di ballo, distratti
da cento pensieri meschini.


Il manoscritto della Napoleone contiene anche le due poesie: Mio nonno Eusebio e Oggetto: la via Emilia. In quest’ultima, l’elenco di elementi che si possono scorgere percorrendo la via Emilia si dispiega attraverso la diversificazione del ritmo del verso in relazione all’oggetto descritto, con una chiusa epifanica, rivelatrice dell’antico che sopravvive nel nuovo.


La bellezza è un desiderio tanto costante quanto disatteso per l’insoddisfazione verso se stesso e per lo stato in cui versa il mondo. La vita è “mirabile e scialba”. Tale visione critica viene da Balestra estesa a quanto non corrisponde alla sua visione ideale, come si vede nel brevissimo, fulminante affondo della poesia: “Matematica sembra la tua lingua / poche parole, sempre ponderate / sempre inutili - aggiungo”. È, pertanto, una valutazione che investe la perdita della giovinezza e della prestanza fisica, a cui però il poeta non fa che prestare il proprio fianco, in una sorta di accettazione: non solo per pigrizia, come recita la nota di A. Bertolucci alla raccolta antologica delle sue poesie Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, quanto per una mancanza di reazione che esprime l’irrilevanza dell’io sullo sfondo del ciclo della natura. La saggezza consiste nel seguire l’andamento delle cose e rende piacevole proprio ciò che un istante prima aveva causato disagio, il sentirsi fuori posto. E pensiamo che fuori posto, un poeta, sia sempre e a maggior ragione un uomo che ha fatto della non-aggressività e della semplicità il proprio abito e della fatalità un comodo albergo in cui gestire, centellinandole, le proprie passioni, le quali non possono essere detronizzate nemmeno dai calci della vita.  Sarà per questo che spesso un vento ilare soffia tra le sue rade righe, svelando, in siffatto modo, il lato comico e allegro che solo gli occhi di bambino sono in grado di scorgere.

Tale sottilissima ironia funziona anche come antidoto a un’esistenza a cui non ci si sente totalmente aderenti, a causa della sua volgarità e a, questo scopo, l’azione di appiattirsi ancor di più, farsi sogliola sulla rena, serve a non lasciare sguarnita la scena di sé. Passione attecchisce per tutte le cose più infime e spesso sovviene, durante la lettura, il ricordo degli impareggiabili haiku che registrano la capacità di accogliere in sé l’evento al limite dell’inconsistenza concettuale, che, però, ci mette in relazione col tutto. È proprio sulla relazione tra vuoto e dettaglio che la poesia Il sole tra le cupole c’invita a focalizzare l’attenzione:

Il sole tra le cupole
strade come intestini
il fiume putrescente
sotto gli archi di marmo

e il bla-bla della radio
come consolazione
vivere sembra un gioco
la vita un calendario.

Chilometri di case
di luce polverosa,
mani sono passate
senza lasciare traccia.

Tra l’impero, che ancora i ruderi della città eterna simboleggiano, e le vite umane che scorrono irrilevanti, separati da un’incolmabile distanza, privi di  alcuna possibile sutura, Tito Balestra riconosce il suo dramma più grande: l’impossibilità di addivenire a una fusione perfetta che sarebbe il sigillo non solo di un senso esistenziale ritrovato, ma anche del suo personale ruolo nel crocevia storico (si ricorda che Tito Balestra ha ricevuto un encomio dalle Armate Alleate in Italia per la sua attività partigiana).
Ancora a questo iato, il poeta longianese attribuisce l’inaridimento della vena a cui però non segue il placarsi della contraddizione: corpo e mente proseguono lungo due linee separate e irriducibili. 

Come una tartaruga sei contento

Come una tartaruga sei contento
del tuo moto lentissimo, del guscio
che ti protegge. E lì resti a muffire
trasognato tra i tuoi poveri versi
e i tuoi malanni.

Quel dolore di vivere, quell’inadeguatezza che non evita di causare malessere anche quanto più si è ridotta ai minimi termini la progettualità della propria esistenza: “vivo / come se non contassi”, è, dunque, al tempo stesso, anche strategia di sopravvivenza, capacità di controllare gli eventi e di non lasciarsi travolgere. Il valore dell’esistenza sarà dato dalla somma delle percezioni, dei pensieri, delle valutazioni e degli affetti, pur sullo sfondo dell’irrazionalità che attraversa ogni cosa.

