mercoledì 4 gennaio 2012
Bernard Berenson “Amico di Sandro” Mondadori Electa, 2006
lunedì 2 gennaio 2012
Peter Greenaway “Volare via dal mondo” Abscondita, 2011
venerdì 30 dicembre 2011
Alejandra Pizarnik “Poesia completa”, Lumen, Barcelona 2016, traduzione di Alessandro Ghignoli
È possibile riscontrare un particolare esempio di relazione tra poesia e prosa nel libro di Alejandra Pizarnick, “Poesia completa”, Lumen, Barcelona 2016, nella traduzione di Alessandro Ghignoli. Alla prosa viene affidata l’espressione di una visione del mondo di fatto poetica e alla poesia numerose volte l’autrice fa riferimento come a un traguardo irraggiungibile:
“Sulla vetta dell’allegria ho dichiarato riguardo a una musica mai ascoltata. E cosa? Magari potessi vivere solamente in estasi, facendo il corpo della poesia con il mio corpo, riscattando ogni frase con i miei giorni e con le mie settimane, infondendo alla poesia il mio soffio man mano che ogni lettera di ogni parola è stata sacrificata nelle cerimonie del vivere”.
Dunque, la poesia sembra essere irraggiungibile, almeno come condizione dell’animo che non soffra di soluzione di continuità. Rispetto ad essa, il ricorso alla prosa appare il trampolino di lancio dal quale tentare un avvicinamento alla soglia poetica, che si sa fin d’ora già affetto da saltuarietà. Ma la prosa mostra di evitare anche certe finte derive del poetico, che hanno il sapore di un dolce troppo carico di zucchero. Essa, inoltre, consente di evitare la maggiore astrazione del linguaggio poetico e sviluppare un discorso solo in apparenza affabulante, in realtà logicamente strutturato, poiché nessuno dei punti che costruiscono il discorso può essere saltato: cambierebbe senso, non si gusterebbe il sapore del ragionamento che, in siffatta teatrale scenografia, onirica, infantile, mnemonica, sinestetica, pure, la poetessa argentina innalza con grande saldezza.
Se la poesia, in aggiunta, appare in veste di chimerica essenza, poiché sembrerebbe nascere solo dalla trasfigurazione alchemica del proprio corpo, del proprio tempo, persino del tempo sprecato “nelle cerimonie del vivere”, allora si constaterebbe un divario non rimarginabile tra poesia e prosa. Tuttavia, non pare esservi traccia, nella prosa di Alejandra Pizarnick, di nulla che rimandi alla banalità del quotidiano, alla perdita. Tutto vi appare favoloso, intriso da fervida immaginazione e percorso da una musica continua:
“La bellezza dell’infanzia ombrosa, la tristezza imperdonabile tra bambole, statue, cose mute, favorevoli al doppio monologo tra me e il mio antro lussurioso, il tesoro dei pirati sotterrato nella mia prima persona singolare”.
La sinestesia diviene uno dei più produttivi strumenti in tale prosa: un mezzo di classificazione (“Vedo la melodia”), uno strumento epistemologico senza il quale non potrebbe darsi alcun ordine all’esistente. Essa salda realtà e visioni, connettendole in un tessuto privo di asole o sovrapposizioni, ove oggetti disomogenei paiono avere la medesima sostanza, saldandosi in continuità. Con una straordinaria capacità, Pizarnik forgia la sintassi come se la lavorasse su un’incudine, ottenendone risultati stranianti e metamorfici; la rende elastica, morbida, poliforme:
“Conosco la gamma delle paure e quel cominciare a cantare lento nel passo che riconduce verso la mi sconosciuta che sono, la mi emigrante di sé”.
“La solitudine è non poter dirla per non poter circondarla per non poter darle un volto per non poter farla sinonimo di un paesaggio”.
Un simile uso della lingua, naturalmente, le risulta necessario per dare voce a un’interiorità capovolta, come accade nella retina, prima che la mente corregga la visione. Il risultato mirabolante, così ottenuto da Pizarnik, è che ciò che è esterno appare inusuale e ciò che è interno appare estraneo. È un meccanismo che sospende il senso, che consente di restare sui bordi di materiali o concetti che altrimenti, come se fossero posti su una china, cadrebbero risolutamente verso un senso definito. La Pizarnick mantiene il senso in una sospensione collosa, ce lo fa osservare come se attuasse un esperimento grazie al quale è possibile effettuare operazioni che trascendono la realtà, indicando, in tal modo, che, quando ci si immerge nel linguaggio con libertà, la distinzione, tra realtà e visione interiore diviene inesistente:
“Disegno sui miei occhi la forma dei miei occhi, nuoto nelle mie acque, mi dico i miei silenzi”.
La poetessa risolutamente si dirige verso l’abbattimento di quei limiti che non ci consentono di guardare oltre la fisica. E, tuttavia, è consapevole che il già il solo tentativo, operato col linguaggio, restituisce il traguardo agognato. In questo senso, “Non credere che siano vivi. Non credere che non siano vivi” è esattamente ciò che intendevamo all’inizio, quando facevamo riferimento a una logica, anch’essa riformulata, che acquisisce un ruolo attivo nella costruzione del cosmo poetico interamente ricreato in alchemico antro dalla poetessa. È un insieme ordinato di cose all’origine incongruenti, che la portentosa capacità poetica di Alejandra Pizarnik sostituisce al nostro consueto universo e all’interno del quale c’intrappola come in una favola lucida e crudele. Una sua affermazione,“La solitudine sarebbe questa melodia infranta delle mie frasi”, starebbe proprio a dimostrare che l’unica realtà è quella della propria visione formulata attraverso il linguaggio e che soltanto da quest’ultimo può scaturire una fiabesca unione. Senza più distinzione tra poesia e prosa.
