giovedì 22 settembre 2016

I disegni di Enrico Pulsoni in "Paesaggiornaliero", BuffiArte, 2014





Il disegno, mezzo privilegiato del bellissimo catalogo di Enrico Pulsoni "Paesaggiornaliero", BuffiArte, 2014, è sempre presente nella sua ricerca: con un tratto vigoroso e preciso, che non è schizzo, non prova estemporanea, ma strumento di analisi e verifica, costruzione della figura/forma, egli ci presenta  un iter grafico di assoluto interesse. Il tratteggio,  variegato e stratificato, mostra il modo in cui una forma nasce dall'altra, condividendola parzialmente per formarne un'altra. Quel fenomeno del percolamento del carbonato di calcio, che trasudando dalle pareti forma stalattiti e stalagmiti, assume sulla carta una connotazione organica, subitanea, che si sviluppa sotto gli occhi dell'osservatore.

I volti, le membra, le forme si rincorrono nella raccolta alternandosi a figure geometriche che circoscrivono un oggetto e, replicandosi come mondi incompossibili, riflettono un oggetto trasformato. Il disegno, mezzo duttilissimo, progettuale, realizza una visione concettuale senza l'aggravio di una estromissione delle caratteristiche estetiche. Il tratteggio, in Pulsoni, presenta un'inclinazione sempre variata che ci comunica la pressione fisica, la presenza dell'artista sorpreso nell'atto realizzativo, introducendoci nella fucina ideativa.

Quanto il geometrico sia distante dal figurativo è infatti la questione centrale di questa sequenza ove le singole opere sono direttamente relazionate, dialoganti l'una con l'altra. Il cerchio è la matrice geometrica da cui si diparte l'attività del tratteggiare (reticolo della percorrenza, dell'insistenza) ma anche le proiezioni, la costruzione per punti, quasi un accertamento, misurazione spaziale atta a prendere possesso della superficie.  Si sottolinea che Enrico Pulsoni è laureato in Architettura e questa forma mentis è rintracciabile in molteplici sfaccettature nelle sue opere (anche quelle plastiche).

All'interno di un cerchio, può trovarsi un ritratto,  spesso autoritratto, privo di lineamenti, importante, dunque, in quanto forma, oggetto fra oggetti, trattato alla stessa stregua. Le pagine si susseguono assumendo l'iter di una narrazione, all'interno del libro d'artista, relativo alle possibili nascite, alle certe sovrapposizioni. Linee si dipartono dal tratteggio per assumere il ruolo di figura, causando un'interconnessione nella percezione tra elementi differenti, che nel disegno diventa precipua. Tuttavia, diremmo ch'esso ha sempre valenza autonoma, figura per se stesso. Delinea come un mondo all'interno di un altro, dove l'autonomia è solo funzione dei livelli percettivi.

Si rintraccia nell'album un dialogo tra profondità e superficie,  ma Pulsoni vi aggiunge la tassellazione, che è un sistema per ricoprire il piano e lo spazio con poliedri adiacenti senza sovrapposizioni e senza lasciare vuoti. Sorta, dunque, di ulteriore struttura che risiede insieme alle altre. Inoltre, il tratteggio non è solo funzione della luce intercettata dagli oggetti, ma rende conto anche della materia, riuscendo a evocare porosità, granularità, scorrevolezza, asperità delle superfici.

La ricostruzione da parte della mente di una figura circolare (elemento preferito da Pulsoni) non è compiuta, è un processo su cui l'artista si sofferma per scandagliarne effetti e dinamiche. Su queste soglie, in tali scollamenti,  l'artista opera per cavarne la trasformazione di cui è alla ricerca. La traslazione, la simmetria, la propagazione del segno da una costruzione  all'altra - effettuata operando con elementi appartenenti a diversi sistemi di rappresentazione - sono registrate nell'album, senza soluzione di continuità. Si tenga conto che anche la resa dell'ombra di un oggetto, pretendendo una diversa restituzione, pone questioni sulla sua interpretabilità. L'ombra appartiene alla realtà, nel disegno è tutt'altra cosa. È disegno al pari dell'oggetto che la procura. Pulsoni agisce anche nell'ambito delle proiezioni ortogonali, sfuggendo alla rappresentazione canonica, evadendo dalle regole che si assumono a scatola chiusa,  puranche quando le si trasporta fuori contesto. Ecco, perché il disegno, in Pulsoni, coincide con ricerca.

                                                               Rosa Pierno

venerdì 16 settembre 2016

Fabio Merlini "Filo di perle" con disegni di Giulia Napoleone, Pagine d'Arte, 2015





Necessità della bellezza scaturente dalla realtà esperita in quanto epifania. Potrebbe mai infatti darsi come epifanica la realtà alla nostra percezione se non attraverso la bellezza, quel viatico senza idea che trapassa nell'essenza dall'essente?
La realtà che si dà come evento è immagine sorprendente che salda le distanze. È lo stesso autore, Fabio Merlini, nella silloge "Filo di perle" con i disegni di Giulia Napoleone, Pagine d'Arte, 2015, a indicare il ruolo privilegiato che tale apparizione ha all'interno della sua scrittura. Con un medesimo movimento Merlini vede la materia divenire forma poetica, nulla a cui poter applicare una teoria che resterebbe eterogenea alla fusione prodottasi. Se la poesia è coincidenza di forma e contenuto, da aristotelico dettato, è anche "verità di sé - secondo un certo sguardo e un certo momento, non già quale verità in sé". Il riferimento non è a una verità propria dell'arte, nel senso di verità autonoma, in quanto la scaturigine della poesia mostra l'inscindibilità di senso e forma, appunto. Ed è immediato ricercarlo nelle splendide, raffinatissime immagini di Giulia Napoleone che fanno da contrappunto al testo poetico di Fabio Merlini, giacché la forma vi appare come distillato di una bellezza non apparsa improvvisamente alla coscienza, ma costruita con intenzione, desunta da una stratificazione percettiva, da una condensazione sedimentata, quasi procedimento opposto a quello epifanico, eppure, anche qui, il senso non si veicola tramite concetto, ma approda alla bellezza in quanto unità di forma e contenuto. Nel doppio passo del poeta e dell'artista si rintraccia dunque una medesima concezione che sussume nella poesia la creazione formale, raggiungendo la sua verità per questa via, escludente pertanto la separatezza e privilegiando l'indissolubilità dell'espressione.