Al fine di meglio selezionare le modalità espressive più adeguate alla sua dianoia, in osservanza alla libertà stilistica dei poeti novecenteschi, fra le pagine di Balestra vediamo susseguirsi modi elegiaci, narrativi, satirici: una presenza costante è, in particolare, data dalla vena satirica che restituisce il discorso morale su vizi e virtù delle associazioni umane. La lente del poeta fissa i difetti della società contemporanea, ma soprattutto stigmatizza quelli che sembrano connaturati al genere umano e perciò eterni. Ma si pensi poi anche ai deliziosi scherzi su De Chirico, per quel tanto che ci serve a ricordare l’ambiente romano in cui Balestra ha vissuto, in fraterna frequentazione, la sua giovinezza e maturità con i poeti e gli artisti più importanti dell’epoca in Italia e di cui è testimonianza la splendida collezione artistica “Fondazione Balestra Onlus”, ospitata nelle sale del Castello Malatestiano di Longiano. Non poche, fra l’altro, le sue critiche a un sistema culturale che confeziona su misura la grandezza degli artisti: “Arrivare arrivare, dove?”.

Tito Balestra raggiunge nelle sue poesie una sorta di astrazione invero originale: non usa rime, sparuti gli aggettivi che rendono l’immagine come incisa al fine di ottenere una precisione che renda maggiormente sfocato lo sfondo, facendo risaltare il personaggio o l’evento domestico. Una forte omogeneità e linearità del dettato, privo di salti e di cadute, costituisce un tessuto lirico saldo e fermo, nettamente opposto al plurilinguismo. L’aulicità della vita è innervata nel quotidiano con perfetta fusione. La sfocatura storica consente a Balestra di concentrarsi sull’interiorità, di cui la confessione è il segno principale. Il poeta avverte la necessità di rinnovare l’analisi del sé e della sua inedia in ogni poesia, confermando che ciascuna di esse, avente, dunque, un medesimo tema, non vale come ripetizione, ma come vetta di consapevolezza: ogni poesia, un autonomo cristallo.



giovedì 10 gennaio 2019

Marco Furia “Pittorici idiomi” eBook, La Recherche


Georgia O’Keeffe “Strada, New York


Come nel suo penultimo libro, Marco Furia nell’ebook “Pittorici idiomi” pubblicato sul sito www.LaRecherche.it, prosegue la sua indagine sulle opere d’arte. A partire dall’osservazione, l’intento è quello di giungere a disegnare un ambito di cose dicibili attorno all’oggetto artistico. È, quello da lui collezionato, un insieme di proposizioni che risulta da una particolare ricerca filosofica, perseguente il discrimine tra ciò che si può dire e ciò che si può solo mostrare.
Dalla descrizione, l’autore giunge a formulare congetture sulla scena, sui personaggi rappresentati. A proposito del quadro “Gara di tiro con l’arco” di David Teniers il Giovane, una scena paesaggistica in cui un gruppo di persone è intento a osservare un uomo in procinto di tirare con l’arco, Furia afferma: “I tiri - non abbiamo dubbi in proposito -  saranno valutati in maniera equanime”.
Dalla descrizione all’illazione (sempre contenuta nell’atto interpretativo): “Il genere umano è piccolo rispetto alla natura e gli individui rappresentati dall’artista paiono averne consapevolezza: la gara non si distacca dal resto dell’esistenza”.
Il discorso si sviluppa in maniera autonoma, diremmo, seguendo, appunto, in una collezione di frasi, la rete che collega il fatto a quanto può dirsene, che inevitabilmente è come deviato, deformato dal soggetto che osserva e interpreta.
Il linguaggio si snoda fra anse e golfi, inanella disgressioni, ritorna al punto di partenza, ma senza coincidervi. I cerchi a volte concentrici, si allargano per comprendere concetti astratti: l’esistenza, il modo di vivere, le scelte morali.
Nel testo dedicato al pittore Dahl per il quadro “Paesaggio montano norvegese” , l’inchiesta di Furia si stacca di netto dalla descrizione per chiedersi: “Perché dipingere una veduta?”. La sua riposta è che lo si fa per investigare le relazioni tra il nostro essere nel mondo, il rapporto con la natura e, in ultima analisi, l’io artistico.
Attraverso i quadri, Furia esplicita il suo universo concettuale, di chiara derivazione wittgensteiniana.
I quadri scelti sono selezionati tra i quadri di genere, che nell’Ottocento costituivano l’unica fonte documentaria visiva degli eventi sociali e storici: dall’inaugurazione di un tratta ferroviaria, ai danni dei bombardamenti a Londra, dalla rappresentazione di interni fastosi a quelli di abitazioni popolari, dalla natura morta ai ritratti.
Ciò consente a Marco Furia riflessioni sul coinvolgimento, sulla percezione e persino sul linguaggio con cui egli descrive la scena, ben sapendo del residuo irriducibile non solo del linguaggio verbale che tenta di restituire il contenuto del quadro, ma anche del linguaggio verbale rispetto a se stesso: “Anche se fossimo i migliori oratori e scrittori non dovremmo accettare, in ogni modo, i limiti imposti dall’uso del linguaggio?”.
D’altronde, lo stesso Furia indica che esistere equivale a restare nell’ambiguità, “una precisa ambiguità da riconoscere e accettare”, restando aperta “la via dell’interpretazione”.


