venerdì 30 dicembre 2011

Alejandra Pizarnik “Il desiderio della parola” Anterem n.83, dicembre 2011

Segnaliamo all’interno del ricchissimo numero di Anterem n.83, dicembre 2011, la prosa di Alejandra Pizarnick, da “Poesia completa”, Lumen, Barcelona 2001, nella traduzione di Alessandro Ghignoli.  Alla prosa viene affidata l’espressione di una visione del mondo di fatto poetica e alla poesia numerose volte l’autrice fa riferimento:

“Sulla vetta dell’allegria ho dichiarato riguardo a una musica mai ascoltata. E cosa? Magari potessi vivere solamente in estasi, facendo il corpo della poesia con il mio corpo, riscattando ogni frase con i miei giorni e con le mie settimane, infondendo alla poesia il mio soffio man mano che ogni lettera di ogni parola è stata sacrificata nelle cerimonie del vivere”.

Il ricorso al linguaggio della prosa viene fatto per evitare l’astrazione del linguaggio poetico, per sviluppare un discorso solo in apparenza affabulante, in realtà logicamente strutturato, poiché nessuno dei punti che costruiscono il discorso può essere saltato: cambierebbe senso, non si gusterebbe il sapore del ragionamento che in siffatta teatrale scenografia, onirica, infantile, mnemonica, sinestetica, pure la poetessa argentina innalza con grande saldezza.

Poesia poi sarebbe una sorta di chimerica essenza, la quale nascerebbe solo dalla trasfigurazione alchemica del proprio corpo, del proprio tempo, persino del tempo sprecato “nelle cerimonie del vivere”, delle proprie parole, se mai si potesse ottenerla con queste cose. Parrebbe così tracciato un divario non rimarginabile. E invece non pare esserci traccia in questa prosa di nulla che sia legato alla banalità del quotidiano, alla perdita. Tutto vi appare favoloso, intriso e percorso da una musica continua:

“La bellezza dell’infanzia ombrosa, la tristezza imperdonabile tra bambole, statue, cose mute, favorevoli al doppio monologo tra me e il mio antro lussurioso, il tesoro dei pirati sotterrato nella mia prima persona singolare”.

La sinestesia, qui mezzo di classificazione (“Vedo la melodia”), strumento epistemologico,  senza il quale non potrebbe darsi alcun ordine all’esistente, salda realtà e visioni connettendole in un tessuto privo di asole, ove oggetti disomogenei hanno medesima sostanza. Con una straordinaria capacità, la Pizarnik, forgia la sintassi  come se la lavorasse su un’incudine, ottenendone risultati stranianti e metamorfici, la rende elastica, morbida, poliforme, da che era dura e indeclinabile:

“Conosco la gamma delle paure e quel cominciare a cantare lento nel passo che riconduce verso la mi sconosciuta che sono, la mi emigrante di sé”.

“La solitudine è non poter dirla per non poter circondarla per non poter darle un volto per non poter farla sinonimo di un paesaggio”.

Un simile uso della lingua naturalmente le serve per dare voce a un’interiorità capovolta dove l’esteriore coincide con l’interiore.  Ma mostra anche come la sospensione del senso sia invocata per restare sui bordi di materiali che altrimenti come su una china cadrebbero risolutamente verso ciò che è scontato. La Pizarnick li tiene in sospensione collosa, ce li fa osservare in una sorta di laboratorio sperimentale ove: “Disegno sui miei occhi la forma dei miei occhi, nuoto nelle mie acque, mi dico i miei silenzi”. Nulla le è impossibile.

E in questo senso “Non credere che siano vivi. Non credere che non siano vivi” è esattamente ciò che intendevamo all’inizio, quando facevamo riferimento a una logica, anch’essa riformulata, che vuole essere parte attiva nella costruzione di questo cosmo interamente ricreato in alchemico antro. E’ un insieme ordinato di cose incongruenti, che la portentosa capacità poetica di Alejandra Pizarnik sostituisce al  nostro consueto universo e all’interno del quale c’intrappola come in una favola lucidissima e crudele.  “La solitudine sarebbe questa melodia infranta delle mie frasi” starebbe proprio a  dimostrare che l’unica realtà è quella della propria visione formulata attraverso il linguaggio, e che soltanto da esso può scaturire un altrettanto fiabesco silenzio.  Anzi no, plurimi.    


Nel numero di Anterem segnaliamo anche gli interventi di Silvano Martini, Edmond Jabès, Vincenzo Vitiello, Pierre Oster, Romano Gasparotti, Amelia Valtolina, Antonio Pietropaoli, Davide Campi, Lucio Saffaro, Carlo Penco, Marco Furia, Félix Guattari, Lorenzo Barani, Daniele Maria Pegorari, Yves Bonnefoy, Flavio Ermini.

                                                                                        Rosa Pierno

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