Pharmacos

Puoi rimestare a lungo il pensiero nell'accaduto
ma se vedi anche solo
un'esile lingua di mare 
tra i due cipressi nel giardino del mulino di Spetses
la bellezza è più forte
e ti strattona lontano
come la cima con la vela
nella virata repentina.


Le cose

Allontanati
guarda
di qui si vede il bambino che gioca
non sa come è tanto
più vicino alle cose
di noi così tanto
dalle cose
allontanati


www.padinedarte.ch

domenica 11 settembre 2016

Alessandro Dall'Olio "Il senso di questo stare" L.S. Gruppo editoriale, 2012




La domanda posta in esergo da Alessandro Dall'Olio nel libro "Il senso di questo stare", L.S. Gruppo editoriale, 2012, "Ti hanno mai amato come meriti, / per tutta la durata di una amore?" sembrerebbe potersi volgere in questa: in che modo dire l'amore? Dove la forma del dire è allo stesso tempo anche il significato che si dà all'amore. Ci colpisce subito il richiamo a quell'acutezza  chiamata a dar conto del polimorfismo dell'amore: "L'acutezza è un esercizio, / l'amore detesta l'abitudine". Ritroviamo in tal modo i capisaldi dello svolgimento poetico del libro, ove vengono presentati i rapporti sottili e ambigui esistenti tra le cose, i      sentimenti e il pensiero, rivelando le disarmonie del reale, ma anche il collegamento concettuale tra elementi appartenenti a campi diversi e opposti con effetto, qui, più che di meraviglia, di stridore. E si può dire che, appunto, la versificazione del poeta bolognese rivolga insistentemente lo sguardo a un dispiegamento discorsivo che concateni tutte le facce di un medesimo fenomeno, più che alla sintesi.

Il polimorfismo innanzitutto riguarda i segni lasciati dall'amato, le tracce del suo passaggio, i labili e mobili affetti: "un odore", la "riga di sapone", i quali valgono come una scrittura del corpo. Tali segni indicano l'amore, lo testimoniano, quasi lo causano, anziché esserne la causa, e questo ci dice quanto il terreno sia scivoloso, incerta la preda, instabile lo stato anche dell'atto riflessivo. Si è "totalmente altri da prima"  senza sapere che cosa si sia esattamente divenuti. Persino la scansione temporale subisce uno scarto dal significato originario: ore, sere, albe, indicano un tempo deviato in quanto, anche se l'amore termina, esse durano, anzi si protraggono, significando il tempo protratto dalla passione. Tutto si carica, dunque, di un senso ulteriore, eccedente  e  non esauribile durante lo stato dell'amore. Tuttavia questo è anche, contemporaneamente, un libro sulla sua intermittenza, ove si palesano i momenti più consueti, quotidiani, banali. L'altro, il partner, è visibile solo in una inquadratura parziale, assimilabile quasi sempre a qualcosa di segreto, parziale, scritto. L'amore non riesce a equilibrare la conta di ciò che c'è e di ciò che manca.Dall'Olio ne parla in maniera non enfatica, mai assolutistica: è un amore imbastardito dai mille piccoli incidenti quotidiani dell'io, occupato a vivere la sua giornata, ma è, allo stesso tempo, esso che fa combaciare l'io con l'altro, costruendo nella memoria i ricordi che valgono a definire l'esistenza.

Da una parte, assistiamo  a una spietata critica del complesso sentimento:

L'amore pavido vive di sopite menzogne.
Senza sosta parla di frattaglie
per il gusto di vuotarsi la bocca,
evitando di urlare le cose più vere
per il timore di riempirsi il petto.

Dall'altra, osserviamo l'amore risiedere nell'esistenza al pari di una pietra preziosa. Esso ha il suo dominio nel corpo, il corpo trova la sua parola nel gesto. Il problema dell'amore è sempre anche il problema della determinatezza di sé, il quale non trova approdo, non raggiunge stasi. L'unione, per la maggior parte del tempo, si configura come malanimo, insoddisfazione, incertezza, ma sovente accade un miracolo: i corpi uniti e stretti riescono a isolarsi dalla palude e a spiccare il volo (si guardi alla presenza degli uccelli in tutta la raccolta, i quali equivalgono all'anelito alla naturalezza degli istinti e dei comportamenti contro la gabbia delle convenzioni). Il corpo appare come la risposta a una vita oppressa da doveri indotti, da sistemi economici stritolanti: esso soltanto può essere il mezzo per trascorrere dal sopravvivere al vivere. Nella realtà disamorata, consumistica, alienata, il corpo ha il potere di reintrodurre l'amore.

La sparizione del sentimento, anzi, ė segno certo del veleno che ci è stato inoculato. Giorno dopo giorno si affievolisce il febbrile stato, l'amorevole unione. Nella raccolta sono rari i momenti effusivi, teneri rispetto a un'estesa casistica di dubbi e insoddisfazioni, nondimeno tale sentimento, analizzato non in quanto essenza, se da una parte restituisce un equilibrio fra pulsioni negative e positive, dall'altra è il motore che produce libertà. Infatti insufficienza, incapacità, paura rientrano a pieno titolo nella totalità dell'amore, ma rilanciano una valenza positiva nel dirigere, nel fornire coscienza. Non tutto il bene, non tutto il bello, ci racconta Dall'Olio, dell'amore, e in questa teatrale, e pensiamo al teatro lulliano, complessa, definizione, la scrittura non ha luogo di poco momento:

Si disegnano i tormenti perenni.
Più nero che bianco
sul foglio rigato da una mano
che non sa tenere la matita.