O’Keeffe, 1926

Nel 1926, Georgia O’Keeffe dipinse “Strada, New York”.
In fondo a uno stretto varco metropolitano, vero e proprio corridoio che corre lungo pareti prive di qualsiasi apertura, si scorge un solitario lampione dalla foggia simile a un punto interrogativo.
Il fondo stradale non è visibile e il cielo è ridotto a un biancastro intaglio.
Solitudine, senso di estraneità, alienazione?
I più diffusi malesseri sociali cui sono esposti gli abitanti delle grandi città vengono, senza dubbio, ben rappresentati in un dipinto che ritrae un ambiente esterno angusto e soffocante.
Non si vedono passanti: gli uomini, dopo aver costruito quegli inquietanti edifici, sono fuggiti lontano, inorriditi?
Forse quelle costruzioni sono disabitate o, forse, difendono gli apparati repressivi di un sinistro tiranno.
In fondo al tunnel, tuttavia, è ben visibile un elegante lampione che indica la presenza della società civile.
Un relitto, una speranza, una traccia?
Propendo per quest’ultima ipotesi.
Possiamo considerare quel bianco globo, sostenuto da un ricurvo braccio metallico, un segno, un’impronta.
È civile illuminare le strade al fine di consentire ai cittadini un’agevole vita notturna.
Un segnale, dunque: qualcosa di buono c’è o c’è stato.
A prescindere da ogni (auspicabile) senso di fiducia, il segno resta quale testimonianza.
Occorrerebbe, certo, demolire quelle cieche mura: il lampione, ovviamente, non parla, si limita a mostrarsi.
Più di novant’anni sono trascorsi dai giorni in cui l’opera fu dipinta e quell’angusto corridoio è stato replicato infinite volte nelle nostre città.
Dal punto di vista specificatamente pittorico, si nota un cromatismo sfumato che presenta tratti orientati al giallo, al verde, al rosso, al grigio scuro, nonché un impianto formale in cui lunghi parallelepipedi fanno da contrappunto all’opposta parete liscia.
Perfino in quel deserto di cemento, qualcosa rompe la deprimente monotonia: due fisionomie differenti si fronteggiano e si confrontano.
Anch’esse vittime dell’umana insensatezza, paiono quasi essere consapevoli di condividere un destino davvero poco gradevole: ambedue si protendono verso il lampione, ossia verso uno spazio meno oppressivo.
Si direbbe che muri e fanale non siano privi di vita e che dialoghino tra loro.
Anche nel più cupo avvilimento un’espressione può ancora emergere, anche nel più terribile sconforto è possibile indicare una direzione.
Si tratta del richiamo al valore di un segno dinanzi al quale possiamo, come appartenenti al genere umano, imboccare la strada di una saggia buona volontà oppure quella dell’annientamento.
In fondo al tunnel non ci attende la soluzione del problema, ma un (illuminante) interrogativo: tocca a noi dare la giusta risposta.
Georgia O’Keeffe ha dipinto, nell’ormai lontano 1926, assieme a un soffocante ambiente metropolitano, certi inquietanti aspetti dell’esistenza che ancora oggi ci assillano: ritrarre un luogo per ritrarre l’uomo?
Sì, guardando il presente e predicendo il futuro.

