venerdì 4 dicembre 2015

Il ritorno di “TRASVERSALE” di Gio Ferri


Con notevole interesse e graditissimo coinvolgimento, dopo un periodo di obbligato silenzio, ritroviamo in internet la prestigiosa rivista di letteratura e arte “Trasversale” fondata e diretta dalla poetessa, critico, architetto Rosa Pierno, che vive e lavora a Roma  (blogtrasverale@gmail.com).
            Da tempo effettivamente ci mancavano rimarchevoli e preziosi, stimolanti e innovativi,  spunti di lettura e visualità. Gli interessi e le acute osservazioni critiche, letterarie e filosofiche, spaziano con irrefrenato dinamismo (anche tipo-grafico) dall’arte e, in particolare, alla poesia stimolando il fruitore ad una lettura che fortemente incuriosisce, oltre la non facile ricezione degli scritti tipici delle figure grafiche non sempre facilmente leggibili dei testi (troppo ‘compatti’, sovente, e visibilmente frustranti) di ricerca e comprensione in web.
            Gli autori dei saggi e dei testi, come per il passato, appartengono per lo più a quel gruppo di studiosi sempre ripuliti dalla banalità pseudo-giornalistica diffusiva soprattutto degli inserti dei quotidiani cosiddetti culturali. Le scritture in Trasversale si rivolgono quasi sempre ad esperienze poetiche, artistiche e di narrazione le cui qualità di ricerca e conoscenza stimolano ogni sapiente curiosità. Compresa la disponibilità a meglio conoscere autori giovani e talvolta non del tutto sconosciuti. Trasversale offre al navigatore web non poche sorprese. Soprattutto rispetto ad una certa crisi attuale della poesia e della scrittura creativa in genere.
            Negli ultimi mesi (o primi per la nuova serie) già le pagine  del blog si sono arricchite di poesie inedite e di interventi critici assai stimolanti. Ovviamente per ragioni oggettive non possiamo qui  dire di tutti: avremo occasione di tornare in argomento in un prossimo futuro.                                                                                       
             *  *   *
In questo numero, del 26.11.2015, vanno notati fra gli altri, i sogni d’amore di Claudia Zironi tra fantasmi interiori e insieme cosmici, in poesie delicatissime dette con i loro misteriosi inviti all’essere per una felicità senza nome. Senza parola antica e libera di luce tuttavia nuova e mai rinunciabile. L’amore cosmico come origine e approdo di fronte alla perdita e allo smacco che tuttavia sono divini:
nominami, dì il mio nome, / poi pronuncia il tuo // un diverso dire
propongo / scollegato dalla ragione / proprio di divino amore. /
non ripetere od usare / bensì ex novo, dal vecchio // nominare

Alla evanescente fotografia di Doria Conversazio  
si dedica con opportuna documentazione grafica l’acuta e rivelatrice presentazione di Gilberto Isella  che osserva incantato infine
“il tranquillo fluire e rifluire di larve, rese irridescenti dalla contiguità, disegna l’interfaccia tra il qui e i panneggi che avvolgono il lontano.
Panneggi che spingono ai margini il volto defunto, e allo stesso tempo ne fanno il loro complemento più prezioso. Cancelli fluenti, emblemi di quel nulla imperfetto intorno al quale la vista inventa i suoi anagrammi.  Ameranno, per commutabili prove, il vuoto”.
                       
La poesia è la domanda antica [forse troppo più volte posta nei modi più diversi e in altri luoghi del nostro tempo]: “Quale poesia oggi?” di Ennio Abate. Come dire “quale vita oggi”? Quale senso della vita e della poesia oggi? Un certo Orbilius polemizza amichevolmente, ma con grande sincerità, con un altro certo Samizdat: quest’ultimo ingenuamente eternamente affascinato dai grandi poeti (vale a dire per lui “quelli che vendono”!). Mentre Orbilius, con i piedi per terra, denuncia all’amico ancora illuso tutti quelli – poeti più o meno riconosciuti da editori e critici e assolutamente vuoti di senso (ovviamente non nel senso di significato!), postmoderni intellettuali anticamente rivoluzionari (!), rivolti solamente alla loro ormai chiaramente persa battaglia  letteraria per  condurre le masse alla cultura e anche, perciò, alla poesia!
Commovente è comunque la conclusione di Orbilius che vuole ricordare con nostalgia almeno uno dei più notevoli novecenteschi poeti antichi: Roberto Roversi, che raramente pubblicava e scriveva poesie in ciclostile per donarle umilmente agli amici.