La scrittura è capace, più di ogni altra cosa, "di controllare la misura e l'esito" dell'esperienza umana. È la scrittura che consente di tenere il conto, di incasellare giustamente ciò che va sommato o detratto. Scrittura è presente ovunque: "Nel risvolto delle labbra / stanno versi senza alfabeto". E addirittura "le parole contano / più dei fatti". La scrittura, pertanto, come strumento necessario giacché proprio lo stato dell'amore (come d'altronde, la condizione più generale dell'esistenza) impedisce la perfetta visibilità della totalità, quando vi si è immersi): "Quando mi avrai perduto / mi riconoscerai". La riflessione consentita dalla scrittura consente, appunto, di afferrare e tenere fermi i molteplici capi dell'ingrovigliata questione:

La perfezione non nasce dal ventre
a cercarla si fanno solo morire le emozioni
al capolinea di tutte le menzogne
che passano veloci come sono venute,
per trovare ragione solo avendo torto.

Anzi, parrebbe che in Dall'Olio se c'è l'amore dei corpi non c'è parola, ma scrittura c'è sempre, come attitudine riflessiva, attività fondante dell'esperienza e della comprensione. Una sorta di chiasmo a più nodi presenta, pertanto, la compresenza di ragione e passione, verità e menzogna come inscindibili, rispetto al quale si palesa necessaria una restituzione che stia maggiormente dappresso alla realtà del vivere. D'altronde, l'amore non fa perdere ritrovando e ritrovare perdendo? "Chissà se senti il frastuono / che fa la mia scrittura".


                                                                                Rosa Pierno

lunedì 5 settembre 2016

Farhad Ostovani "Variazioni Goldberg", prefazione di Yves Bonnefoy, Pagine d'Arte, 2009




In questo particolarissimo libro,  Variazioni Goldberg, edito da Pagine d'Arte, ma più che libro catalogo di disegni, due voci, quella di Yves Bonnefoy e di Farhad Ostevani, tentano di spiegare il rapporto fra opere visive e musica, dove la riflessione insegue l'opera e  quest'ultima sfugge a se stessa.

Nella prefazione, Yves Bonnefoy affronta l'affermazione del pittore, il quale dichiara di disegnare sempre ascoltando Bach e di lasciarsi penetrare da ciò che accade nelle forme musicali quando egli elabora le sue, constatando una parentela, se non un'identità di fondo, fra i due modi di percepire i dati dei sensi e di iscrivere il fatto umano in pittura e in musica.

"E perché no?" c'é altro, se non la musica, se non la pittura: esperienze dell'unità nelle quali si confondono tutte le voci che provengono dal mondo delle apparenze? Se nella cultura orientale si intendono rumori e suoni contemporaneamente, in occidente, dal tempo dei greci, si è inteso privilegiare la forma a dispetto di tutto ciò che ne resta escluso. La pittura per Bonnefoy riesce a preservare la complessità delle cose, trasgredendo le rappresentazioni semplificate che il pensiero produce.

Ostevani si rivolge alla musica, non come fa Tiziano, con figure allegoriche, poiché la si ritrova nel suo gesto stesso di pittore. Egli è cosciente dell'infinito presente in tutte le cose e ne é più cosciente di quanto lo siano altri pittori della nostra epoca. E lo è grazie alla memoria dei luoghi e degli esseri della sua infanzia, molto vivi in lui. Risiederebbe nei ricordi la memoria dell'infinito, per Bonnefoy, la sostanza dell'Uno. Tuttavia,  se il ricordo conosce l'infinito, non ne sa percorrere i meandri. In Ostevani il tutto delle cose è presente, ma non si lascia vedere in dettaglio.

Il poeta francese trova che la pittura del pittore israeliano sia meno incline alla figurazione e più alla metafisica, rimarcando che tutta una tradizione iraniana nata dal platonismo greco, ha riconosciuto il valore centrale, per la coscienza dell'essere, di esperienze simili a quelle in cui la filosofia abborda la realtà tramite la mediazione dell'archetipo, in quanto rappresentazione schematica, generalità del concetto.  L'archetipo è la maniera di ricondurre all'universale.

È ciò che lega la memoria all'essere, che aggancia la presenza ben più dell'apparenza. Per questa via gli oggetti divengono una cifra dell'invisibile, che fa del quadro un'icona, non un'immagine. Se Ostevani vede spontaneamente l'archetipo nelle cose è perché s'interessa alla musica per guardare la vita quotidiana e i ricordi: un'esperienza dell'essere nel seno stesso della contraddizione.

A sua volta, Ostevani cerca di spiegare a se stesso che cosa accade quando ascolta per ore la musica, mentre lavora senza pensare di mettere in rapporto ciò che ascolta distrattamente, e la pittura. Nessun dubbio che un misto di esistenziale  e di intemporale agisca nelle sue opere. Come per le Variazioni di Goldberg la ripresa d'un tema, dunque di una forma, dei diversi modi o dell'intervento del caso sono importanti nella meditazione dell'esistenza. Egli riconosce che la musica parla delle stesse intuizioni profonde che vivono nei suoi ricordi e si chiede come far apparire il caso in pittura, non quello delle macchie su una tela, ma degli avvenimenti della vita.