                                                                                                     Marco Furia

  

giovedì 3 gennaio 2019

“Il signor Grillo e l’evoluzione della specie” testi di Gilberto Isella su incisioni di Loredana Müller, edizioni areapangeart, 2018





Le sedici varianti incise nascono, come afferma la stessa artista in una nota interna al libro “Il signor Grillo e l’evoluzione della specie”, testi di Gilberto Isella su incisioni di Loredana Müller, seconda uscita della collana dialogo, edizioni areapangeart, 2018, studiando da varie angolazioni un grillo mummificato trovato nel suo orto.
Immergendo il disegno, scaturito dall’osservazione, nella tenebrosa materia, colloidale e vischiosa, che a tratti lo ghermisce, anziché consegnarlo a un’illuminazione che ne consenta l’analisi scientifica, l’artista effettua un omaggio, come, d’altronde, la stessa Müller dichiara nella nota presente nel libro, a Rembrandt. 
Le condizioni d’illuminazione rendono la figura sinistramente simile ad altre figure, anche umane, facendo sorgere dall’ambiguità, in cui l’individuazione della figura dovrebbe aver luogo, l’idea che la stessa evoluzione non sia affatto un concetto lineare.
Forse, restiamo ancorati al caos delle forme, a una comunione di elementi che non consentono una risolta cesura tra specie diverse. Forse, abbiamo in noi anche qualcosa dell’insetto o ciò che vediamo nasce da una ‘costola’ del nostro umano sentire.
Le incisioni ci propongono di mostrarci, appunto, questa oscillazione morfologica, la quale ci lega a un mondo non dissimile dal nostro, almeno quanto appare distante, allo stesso modo in cui l’alga Bossea orbignyana, la quale calcifica mediante le sue secrezioni come i coralli fece oscillare la sua classificazione per lungo tempo, appunto, fra corallo e alga. Essa, infatti, fu studiata da Darwin, poiché faceva saltare tutte le cesure tra il regno dell’organico e quello dell’inorganico.

Ancor di più che in ambito scientifico, le osservazioni in campo artistico sono determinate dalla capacità evocativa insita nei processi mentali, da un’attenzione al marginale e al latente.
Darwin, d’altronde, come c’insegna Bredekamp nel suo “I coralli di Darwin”, faceva costantemente uso di metafore visive  e verbali per condensare le sue idee: l’uso di linee punteggiate, insieme ai rametti, furono il mezzo grafico che egli utilizzò per la rappresentazione delle sue riflessioni. Per la prima volta, l’evoluzione naturale possedeva una forma visiva e, diversamente dai tradizionali modelli dell’albero della vita e dell’albero della natura,  essi non rappresentavano un progetto dato, ma un processo che si sviluppa nel tempo. Darwin privilegiò il corallo come modello, “poiché questo con i suoi tronchi atrofizzati, che potevano essere considerati come fossili delle specie estinte, e le sue ramificazioni divergenti, potevano offrire una immagine più adeguata” del modello ad albero di Lamark. Inoltre, la struttura del corallo corrispondeva anche alla “doppia definizione darwiniana di legge e caso, le opposte forze che il naturalista inglese vedeva agire nell’infinito riprodursi di completezza e suddivisione delle forme”.

Il grillo mülleriano, in un’ulteriore stratificazione memoriale, assume sembianze umane anche in virtù dei racconti per l’infanzia: la nostra cultura partecipando alla percezione, trasforma la natura in artificio. La figura assume aspetti non rassicuranti, in onore ai tanti racconti onirici, da Kafka a Poe, ma rischiarati da un color bronzo fuso, pulsante, che palpita nel corpo e ce li fa sentire in procinto di effettuare la trasformazione in essere umano. Nelle incisioni vediamo, in una sorta di successione quasi filmica, il corpo antropomorfizzato del grillo, con tratti favolistici, e mai raggelato in una fissità scientifica. 

