giovedì 26 gennaio 2012

Gabriella Drudi “…Lo smarrimento dell’altro” Anterem n. 56, 1998

 
I frammenti di Gabriella Drudi, pubblicati dalla rivista Anterem n.56, I semestre 1998, sono tratti da “Senza titolo”, edito dallo Studio Durante nell’autunno del 1989 in occasione della mostra - dedicata a Samuel Beckett  - di Claudio Adami, Luisa Gardini, Nunzio, Pizzi Cannella, Marco Tirelli, Toti Scialoja.   Artisti diversissimi fra loro, dunque, ma nei quali la Drudi riconosce un comune atteggiamento nei confronti dell’arte: essi, infatti, guardano alla tela:

   “come al luogo dove può accadere di tutto e persino uno scambio di residui umani non meno persuasivi di tanti eccessi
    e non sostegno di vaste ideologie, estetiche salvifiche, o raffigurazioni di una cascata spumeggiante per depressione del letto vuoi esterno vuoi interno
   il preteso silenzio è brulicante di parole, la pittura cosiddetta astratta ci ossessiona di figure, così come la nostra supposta vita interiore che si dà in un video di voci fugaci e scorie di apparenze”.

Importante adesione al carattere afigurativo dell’arte astratta, dunque, su cui invece Cesare Brandi aveva gettato discredito, cambiando solo successivamente atteggiamento (divenendo il più importante sostenitore di Alberto Burri in Italia). La Drudi che sarà fra i primi ad avere importanti contatti con l’arte americana diviene importante messaggera della nuova arte in Italia.

Insistendo sulla medesima difficoltà che presiede alla formalizzazione sia di un’arte figurativa che non figurativa, poiché comunque immane è lo sforzo di fissare l’immagine intuita attraverso la forma, Gabriella Drudi annulla la loro distanza:

“L’ansia di fare arte non è che l’attesa di un incontro
    procedono cessando di narrarsi, narrando l’inseguito
    procedono verso questa umana speranza di figura, tergiversando, sperperando talento, braccando relitti di forme, sul chi vive al balenare dell’immagine, finché si avveri un’identità sconosciuta che si offrirà reale allo stesso titolo di una bocca, di un grido”

Sarà proprio la discontinuità insita nel passaggio dall’intuito alla forma reale ad avvicinare le opere di tutti questi artisti alla prosa beckettiana:

      “gemiti, brancolamenti, lumini accesi, spenti, parole tronche, arti sconclusionati, ma anche qualche spalancar di braccia e grida di gioia”

Nessuna differenza per la Drudi tra testi e opere (pur totalmente distinti) se si prende in considerazione il comune “buio terminale nel loro diverso codice” da cui si scambiano la medesima “speranza di figura”. Naturalmente ciò comporta la necessità di un linguaggio (testuale o artistico) che si franga e si riformi per consentire una narrazione che rifugga dalla finitezza, alfine di intrappolare il divenire.

La Drudi strenuamente difende la specificità delle diverse forme espressive, rinvenendo proprio nelle analogie avvistate le radici della diversità: “ la parola è un vero gesto e contiene il suo senso come l’agire visuale il proprio”, e mantenendo aperta la faglia, sui cui versanti si rinvengono insieme ciò che è diverso e solo analogicamente uguale, e ciò che in base a somiglianze si rivela al termine del percorso separato. Allo stesso modo tra figura e non-figura non si distingueranno concetti fissi e concetti mobili, pensieri completi o pensieri indefiniti. Considerazioni che non possono non concludersi che con una valutazione dell’importanza del valore esperienziale dell’arte: “Sarebbe lettera morta l’arte del passato se non continuasse a mutare entro l’atto creativo di ogni nuovo artista”. 

Vogliamo concludere con una preziosa frase di Gabriella, la quale sapeva donare splendore alle zolle della lingua:

“Tenersi in bilico sul ciglio di terra smossa. In ascolto della lieve frana nella fossa”.
                                                                 
                                                                            Rosa Pierno

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