Scopre che è delle foglie che aveva bisogno per fare corpo con la musica. Perché una foglia sembra un'epifania e, gettata al caso dal vento, significa la separazione dall'unità, un caso che metaforizza la nostra condizione umana. Guardare una foglia macchiata aumenta l'enigma della sua bellezza nella finitezza. Nei disegni evoca il turbinio dei  movimenti nella luce, nell'aria: ciò equivale alla dissipazione della materialità della tela, alla frammentazione dello sguardo. Percorrere la foglia come un'esistenza, col proprio sguardo interiore diviene prescienza d'un invisibile. A questo punto la pittura non è solamente un rapporto di forme, ella ha così messo la bellezza a distanza, un vero mistero da apprendere e meditare. Dove l'Uno ha una vera esistenza, è presenza e non immagine, poiché nella realtà particolare e nella  differenza infinita, eppure, si lascia intravedere.

                                                                           Rosa Pierno


Il libro comprende 40 studi del 2007: acquarelli, collage, disegni. Litografie su carta Népal, 42x30 cm



martedì 30 agosto 2016

Corso di scrittura poetica a Padenghe sul Garda di Rosa Pierno e Stefano Iori






I poeti e critici Rosa Pierno e Stefano Iori introdurranno allo studio e alla comprensione dei metodi e dello stile della poesia attivando un laboratorio che si pone l'obiettivo di stimolare ogni iscritto a perfezionare la propria attitudine alla scrittura in versi. Ciò avverrà anche attraverso un compendio ragionato della produzione poetica contemporanea italiana e internazionale.
Il Corso si avvale di esempi ed esercitazioni progettate per leggere e scrivere poesia perfezionando uno stile poetico personale. Questi verranno seguiti via email dopo l'effettuazione del primo modulo e preparati per affrontare al meglio il secondo, nell'ottica di ottimizzare in modo condiviso la produzione poetica di ciascun iscritto.

PROGRAMMA

MODULO 1

Primo giorno (venerdì) – ore 15/19

Cos’è la poesia? Le poetiche

Cenni sul panorama della poesia contemporanea

Secondo giorno (sabato) – ore 10/13 – 15/ 19

Contenuto e forma della poesia

Scrivere una poesia: Il contenuto – Lo stile – I generi della poesia  – Gli strumenti di lavoro – La correzione – L’impaginazione

Analisi e confronti (scelta del genere, obiettivi espressivi) nella  produzione dei corsisti.

Terzo giorno (domenica) – ore 10/13

Lettura di alcune poesie dei corsisti (precedentemente composte). Discussione e verifica con l'indicazione degli aspetti migliorativi su cui lavorare successivamente.

Durante il Corso sarà distribuito materiale didattico con bibliografia utile


ESERCITAZIONI TRA IL PRIMO E IL SECONDO MODULO

I corsisti invieranno, via email,  i propri materiali rivisti secondo le riflessioni messe a punto  nella prima parte del Corso, in modo che i docenti possano preparare per l'incontro successivo una relazione su tali componimenti con suggerimenti e osservazioni in merito.

MODULO 2

Primo giorno (venerdì) – ore 15/19

Discussione pubblica sugli elaborati dei singoli corsisti. Il confronto sulla base dei commenti critici  dei docenti favorirà la riflessione e la consapevolezza del risultato raggiunto da ciascun partecipante, evidenziando punti di forza e debolezze. L'obiettivo è quello di approfondire ulteriormente la scrittura poetica di ciascun corsista e agevolare in questi la valutazione critica dei propri testi anche attraverso letture e discussioni di gruppo.


Secondo giorno (sabato) – ore 10/13 – 15/ 19

L'attività prosegue con l'approfondimento delle componenti necessarie a definire un elaborato testuale ai fini della pubblicazione. L'obiettivo è quello di verificare efficacia stilistica, efficacia del contenuto espressivo e studio della veste grafica più adeguata al testo.

Terzo giorno (domenica) – ore 10/13

Conoscere il mondo editoriale, le riviste, il web. Il mondo del self-publishing. I Premi letterari.

Le poesie che avranno raggiunto una adeguata qualità espressiva riceveranno una breve nota critica e saranno pubblicate su blog Trasversale.

Gli autori delle migliori raccolte potranno ricevere una proposta di pubblicazione sia totale che parziale su blog, riviste e presso case editrici.

I corsisti selezionati come migliori dai docenti parteciperanno, insieme, a due distinti reading programmati nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia Virgilio 2017 (Mantova, terza edizione) e del Sirmio International Poetry Festival (Sirmione, terza edizione). La prima manifestazione si svolgerà alla fine di maggio 2017, la seconda alla fine di settembre 2017. Sarà cura dei docenti fornire tempestiva comunicazione sulla data esatta dei reading non appena i programmi dei due eventi saranno definiti. Per informazioni sui due Festival: www.poesiaterradivirgilio.it.

INFORMAZIONI SUL CORSO

LUOGO: il Corso si svolgerà presso Atelier Castagna-Salvarani a Padenghe sul Garda (BS) – via Chiesa, 53

DURATA: due week end (da venerdì pomeriggio a domenica mattina compresi) per un totale di 28 ore complessive.

DATE: primo modulo - 7, 8, 9 ottobre 2016 – secondo modulo - 28, 29, 30 ottobre 2016.

COSTI: Corso di poesia (due moduli):  € 400 - Formula per 2 persone che si iscrivano in coppia (due moduli): € 700

PERNOTTAMENTI: gli organizzatori del Corso suggeriscono di pernottare presso l'Hotel La Bussola di Padenghe (l'unico con la disponibilità per tutti i partecipanti che potranno così stare assieme dopo il Corso). Il costo a notte è di euro 75 per la camera doppia ed euro 45 per la camera singola. La prenotazione sarà effettuata dalla segreteria del Corso in base alle richieste dei corsisti. Si consiglia di arrivare a Padenghe in automobile. Per i trasferimenti da e per l'hotel è comunque disponibile un'auto dell'organizzazione.