Gilberto Isella dichiara, per parte sua, che l’universo è caotico: una sorta di delirio di Bosh aleggiando sulla linea evoluzionistica della specie, costringe le forme viventi a un “andare avanti e indietro senza regole”. Quasi una illogicità sepolta nel cuore stesso degli esseri che li rende preda dell’imbarbarimento. Isella, nei suoi luminosi versi, oscilla con una sorta di trapezio verbale tra insetti ed essere umano. Folgoranti corto-circuiti mettono in contatto elementi normalmente separati: 

oh tubercolo pirata,
saga dei simulacri 
con cui rappezzi e inàmidi
ciondoli di caos, tèndini
chiedenti carne, carni
invocanti scatole
                              scatole con tèndini,
per vibrare più tardi
nei crepacci dell’Evoluzione
                              se da canali abbandonati
rimuovi lo stolto ridacchiare 
e cauto lo rielabori
                              in un solo pulsar lassù
di ramoscelli, genomi
strapieni di ruvidi accenti
                                 balzanti con fosforo
in lunghissima piaga






la piaga nelle cosce
la piega delle voci
che a mosca cieca s’inseguono
su diafane balestre 
apostrofando
                       “Grillotta sagittaria
in volo per Cape Town,
che mai succede oggi
alle tue cento antenne?”

“oggi captano e cacciano
il gran caprone
risorto dal manuale 
di termodinamica 
in capo al faro,
sì sì, specchio del mare 
mare dall’azzurro pelame,
il suo osso sacro perenne,
                       il Graal che rinfocola 
e splende”


Il risultato è uno straordinario viaggio immaginativo che, se si diparte dall’osservazione artistica imparentata con quella scientifica, approda però a un universo totalmente ricreato, ove la scienza appare inglobata.

                                                                                             Rosa Pierno





venerdì 21 dicembre 2018

Bruno Di Pietro “Colpa del mare e altri poemetti” Òèdipus, 2018




Profondamente immerso nella cultura classica, Bruno Di Pietro, di cui qui si presenta la raccolta antologica dei procedenti suoi libri editi, “Colpa del mare e altri poemetti” Òèdipus, 2018, è poeta che fa risuonare nei suoi versi le antiche familiari voci, quelle filosofiche in primis, ove la parola viene forgiata sull’incudine esistenziale: alla prova dei ripetuti colpi, pare riemergere la visione filosofica eleatica ancor più temprata dal confronto con i fatti. Il divenire, la via del ritorno, e soprattutto quel dialogo fra ragione ed emozione che fa sfrigolare anche il metallo più tenace. E questi sono temi che si ritrovano nell’opera poetica, fin dagli esordi. Temi che agiscono in primo piano, ma che hanno sullo sfondo ben lunghe ombre, proiezioni antagoniste.

La natura è teatro, luogo senza il quale nulla si dà, e che incita, incute timore, riconduce all’ordine. Uno sfondamento nel proscenio ci rende avvertiti: di fronte a un mondo preordinato, che agisce senza curarsi di noi, fa riscontro un universo ‘altro’, parallelo, in cui bellezza regna; essa è un manto che avvolge le cose, ma che può anche scivolar via all’improvviso. Indicare che cosa sia la bellezza e che cosa produca in noi é forse l’insuperato intendimento di codesto splendido libro antologico, il quale si sottrae al compito di cercare fra le tante definizioni quelle giuste, facendole invece risuonare tutte insieme come noci in un sacco. Che la bellezza a tratti sgomenti, non provoca maggiore inquietudine dell’evidenza delle cose che non hanno significato, quelle ’”indigenti” parole “che hanno “poca confidenza con il vero”. Bellezza allora pare l’unico legame tra interno ed esterno e per questo arpiona tutto l’interesse del poeta. 

