venerdì 19 agosto 2016

Stefano Iori su “fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni” di Claudia Zironi, Marco Saya Edizioni, 2016





Prima lettura, avida, come spesso accade nel caso di un libro che sin dall'avvio induce fascinazioni, d'altronde attese vista la materia (immateriale) promessa nel titolo.
La mente, in questa fase, cerca collegamenti (per orientarsi e forse per cercare, istintiva-mente, chissà quale rassicurazione). Il primo: parliamo di ontologia a un'ape... (pagina 25) e mi sovviene la fantasiosa poetica di Wisława Szymborska. Nel componimento successivo, dove Claudia Zironi disserta sul silenzio, appare Alejanda Pizarnik, poetessa argentina di origine ebrea che affidò ai barbiturici il proprio trapasso nell'eterno tacere. E ancora: l'acqua cade sempre su altra / acqua … alle venti e trenta della sera ... (pagina 36), ed ecco il fantasma di Antonio Porta.
Tante splendide gocce morte bagnano, qua e là, i versi dell'autrice.
Vado oltre, col passo del primo approccio, leggo d'un fiato e volo furiosamente all'ultima poesia che parte dal nobile nome di Socrate (altro fantasma) e in chiusa dice di felice dissipazione.
Il desiderio di ricominciare dal primo rigo dell'antologia è forte e deciso. Voglia impensata di quella cenere, spesso evocata nel testo, per capire i perché di tale residua polvere di chissà quali altre frantumate ossa.

Le riletture sono innanzitutto orientate all'idea (interrogativo) della morte: la cenere dei defunti sta in un'urna, ma da questa sfugge inesorabilmente, trasuda misteriosamente, trasmutandosi per apparire con altri volti.
Affronto tale questione con semplice razionalità. Per dire della morte bisogna avvicinarla fin quasi a sfiorarla. Da quest'ultima vengono spettri e fantasmi che giocano a nascondino tra le centomila sinapsi del nostro cervello. Marina Cvetaeva ebbe a dire: La poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere. Qualcosa, qualcuno: quindi anche il transumano.
Il nostro intelletto è potente e, tranne nel caso della follia conclamata, non lascia che ectoplasmi vari lo invadano e lo riempiano fino al traboccamento. Forte è il suo potenziale, declinato anche in quell'acume creativo da cui viene lo schermo citato nel titolo del libro: una sineddoche per dire del computer e della televisione nelle loro complessive, sorprendenti vitalità senza carne e ben poca anima. Macchine di informazione e, nell'attenzione dell'autrice, sopratutto di simulazione, in grado di regalare illusioni infinibili che potrebbero essere confuse con i sogni. Del termine illusione raccomando il ripasso relativo all'etimologia.

Rileggendo, ecco un altro quesito. Chi è mai l'amato sovente evocato nella silloge?
Una risposta plausibile viene dalla poesia a pagina 19: dimmelo tu / che solo inesisti e taci. Dio?
A pagina 108, l'Essere supremo sembra confermarsi offrendo un nome alle stelle e agli splendori del (da Lui?) creato. Benedetto Colui che disse e il mondo fu (Martin Buber, I racconti dei chassidim).
Sono dunque preghiere le poesie di questa raccolta. Odi e inni al nome da noi diviso (D-io), che nella magia e nel segreto del due (effetto binario, 0 e 1) ha il potere di indurre la parola a Lui rivolta, ché siamo gli unici animali, su questa Terra, a parlare con il (del) Divino.
Dopo aver inventato Dio, dopo questa immensa creazione che ci ritorna dall'ardua esplorazione del nulla, che siamo riusciti a descrivere nel doppio ossimoro di un faro spento e di un buio lucente, della parola ci siamo appropriati arrivando a raffinare il dire ben oltre la materia delle cose visibili. Poiché l'umanità è fatta da tanti (altri) individui, inevitabilmente, nel corso della Storia, la parola (nata divina?) si diffuse a raffica tra uomini e donne, tra popolo e popolo, facendo di tutti noi angeli che dicono e a volte ascoltano. Non parliamo infatti solo di Dio e non solo a Lui. Babele insegna: le lingue, come i soggetti e gli oggetti di parola, sono molteplici.
Da ciò e da alcune successive righe dell'autrice, assai esplicite, deduco che l'amato è anche altro. Un consimile. Impalpabile e sfuggente, tuttavia. Evocato. Il sogno di un amante? Il ricordo di questi? Spettro d'amore?
C'è una privata, sottile distinzione tra captare e capire. Così il dubbio si insinua, come un fantasma, ma poi svanisce. Non solo dell'Altissimo scrive Zironi, forse un uomo c'è davvero, magari quello odiato eppure adorato della poesia a pagina 96, disperatamente cruda e innamorata.