ISCRIZIONE: Il Corso ha una limitata disponibilità di posti (massimo 12 corsisti). Per verificare se vi siano ancora posti disponibili è sufficiente inviare una email alla redazione del Corso: segreteria@poesiaterradivirgilio.it

L’iscrizione dovrà essere effettuata tramite bonifico bancario.

Beneficiario: Associazione di promozione sociale La Corte dei Poeti -
Coordinate bancarie: Banca Popolare di Sondrio – MANTOVA AG. 1
                                   Codice Iban IT 86 I 05696 11501 000004416X14.
Causale:  Quota associazione e rimborso spese Corso di scrittura poetica 1/2016

La ricevuta del pagamento effettuato dovrà essere inviata al seguente indirizzo email:  segreteria@poesiaterradivirgilio.it


Per ulteriori informazioni:

Email: blogtrasversale@gmail.com


BIOGRAFIE DEI DOCENTI

Rosa Pierno è nata nel 1959 ed è laureata in Architettura. Dal 1993 è redattrice della rivista Anterem diretta da Flavio Ermini. Fa parte del corpo redazionale della rivista d’arte libretto diretta da Matteo Bianchi, Pagine d’Arte (CH). Insieme a Gio Ferri è co-direttore della rivista Testuale. Svolge intensa attività critica nel campo letterario e artistico (è presente in numerosi cataloghi d'arte nazionali e internazionali). Ha pubblicato 9 libri di poesia:
Corpi Anterem, Verona, 1991,
Buio e Blu, Anterem, Verona,  1993,
Didascalie su Baruchello, Roma, 1994,
Interni d’autore, Edizioni Joyce & Company, Roma, 1995
Musicale, Anterem, Verona, 1999
Arte da camera, edizioni d’if , Napoli, 2004
Trasversale, Anterem, Verona, 2006 (Premio Feronia Città di Fiano 2006 Vincitore Sezione Poesia)
Coppie improbabili, Milano, 2007 Edizioni Pagine d’arte
Artificio, Robin, Roma, 2012

Stefano Iori è nato nel 1951 e ha studiato Giurisprudenza all'Università di Parma. Dal 1979 al 1985 ha svolto un'intensa attività teatrale e televisiva, in Italia e all'estero, come attore e regista. Debuttò come saggista nel 1992, firmando il volume Scritture del teatro (edizioni Provincia di Mantova). Nel 1994 fu iscritto all'Albo dei Giornalisti Professionisti e fino al 1999 è stato redattore del quotidiano La Voce di Mantova. Si è rivelato al pubblico e alla critica con la filmografia ragionata I Grandi del cinema - Tinto Brass (Gremese Editore, Roma 2000). Ha collaborato con vari editori in qualità di curatore, fra questi anche Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre libri di poesia: Gocce scalze (Albatros Il Filo, Roma 2011), Sottopelle (Kolibris, Ferrara 2013, con prefazione di Gio Ferri) e L'anima aggiunta (Edizioni SEAM, Roma 2014, con prefazione di Beppe Costa e traduzione in inglese a fronte). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo La giovinezza di Shlomo (Gilgamesh Edizioni, Mantova). È direttore responsabile dei Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi, nonché direttore del Festival Internazionale di Poesia Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival. È coordinatore del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio.

venerdì 26 agosto 2016

"Autoritratto alla maniera antica", poesia inedita di Gio Ferri








Alla maniera di un ritrattista cinquecentesco, Gio Ferri si restituisce con una mappa psicologica del tutto depistante. Non occorre sapere che un gran maestro non può cedere alla lusinghe di una riproduzione/rappresentazione veritiera, cioè concordante con il sé reale. Non fosse altro che perché il sé reale è una sorta di creatura mitica, a cui ci avviciniamo come a un limite, da cui ci allontaniamo come da un raggiro o da un'imposizione. Il sé, forse, non è altro che un andar per luoghi, un visitar fortezze, un espugnare contee, sorta di viaggio onirico fra cose credute vere che tali non sono:  ci vuole del coraggio donchisciottesco, insomma! Credere che possiamo da soli dare una definizione di noi stessi, senza tener conto del fatto che per farlo dovremmo conoscere altrettanto bene tutti gli altri è davvero un sogno ad occhi aperti. Come possiamo definire la nostra intelligenza se non in rapporto a quella degli altri? Ciò  vale per la nostra sensibilità, la nostra capacità di amare, la nostra moralità. Così, con tale zavorra, Gio Ferri tenta di affrontare l'impossibile impresa.

La dichiarazione è subito servita: "Egli è quel che cerca l'inventa lengua / E parola nuova mette alla prova". Il tutto, come se già questo non fosse sufficiente, trova ulteriore terreno infingardo nella capacità dell'ascolto altrui: nemmeno la comunicazione è possibile quando si misurano quantità diverse. A riprova che la diversa quantità delle capacità umane è qualità. L'impossibilità dei più di comprendere il prodotto artistico degli altri non è una frottola. E personalmente mi sono sempre stupita del fatto che non si nutrano dubbi sulla propria capacità di comprendere il genio altrui. E per restare nel Cinquecento,  a cui per altro l'uso della lingua arcaica di Ferri rimanda, quell'impenetrabile sguardo che ci lanciano i ritratti e gli autoritratti non sarà un memento volto a ricordarci proprio questo?