È l’occhio poetico che deforma ciò che è fisso, statico, e lo rende fluente, soggetto a desiderio, pur se pacata resta la voce autoriale, quasi avente uno scanzonato distacco. Lì, dove ragione non attecchisce, o quando sia troppo aderente alla superficie delle cose, fra questi due estremi lo spazio si ampia, si dilata, con il respiro del canto. Sonorissimi versi, in cui le rime ribattono proprio dove la ragione si distoglie, già consapevole dello scacco. Essi sono, in concreto, ancora uno dei metamorfismi con cui la bellezza ci seduce. Dalle stanche spoglie di un ordine creduto incistato nelle cose, tutto si volge, come per un contrordine in direzione avversa. Bellezza sembra il simbolo di quest’inversione, a tratti capricciosa, a tratti sfolgorante. Per tali vie si aprono nuovi assi di percorrenza, prospettive desuete perché “(il reale si ama se è segreto)”. Il nulla, quel nulla che non può mai essere immaginato, senza che vi si pongano pietruzze, occhi amati, utopie, cose concretissime, è ricondotto al tutto dell’attimo presente.

Proprio nella raccolta che dà il titolo all’antologia Colpa del mare, potenza del Dio, dell’uomo, dell’amore risiedono sulla stessa ruota: nomi diversi per un unico osservatore, che cerca equivalenze e punti in comune come leggendo figure della via Lattea. Proiettare ed essere proiettato: si può, non è progetto incompossibile. Pensiero e intuito collidono in un moto che non li estingue: come lembi estremi di cosa che roteando si confonde e prende forza. Forse bellezza è nelle connessioni fra le diverse attitudini della mente. Inseguendo il cosmo, Di Pietro ritrova l’amata e la propria mente.

II

Troppe stelle nel cielo e infiniti
numeri che l’abaco non basta.
Scolora quieto il tempo della notte
gonfio di aromi e spezie impasta
il vento libico le sabbie le vele
e spinge gole di nuovi coloni.
Tu greca portata fin qui dal mare
non guardare chi fa ricerche dotte
astrae chi studia il cerchio dal tuo seno.

Il fato sembra atto di deliberata scelta nel corto circuito fra incommensurabili grandezze e Di Pietro muove con leggiadria i battere e i levare di una materia favolosa. Imperterrita, la ricerca di spazi liberi da costrizioni dogmatiche s’impenna a ogni nuovo ostacolo.

VII

Io rifiuto la questione trita
per cui una cosa deve avere inizio.
Ti aspetto sul ciglio della vita
nel luogo dove non c’è giudizio
né perdita o profitto se le dita
indugiano ai capelli al vizio.
Ti aspetto ai margini nell’interstizio
nel vento inquieto della via d’uscita
dalla paura di cui sei l’indizio.

Tutto è inversione in tali leggiadre trame, il concetto si dissolve per tramutarsi in variegate trasparenti forme: ogni cosa trapassa in un’altra e il giudizio non vi è inficiato grazie a una visione superiore che riannoda il tutto in un rinnovato intreccio. Usciti che si sia dalle strettoie delle contrapposizione, i cui termini non si possono scambiare, si è entrati nel mondo delle parvenze, delle concretezze sensoriali che mutano come la luce. Usciti che si sia dalle cose che hanno “l’umida natura di prigioni”, ci attende un mondo di rebus, ma tutti dorati e sfavillanti:

X

Ma quale infìda ragnatela d’oro
convince api ubriache di dolcezza
a farsi poi partecipi del coro
di unanime condanna dell’ebbrezza.


