martedì 19 luglio 2022

L’emergere d’un linguaggio. Marco Furia su “Botanico Brogliaccio” di Rosa Pierno, Terra d’Ulivi edizioni, 2022

 


Fino a qual punto la parola riesce a porsi come conoscenza intrinseca, inseparabile dal proprio oggetto?

Il linguaggio svolge normalmente questa funzione, si dirà.

Esistono tuttavia forme espressive che tendono a penetrare oltre, come nel caso della raccolta “Botanico Brogliaccio”, articolata opera in cui Rosa Pierno mostra straordinarie propensioni a un poetico, intenso, descrivere.

La natura, certo, nulla dice di sé (“La natura non ha un grande / libro, anzi, non l’ha affatto”), piuttosto siamo noi ad applicare modelli sciogliendo, per così dire, il senso di verità in un fecondo senso del significato.

Tutto ciò è ben presente non tanto quanto esterno retroterra, bensì quale creativo modo d’essere: non c’è, qui, una teoria d’appoggio ma una spontanea esigenza espressiva.

Davvero, siamo al cospetto di un gesto artistico che coglie nel limite della scrittura la via di un’originale libertà: l’autrice accetta la sfida del linguaggio senza nemmeno considerarla, a ben vedere, una sfida vera e propria.

Qual è la grammatica d’un poetico idioma?

Simile interrogativo viene sciolto/mostrato da un divenire verbale che sa accogliere e accettare i quesiti che di continuo si pongono: non è sempre facile evitare di proseguire la corsa da un perché a un altro perché, invece di soffermarsi in misura maggiore sul come e sull’anche.

Il tutto secondo pregnanti forme brevi (“Guardando le piante, intravedere / l’infinito, pensare infinitamente”) capaci di rimandare, con chiarezza, a ciò che potrebbe esistere: convinta, fiduciosa, la poetessa ci accompagna lungo percorsi linguistici il cui fascino consiste nel loro stesso presentarsi, nel loro emergere sulla pagina.

Quanto al succedersi di precise immagini, non si può non riflettere sul valore di tali raffigurazioni: ciò che è iconico, se non sconosciuto, tende già a proporre il suo significato, nel caso di “Botanico Brogliaccio”, tuttavia, simile propensione non pare valere in maniera assoluta, poiché sembra suggerire un di più (“A partire da una foglia, / immaginarne altre” – “Disegnando un albero, memorizzo / l’angolo di mondo nel quale / sono a mio agio”).

Un di più non letterario in senso stretto ma, vorrei dire, esistenziale: ogni cosa nella vita è al suo posto e può non esserlo.

Rosa riesce nella non facile impresa di descrivere l’esistere per via di forme chiare, esatte, evocative dall’interno: il mondo sta lì ed è nello stesso tempo noi stessi e altro da noi.

Il rapporto soggetto / oggetto non è annullato e nemmeno messo in crisi, bensì illuminato da una scrittura che riesce a farsi conoscenza ulteriore (“Risvegliare nella coscienza tutto ciò / che di indeterminato / e profondo è nella vita”).

Si tratta, davvero, di riuscire a essere più liberi, maggiormente capaci di guardare quanto ci circonda, consapevoli delle nostre non comuni capacità di rappresentare, di vedere secondo tensioni espressive fuse nella nostra stessa natura.

Del resto

“Fu per errore che nacque la rosa?

O per desiderio della rosa stessa?”

Come rispondere a simile quesito e, soprattutto, come rispondere se alla “rosa” sostituiamo l’essere umano?

Un atteggiamento di non passiva accettazione pare possibile risposta:

“Se l’universo scorre e diviene,

anche l’uomo si trova anello

della fluente catena dell’essere”.


                                                                                         Marco Furia

  


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