Circa la questione di un uso stilistico della lingua che ricalca certe caratteristiche di una scrittura poetica legata al passato, si deve dire che una  sorta di ironica presa attuata per i mezzi della parodia rende buon servigio al Ferri al fine di pronunciare ieratico distacco da quel che afferma. Lo stesso tema dell'autoritratto non sarebbe più moneta corrente nella cultura contemporanea. Il fatto, anzi, di marcare arcaicamente il testo configura il concreto bersaglio della poesia. Il cambiamento d'orizzonte testuale e storico inquadra il problema attuando una sorta di sfocatura che ci fa riflettere sulla difficoltà del tema, sulla sua variabilità: parlare di sé, farsi comprendere dagli altri. Sarebbe più questa una poesia sul tema della ricezione e della trasmissione, che mette a fuoco scarti e impossibilità, disguidi e ritardi e ci costringe a riflettere sul tema del linguaggio con una sola certezza nel fodero: la mobilità dei concetti, la loro storicità.

Ora che i tentativi si ammonticchino, e si protraggano oltre ogni evidenza di trarne risultati, è quasi un corollario. Che importa, non sarà  mica perché serve, ma solo perché si deve fare, si sente la spinta a farlo comunque (e si vedano alcune magnifiche dichiarazione di Samuel Beckett sull'argomento). Resta nascosto il tesoro interiore, non tanto perché lo si nasconda volontariamente,  essendo anch'esso sconosciuto all'artista, ma perché si sa per certo che è un continente inespugnabile e ciò nonostante cercato tenacemente, avvistato miliardi di volte, riperso fra le nebbie e poi, intravisto, ancora.

                                                                                   Rosa Pierno



Gio Ferri
Autoritratto alla maniera antica

Io son quel che spazia di stanza in stanza
E invan disperde sua poetica rabbia.
Vuol sortir di sua gabbia
Ma blatera in sue labbra
Egli debole che brama parola forte
In altri biasima fiacca di morte.
Ma non v’è chi l’ascolti
Et egli alfin bestemmia la sua sorte.
Quel che dice e disdice
Quel che d’amor si langue
Pur gli ribolle il sangue
Egli è quel che cerca l’inventa lengua
E parola nuova mette alla prova.
Ma l’ascoltar non trova
Poiché sfugge suo senso al comun senso
Sì che intorno il vuoto si fa più denso.
Non lontano il tempo di sua vecchiaia
Egli ringhioso cane latra e baia.
Ma non si dà per vinto
Quindi fuor dal consorzio è spinto.
Cocciuto  alchimista traccia sua pista
Ma pur chi l’ascolta
Presto ancor l’ignora di svista in svista
Al nuovo s’arrovellan seco lui
Maniere antiche sì
Che ignoranti bestie
Si fan vieppiù nemiche.
Che sarà di sua personal malìa?
Ansioso ancor cerca e spia
Il suo destino avverso
Tanto che così tronca suo verso.
In landa desolata egli è perso
Ancorchè il suo cielo gli paia terso.
Ma non perde fiducia
Di fiamma in fiamma brucia
Ei non rinuncia al cruccio
Ma sì vive la forza d’esser vivo






Tanto che di tanto in tanto ei si ferma
Alla riva del rivo
Ad asprirar solingo
Quel flusso dell’acque.
Come quando malinconia si tacque
Nascosta e ristretta in
Pugno mentre riguardava quel che passa
Senza cedere alla maniera lassa.
Pur nel dubbio
Protervo non si pente perso nel suo verbo
E nasconde e non rende quant’egli
Avaro tiene in serbo.

venerdì 19 agosto 2016

Stefano Iori su “fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni” di Claudia Zironi, Marco Saya Edizioni, 2016





Prima lettura, avida, come spesso accade nel caso di un libro che sin dall'avvio induce fascinazioni, d'altronde attese vista la materia (immateriale) promessa nel titolo.
La mente, in questa fase, cerca collegamenti (per orientarsi e forse per cercare, istintiva-mente, chissà quale rassicurazione). Il primo: parliamo di ontologia a un'ape... (pagina 25) e mi sovviene la fantasiosa poetica di Wisława Szymborska. Nel componimento successivo, dove Claudia Zironi disserta sul silenzio, appare Alejanda Pizarnik, poetessa argentina di origine ebrea che affidò ai barbiturici il proprio trapasso nell'eterno tacere. E ancora: l'acqua cade sempre su altra / acqua … alle venti e trenta della sera ... (pagina 36), ed ecco il fantasma di Antonio Porta.
Tante splendide gocce morte bagnano, qua e là, i versi dell'autrice.
Vado oltre, col passo del primo approccio, leggo d'un fiato e volo furiosamente all'ultima poesia che parte dal nobile nome di Socrate (altro fantasma) e in chiusa dice di felice dissipazione.
Il desiderio di ricominciare dal primo rigo dell'antologia è forte e deciso. Voglia impensata di quella cenere, spesso evocata nel testo, per capire i perché di tale residua polvere di chissà quali altre frantumate ossa.

Le riletture sono innanzitutto orientate all'idea (interrogativo) della morte: la cenere dei defunti sta in un'urna, ma da questa sfugge inesorabilmente, trasuda misteriosamente, trasmutandosi per apparire con altri volti.
Affronto tale questione con semplice razionalità. Per dire della morte bisogna avvicinarla fin quasi a sfiorarla. Da quest'ultima vengono spettri e fantasmi che giocano a nascondino tra le centomila sinapsi del nostro cervello. Marina Cvetaeva ebbe a dire: La poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere. Qualcosa, qualcuno: quindi anche il transumano.
Il nostro intelletto è potente e, tranne nel caso della follia conclamata, non lascia che ectoplasmi vari lo invadano e lo riempiano fino al traboccamento. Forte è il suo potenziale, declinato anche in quell'acume creativo da cui viene lo schermo citato nel titolo del libro: una sineddoche per dire del computer e della televisione nelle loro complessive, sorprendenti vitalità senza carne e ben poca anima. Macchine di informazione e, nell'attenzione dell'autrice, sopratutto di simulazione, in grado di regalare illusioni infinibili che potrebbero essere confuse con i sogni. Del termine illusione raccomando il ripasso relativo all'etimologia.