Solo bellezza può evitare che si precipiti in una vuota cavea. Non c’è altro spazio percorribile se non quello appena indicato, Pena il ricadere, come accade nella raccolta Velieri in bottiglia,  nelle tormentate peregrinazioni di una mente che gioca a comporre una figura intera con le tessere provenienti da diverse scatole.
Amore è la maniglia a cui reggersi per volgere le spalle a un mondo arido e privo di sorprese, è il tema di Avari fiori. Pur anche quando sia quasi impoverito, svuotato,  estinto, allora, si computano le parole, gli sguardi: fotogrammi senza soluzione di continuità che scorrendo riescono ancora ad annullare il vuoto. E ciò accade quanto più amaro è il calcolo esistenziale: la voce è sempre calda e vischiosamente aderente alle cose, anzi, ancora più avvolgente con le umanissime note affettive, in una mai dismessa ricerca di empatia persino con l’insensato, cioè con l’aspetto delle cose non investite dalla passione.
Nella più prosciugata misura della poesia, nella sezione Iscrizioni, che si esaurisce in una sola terzina, Di Pietro lavora la materia in senso quasi lapidario.
Quando il desiderio non trascina l’immaginazione, nella raccolta Acque/Dotti, il reale mostra tutte le sue incongruenze, e il poeta del tutto onestamente ne effettua il regesto, quasi tracciasse un diario di bordo, capitano in attesa di nuovi venti che trascinino al largo il veliero. 
Il Fiore del Danubio inaugura una nuova fase nella poesia di Bruno Di Pietro, allorché il fascino di alcune personalità storiche o poetiche lo inducono ad assumerne l’identità in un “travestimento” che meglio serva a restituirne la complessità. Ma, come tutti i travestimenti, essi non sono che l’espressione di un ennesimo esercizio del sé. Tuttavia, l’innesco del tempo storico produce, un riavvicinamento più tollerante verso quella ragione che Di Pietro aveva voluto sempre volgere in immaginazione.

                                                                                              Rosa Pierno


venerdì 14 dicembre 2018

Ranieri Teti su Vito M. Bonito, fabula rasa. Oèdipus 2018





La veste editoriale ci consegna un’opera poetica che non contiene pre/postfazioni. Non è una novità per questa collana, “Croma K” curata da Ivan Schiavone, ma nel panorama della poesia contemporanea rimane un tratto da rimarcare, un’emancipazione.
Da evidenziare è l’uscita del nuovo libro di Vito M. Bonito, tre anni dopo “Soffiati via”.
Tre anni sono stati il tempo necessario per distillare queste parole cresciute intorno alla nascita della bambina bianca, che di fatto innerva tutto il testo. Da una genesi a un’estinzione, che avviene nel fumo, nella nebbia, nel fuoco “che solo m’affina”: una nuova vita sembra portare al termine una vita precedente, in un passaggio che la scrittura di Bonito racconta come un superiore atto d’amore. 
Questa fabula, nel suo narrato, rimuove stereotipi. Decolora l’innocenza. Osserva qualcosa che si muove sotto la superficie di un ipotetico giardino d’infanzia, descrive l’espandersi in questo terreno di una radice sotterranea, lo fa con le innumerevoli possibilità della poesia, dell’esperienza (“la felicità resta l’inganno supremo / il fondamento dell’usura”) e della conoscenza. 
La bambina bianca entra nel testo in corsivo, con un delicato “toc toc”, e collabora a una poesia che spesso diventa dialogica, nell’alternanza delle voci. 
Dal “buio del creato” nasce quest’opera complessa e caratterizzata, proprio perché così deve essere data l’idea generativa, dalla prevalenza di un versificare breve, da rime e assonanze che ci sono offerte dalla coppia padre-figlia, a tratti cantilenante. È come se via via, pagina dopo pagina, le dolcezze, la consapevolezza della perdita e del dolore (“la luce è perfetta / inizi il dolore”), compresi i ricordi più ilari - straordinario quello della lavatrice - fossero affidate al paterno, mentre le durezze fossero tutte caricate nelle parole del filiale: “padre ‘sto cazzo / caro papà”, oppure “per te / ho apparecchiato / l’inferno”, cui il genitore idealmente risponde qualche pagina più in là, alla fine, “o mia pèue ti temo / sei fata morgana / di una mente allo stremo”. Pèue, scrive Bonito nell’aletta, è il senhal della bambina bianca, il suo nome-suono prenatale, pregrammaticale.        
Lo sdoppiarsi dell’autore, in questa prova divisa in due voci così differenti per temi ma del tutto unitarie per stile e tono complessivo, tra “respiri e smarrimenti” produce effetti testuali inediti: il libro ridefinisce una parte centrale di mondo, la rinomina come prima non era stato fatto. 
Teneramente spietata, “fabula rasa” ha una grandezza che ammalia, che invita a ritornare sui testi.

                                                                           Ranieri Teti