Il libro introduce anche l'idea di una resurrezione: morirti sul petto, infine / risuonare (pagina 94). Pier Paolo Pasolini ci ha aperto la strada verso il risorgere (vedi Pasolini e la morte di Giuseppe Zigaina, Marsilio Editori, 2005).

Morte, fantasmi, amore (quello che si potrebbe dire spirituale e quello carnale). Non conosciamo appieno questi soggetti-oggetti, altrimenti non servirebbe dedicarvi poesia.
L'inconnu è a portata di mano nella silloge, come nell'umana verità di ogni giorno, ma solo se quest'ultimo (l'ultimo giorno) viene vissuto con la grazia del pensiero e con il desiderio di andare avanti. Al di là dell'ovvio e anche del conosciuto. Fuori dai confini della scienza, quindi.

Tra le altre tante cose, penso che del processo dell'evoluzione scriva Zironi, con garbo e profondità, con lucidità e poetica mente. Ma anche qui va oltre. Non dice del passaggio da bestia a uomo/donna, ma del percorso successivo, quello che ci guida ad un'ulteriore trasformazione. E lo fa anche con ironia, basti leggere la poesia a pagina 117:

“Quale vita vera? Stiamo così bene
qui
a parlare di niente
filosofia, amore, poesia, massimi sistemi.
“Ti passo a prendere alle 8, andiamo anche noi
in un locale carino
a farci saltare.

Le virgolette del discorso diretto si aprono e non si chiudono. Che sia l'intento di lasciare un segno di apertura, speranza (ironia-dissimulazione)? La “giusta via” non è volutamente indicata, anche se sottili allusioni traspaiono. Chi vorrà intendere potrà farlo, ma dovrà metterci del suo. La parola (il dialogo) serve a questo.
Nel solco del dialogo, appunto, poiché la poesia chiama poesia, concludo riportando un'intensa lirica di T. Carmi (pseudonimo di Carmi Charny, New York, 1925 – Gerusalemme, 1994) che mi pare opportuna chiusa alle riflessioni fin qui scritte, nonché controcanto al concetto di tempo delineato da Claudia Zironi soprattutto nelle ultime pagine della raccolta.

La sacralità affolla la passione
incantando l’anima
con struggente emotività
nella realtà trascendente
di un tempo fermo nell'infinito

Altro ci sarebbe da annotare. Ma si fa notte. E volo nel sogno. Spero di incontrare fantasmi e spettri. Almeno un avatar lo troverò senz'altro.

                                                      Stefano Iori

1 commento:

claudia zironi ha detto...

Innanzi tutto ringrazio Stefano Iori per lo spazio e il tempo (e altre molte dimensioni imperscrutabili, di e non di-schermo) dedicati al mio libro.
L'analisi è rigorosa e calzante, tuttavia disvela aspetti dei miei scritti che mi erano sconosciuti aprendomi nuove prospettive.
Il valore di una recensione per un autore credo che stia proprio qui: nel fornire chiavi di lettura nuove, nello stimolare un dialogo tra scrittura e scrivente dai risvolti evolutivi.
Mi colpisce poi particolarmente la citazione finale da Carmi, essendo il tempo - cronologico, meteorologico, assoluto, percepito - una delle ossessioni che, da "sempre", muovono le mie riflessioni poetiche e ad esso è dedicato interamente anche il mio ultimo progetto in fieri.
Ancora grazie e un caro saluto a tutta la redazione di Trasversale.