Rileggendo, ecco un altro quesito. Chi è mai l'amato sovente evocato nella silloge?
Una risposta plausibile viene dalla poesia a pagina 19: dimmelo tu / che solo inesisti e taci. Dio?
A pagina 108, l'Essere supremo sembra confermarsi offrendo un nome alle stelle e agli splendori del (da Lui?) creato. Benedetto Colui che disse e il mondo fu (Martin Buber, I racconti dei chassidim).
Sono dunque preghiere le poesie di questa raccolta. Odi e inni al nome da noi diviso (D-io), che nella magia e nel segreto del due (effetto binario, 0 e 1) ha il potere di indurre la parola a Lui rivolta, ché siamo gli unici animali, su questa Terra, a parlare con il (del) Divino.
Dopo aver inventato Dio, dopo questa immensa creazione che ci ritorna dall'ardua esplorazione del nulla, che siamo riusciti a descrivere nel doppio ossimoro di un faro spento e di un buio lucente, della parola ci siamo appropriati arrivando a raffinare il dire ben oltre la materia delle cose visibili. Poiché l'umanità è fatta da tanti (altri) individui, inevitabilmente, nel corso della Storia, la parola (nata divina?) si diffuse a raffica tra uomini e donne, tra popolo e popolo, facendo di tutti noi angeli che dicono e a volte ascoltano. Non parliamo infatti solo di Dio e non solo a Lui. Babele insegna: le lingue, come i soggetti e gli oggetti di parola, sono molteplici.
Da ciò e da alcune successive righe dell'autrice, assai esplicite, deduco che l'amato è anche altro. Un consimile. Impalpabile e sfuggente, tuttavia. Evocato. Il sogno di un amante? Il ricordo di questi? Spettro d'amore?
C'è una privata, sottile distinzione tra captare e capire. Così il dubbio si insinua, come un fantasma, ma poi svanisce. Non solo dell'Altissimo scrive Zironi, forse un uomo c'è davvero, magari quello odiato eppure adorato della poesia a pagina 96, disperatamente cruda e innamorata.

Il libro introduce anche l'idea di una resurrezione: morirti sul petto, infine / risuonare (pagina 94). Pier Paolo Pasolini ci ha aperto la strada verso il risorgere (vedi Pasolini e la morte di Giuseppe Zigaina, Marsilio Editori, 2005).

Morte, fantasmi, amore (quello che si potrebbe dire spirituale e quello carnale). Non conosciamo appieno questi soggetti-oggetti, altrimenti non servirebbe dedicarvi poesia.
L'inconnu è a portata di mano nella silloge, come nell'umana verità di ogni giorno, ma solo se quest'ultimo (l'ultimo giorno) viene vissuto con la grazia del pensiero e con il desiderio di andare avanti. Al di là dell'ovvio e anche del conosciuto. Fuori dai confini della scienza, quindi.

Tra le altre tante cose, penso che del processo dell'evoluzione scriva Zironi, con garbo e profondità, con lucidità e poetica mente. Ma anche qui va oltre. Non dice del passaggio da bestia a uomo/donna, ma del percorso successivo, quello che ci guida ad un'ulteriore trasformazione. E lo fa anche con ironia, basti leggere la poesia a pagina 117:

“Quale vita vera? Stiamo così bene
qui
a parlare di niente
filosofia, amore, poesia, massimi sistemi.
“Ti passo a prendere alle 8, andiamo anche noi
in un locale carino
a farci saltare.

Le virgolette del discorso diretto si aprono e non si chiudono. Che sia l'intento di lasciare un segno di apertura, speranza (ironia-dissimulazione)? La “giusta via” non è volutamente indicata, anche se sottili allusioni traspaiono. Chi vorrà intendere potrà farlo, ma dovrà metterci del suo. La parola (il dialogo) serve a questo.
Nel solco del dialogo, appunto, poiché la poesia chiama poesia, concludo riportando un'intensa lirica di T. Carmi (pseudonimo di Carmi Charny, New York, 1925 – Gerusalemme, 1994) che mi pare opportuna chiusa alle riflessioni fin qui scritte, nonché controcanto al concetto di tempo delineato da Claudia Zironi soprattutto nelle ultime pagine della raccolta.

La sacralità affolla la passione
incantando l’anima
con struggente emotività
nella realtà trascendente
di un tempo fermo nell'infinito

Altro ci sarebbe da annotare. Ma si fa notte. E volo nel sogno. Spero di incontrare fantasmi e spettri. Almeno un avatar lo troverò senz'altro.

                                                      Stefano Iori

venerdì 12 agosto 2016

I disegni di Paul Valéry: "Journal de Bord" editi da Pagine d'arte





"Ecco un oggetto perfetto. Ma qual é la sua natura? Libro, album, estensione di ciò che l'autore chiama "varietà" o libro per appassionati?" chiede Jean Louis Schefer  nella prefazione di questo singolare quanto interessantissimo libro "Journal de Bord" edito da Pagine d'arte nel 2011,  che presenta la produzione di disegni del poeta e saggista francese Paul Valéry.

Schefer, definendo l'insieme dei disegni estratti dai "Cahiers" come deciso obbedendo alla meraviglia, al capriccio e alla necessità, e che pertanto non avrebbe potuto essere diverso, afferma che è un libro "della mano e dell'idea", "del tempo della scrittura e del suo necessario vagabondaggio".

Qualcosa lega i pensieri scritti all'alba con le figure che li contornano, quasi fantasmi del sogno che aprono la pagina ad altro, sembrando squarciarla. In queste pagine, non destinate alla pubblicazione, gioca la felicità del caso, sorta di progetto personale a cui abbandonarsi rispetto a progetti di potente impegno, perseguiti nel medesimo periodo: l'Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci e Monsieur Teste.