Giorgio Bonacini, in “Infanzia dei nomi” “, 2015
ci conferma per la poesia l’insufficienza di una qualsiasi ragione esaustiva e riprende il discorso sulla poetica dell’indeterminatezza.
Si potrebbe aggiungere dell’ambiguità. Che apre tempi e spazi mai circostanziali alle cose, ai nomi (oscuri nella loro genesi), indefinibili alla ragione appunto:
           E dove il tempo degli occhi / finiva, uno spreco inusuale / nella generosità di se stessi / avrebbe attraversato l’incanto / con la velocità della notte / parole, scivoli ormai intrattenibili / presi da una allucinazione / nel sintagma di un cuore isolato
…………

          
           Si colgono con grande curiosità in merito alla più recente poesia i testi de “La creta indocile”. Si tratta di alcuni inediti del 2015 di
Ivano Mugnaini che propone una sorta di racconto, quasi un poemetto, in cui poesia e narrazione si sovrappongono. Si legge in una nota introduttiva di una “incoercibile inclinazione a narrare” che si incontra/scontra sempre con una, forse inconscia, volontà di poesia:
                       La stazione
Giunto in anticipo di fronte / a questa stazione, fermo, / senza aspettare alcun treno, non vorrei, / stavolta, che arrivasse alla mente / una poesia.
Vorrei che da quella porta rugginosa / dell’atrio uscisse trafelata la carne
imperfetta di te, accesa, sudata / rossa di follia
………

* *  *
Particolare attenzione, ovviamente, merita – anche in relazione alle basilari motivazioni della ricerca di questa rivista – il saggio introduttivo, acuto,inaspettato e assai propositivo di Rosa Pierno sul pensiero dello storico Jean-Pierre Vernant , “Edipo senza complessi” (Ed.Mimesis 2013).
Vernant critica le affermazioni di Freud sul Complesso di Edipo considerando del tutto arbitrario fino alla banalità quella affermazione antistorica, fuori da ogni probabile realtà individuale e sociale, perciò del tutto arbitraria, la generalizzata affermazione di una universale considerazione sul quel complesso riferibile all’uccisione del padre di contro all’amore per la madre. Vernant chiude il saggio con un invito conclusivo e aspramente ironico : “Si potrebbe proporre agli psicanalisti di farsi più storici – è un’altra massima da appendere sopra ogni lettino in cui si applichi lo smercio di una assurda verità”.
Qui ci si può domandare perché uno psicanalista dovrebbe diventare uno storico:  Freud non era uno storico e non poteva esserlo. E nemmeno poteva esserlo un ‘teatrante’ come Sofocle. Non c’è storia nella storia ellenica e preellenica offerta a un pubblico che voglia ‘divertirsi’ piangendo (quello che facciamo ‘godendo’ di un film tragico o dell’orrore!). Come non c’è storia in senso… storico-oggettivo (!) quando si voglia come Freud indagare sulle origini dell’uomo, e dell’universo di cui non si può conoscere né principio né fine. Se non muovendosi per ipotesi storicamente indimostrabili. Lo storico e Freud percorrono strade del tutto diverse: il primo va avanti e indietro sulle vie tracciate dalle scoperte documentali, Freud va avanti e indietro per le vie corporali-individuali della mente (impalpabile e intangibile) – non si pone problemi fattuali o… neurologici  se non per constatare l’abisso che ci separa dall’ignoto qual è l’inconscio nella sua primigenia  profondità. È forse questa la verità:  Vernant confonde il complesso inesistente in Edipo, se non a livello teatrale-favolistico con il mito. Solo per fare un esempio: il mito biblico provoca in realtà il complesso universale del peccato originale…
Sul problema dell’inconscio si può con seppur relativa convinzione  riprendere il pensiero di Jung (“Complesso e Mito” in “Problemi dell’inconscio nella  psicologia moderna”, Einaudi 1977. Pgg.252-253): …”Nella dottrina di Freud il mito di Edipo è a dire il vero, soltanto una geniale visione del maestro, non una esperienza vissuta con commozione dal paziente. Ciò che il paziente vive è il suo complesso come fatto per il quale gli viene offerto a guisa di metafora  la tragedia di Edipo in astratto – ridotta  ad uso degli incolti. Orbene Jung non afferma che questo o quel complesso, come fatto non esista, ma va alla ricerca dell’immagine di questo complesso… e si trova subito nel mitologico…”
Forse non  ci rimane, ad eliminare ogni ipotesi o diatriba, che rifugiarci ancora nell’ultimo mito presente e totalizzante: la Poesia.
                                                                                                                 

                                                                                                  Gio Ferri

2 commenti:

Rosa Pierno ha detto...

Desidero ringraziare Gio Ferri per il suo intervento a sostegno dell'attività di Trasversale,il quale, oltre a testimoniare della sua generosità e partecipazione, incita al dialogo e all'approfondimento...Davvero grazie, Gio...daremo seguito

Rivista Poliscritture ha detto...

Se Gio Ferri, leggendo il mio ironico narratorio, ha capito che Samizdat è "ingenuamente eternamente affascinato dai grandi poeti (vale a dire per lui “quelli che vendono”!)" due sono le possibilità: o è sballata la mia scrittura o la sua lettura. Lascio irrisolto il dilemma. Un saluto a tutti/e.

Ennio Abate