Ma, più spesso, i testi che figurano con i disegni sulla medesima pagina non sembrano avere alcuna relazione e questo apre come uno spazio enigmatico e sfuggente, che bisogna respirare e non ridurre, di cui bisogna saper cogliere la distanza in quanto necessità della mente di operare su diversi piani, in aree non contigue, per indirette vie, non esplicitabili.

Pause, in cui la mente corre a qualcos'altro, isole di alteritá, occasioni di distrazione o modi per concentrarsi, poiché chi l'ha detto che l'uno escluda l'altro. Una pagina in cui compare una definizioni della poesia porta il disegno di un nudo di donna, un'altra che sembra definire la nostra condizione umana è scritta accanto al disegno di un uomo e una donna seduti insieme che non si guardano...

Tutti i disegni sono colorati, a pastello o all'acquarello, i profili sono spesso rinforzati con la penna, carichi di particolari; vi sono scene di vita anche complesse: il porto con i passeggeri in attesa per l'imbarco, oppure un paesaggio che allieta una pagina ove si definisce il difficile rapporto tra filosofia e linguaggio. Ciò che si nota è la presenza pressoché costante del mare, lo sguardo lo pone sulla pagina tramite disegno.

Il disegno, dunque, come via di fuga, evasione, che senza interrompere lo scavo della ricerca, gli consente di investigare nei funzionamenti insoliti che vengono a interferire durante il processo del pensiero. Ciò non poteva che interessarlo, come afferma Martin Boivin-Champeaux, nipote di Valéry, nella postfazione,  ribadendo la forte fascinazione che i quaderni di Leonardo instillavano in lui.

E al tempo stesso la meraviglia per la presa di possesso del mondo consentita dall'occhio. D'altronde non ha egli scritto che l'esercizio del disegno insegna a non confondere ciò che si crede di vedere con quello che si vede, così l'artista può provare a ritrovare la sua singolarità e la coordinazione della sua mano, del suo occhio e della sua volontà?  Quasi un rendere carnale il suo pensiero.


                                                                         Rosa Pierno

domenica 31 luglio 2016

Davide Cortese su "erbaluce" di Francesca Moccia, Edizioni l'Arca Felice



Massimo Dagnino, Pipistrello-vampiro genera anatomia, matita su carta 2014


L’esperienza compositiva della plaquette ‘erbaluce’ di Francesca Moccia (Edizioni l’Arca Felice; collana “Coincidenze”) si configura come un transito di elementi dalla realtà, vissuta direttamente o attraverso altri, al linguaggio, in «una sottile lesione di pronuncia»: i materiali che compongono le liriche, esclusivamente d’amore, grazie ad una limitata e definita gestazione, si dispongono per permeazione, come di «Mani in adiacenza», dove il «filamento rotto» del vissuto viene restituito, nel testo, con un’acquisizione di connotazioni, che rivela una nuova «densità (…) del nome».
Il controllo del  travaso, operato da un «cuore isolato dal senso», è tentato nella forma: i potenti enjambement («L’acqua quando cade/ riempie la tua bocca era/ sera fino a  poco fa e il/ buio accade ora nel cielo») inseguono gli scarti emotivi e metaforici generando però, a loro volta, un’altra «figura» che continuamente «scema(...)/ nella tasca del bosco».
I disegni, e la foto, come tavola esterna, di Massimo Dagnino, con il loro proprio linguaggio, lavorano vicino ai testi, fino a quasi intrecciarsi. Lo sguardo da luogo a una relazione, dove pezzi di corpo e scenari, come quello della «Spiaggia di Voltri», entrano in contatto generando un «Anatomopaesaggio»: zona franca, entro cui gli elementi, compenetrati, si rendono in una forma, in una natura, sempre in divenire.

Il sentimento amoroso, durante il corso dell’opera, subisce continue fluttuazioni di ruolo.
Declinandosi come minaccia («lunghe onde erano venute/ a lambire cuore e sangue») o presenza rassicurante («Un mare profondo,/ insiste per scaldare») e nonostante una fitta di parole ricorrenti sembrino incarnarlo resiste a una “decifrazione lineare”: rimanendo, piuttosto, come dice Maurizio Cucchi nell’introduzione, una “sostanza”  che “sorregge l’intero, misterioso percorso di ogni singolo testo”.
Nei confronti dell’amore, l’autrice, non si pone frontalmente, ma, agisce in maniera laterale: arretrando quasi sullo sfondo «le onde del mare», il resto della poesia si concentra verso l’ambiguo di una «terra salmastra» o di un «crepuscolo», dove «l’emozione scissa dalla pianura» mette in luce i processi nascosti («i miei passi dimenticati), che compongono l’amore, o  lo mettono in atto.
Elemento, esso stesso, di transizione, e attore nei luoghi di «acqua fra sabbia e terra», il motivo del ‘risveglio’ si riverbera tra la pagine. Il momento in cui si passa dal sonno, durante il quale si è «fibra bianca», pura potenza, alla veglia, quando si dovrà assumere una forma, la propria, costringe all’acquisizione di un limite, di un’identità, che espone al rapporto con il mondo, con l’altro e con l’amore.

«L’alba», allora, è «una ragnatela/ divina che imprigiona l’anima»: la presenza «scatena la caccia», «la preda» che la subisce «ansima in cerca di vita».
Lo sdoppiarsi della voce, da femminile a maschile («ridotto, ferito/ chiudo la strada»; «disteso immobile sulla sabbia/(…) fingevo») è il concretizzarsi del tentativo di fuga, ma che al termine della «corsa del treno» porta verso «nessun indirizzo» si rimane, soltanto, una «figura irta» imprigionata «come un porcospino su un foglio bianco».

                                                                                                     Davide Cortese