martedì 27 dicembre 2011
Francesco Marotta “Esilio di voce” Smasher, 2011
In ogni caso la tessitura che si va stringendo forma un tappeto sonoro in cui i termini della scrittura sono frammisti e oramai inglobati con i lessemi appartenenti all’ordine naturale e forse l’impossibilità di distinguere fra di essi potrebbe costituire l’utopico sogno di Francesco Marotta, pur nella consapevolezza che esso non possa realizzarsi che durante la lettura – oramai esclusa la possibilità che essa si dia nella scrittura, sottoposta a una lucidissima analisi, benché condotta con mezzi poetici, che ne mette in rilievo l’assurda pretesa di restituire il reale o forse si dovrebbe dire “l’assenza” del reale.
venerdì 23 dicembre 2011
“Land Art oltre l’orizzonte e dentro la stanza” di Gio Ferri
Della Land Art o Earth Art molto si è detto in oltre quarant’anni a partire più o meno dal 1967-1970 quando, alla Fernsehgalerie di Hannover, Gery Schum trasmette il video intitolato appunto Land Art. La ventura inizia, anche in Italia, in concomitanza con l’affermarsi dell’Arte concettuale e dell’Arte povera. Non si è lontani..alla lontana (!) dall’antica filosofia dada del ready-made. L’oggetto non rappresentato, bensì trovato, manipolato e assurto, per volontà dell’artista e comprensione del fruitore, esteticamente ma oltre ogni tradizionale legge estetica, a monumento di sé. Tuttavia se il Dada lavorava e rivelava la dismisura di oggetti minimi e quotidiani, la Land Art si rivolgeva alle realtà materiche e territoriali e interveniva sugli interminati spazi – si perdoni la citazione ardita –, e sui sovrumani silenzi. Anche in relazione, oltre la stessa pratica dell’arte, al dibattito che in quegli anni interveniva sulle tematiche ecologiche relative all’ambiente. Perciò si è detto anche di un’Arte ambientale. Non è il caso di riassumerne qui malamente la storia creativa e critica di questi quarant’anni. I lettori di “Territori” certamente la conoscono. Comunque per comodità si può rimandare al lungo saggio, corredato da una splendida iconografia, di Federica Tammarazio del gruppo di ricerca che ha lavorato all’opera enciclopedica L’arte del XX secolo, Volume IV, 1969-1999, Neoavanguardie, postmoderno e arte globale, edito da Skira nel 2009. I repertori, le biografie degli artisti, la ricca bibliografia critica ne fanno uno strumento d’informazione e d’indagine forse unica. Si può parafrasare Federica Tammarazio sottolineando che “Questa esperienza artistica è caratterizzata da una relazione immediata tra il progetto e l’ambiente[…]. L’arte ambientale configura le proprie ricerche intono al concetto di spazio naturale in quanto realtà che va oltre la semplice funzione panoramica e comprende in sé l’ubicazione, il contenuto e il medium espressivo attraverso cui si verifica la sintesi estetica tra opera, sito e tempo…”. Solamente per rammentarci (se ce ne fosse bisogno, ma non credo) di alcune realizzazioni più significative ormai storiche potremmo citare (ma innumerevoli sono le installazioni ambientali degli inizi) Ireland (1967) di Richard Long, One hour Run (1969) di Tennis Oppenheim. E più tardi la spettacolarità clamorosa degli immensi effetti ambientali delle installazioni di Christo con la moglie e abituale collaboratrice Jeanne-Claude: i ben noti mastodontici paccages dei monumenti storici realizzati a Parigi, a Roma, a Milano e un po’ dappertutto in giro per il mondo. Forse l’opera più straordinaria e affascinante, più land art, e insieme più effimera (il ventola distrusse in pochi giorni) fu l’immensa vela arancione che univa, sostenuta da cavi d’acciaio, per martedì 20 dicembre 2011
Claude Debussy “Il signor Croche antidilettante” Adelphi 2003
Delizioso stile e prosa irresistibile, soprattutto quando raggiunge punte sarcastiche e demolitorie, senza mai usare parole che abbiano connotazioni negative, e in cui il bersaglio è raggiunto tramite figure retoriche piegate a una funzione tagliente e corrosiva. Valerio Magrelli nella sua postfazione istituisce paralleli letterari con Valery, Joyce, Balzac, Laforgue, costruendo cioè una rete di relazioni all’interno della quale i testi di Debussy possono essere collocati (dall’uso di un fantomatico alter ego al carattere improvvisato). Inoltre, in questa raccolta di articoli usciti su giornali e riviste, i quali spesso fanno riferimenti ad avvenimenti musicali, concerti, spettacoli teatrali, si parla di musica senza mai usare un termine appartenente all’analisi musicale. Il fenomeno musicale che per Debussy è fenomeno nel quale “i suoni hanno un senso esatto nella loro eccezione sonora“ senza, in altri termini, “esigere mai qualcosa di diverso da ciò che vi è racchiuso” è visto, dunque, nelle sue relazioni culturali, storiche e sociali, ma è quasi un costeggiare un continente sul quale non si può mettere piede. Il senso finale di queste prose coincide con l’azione iniziale: l’ascolto, dal quale, infatti, non si può prescindere, l’ascolto al quale tutto ritorna e dal quale nulla può allontanarsi. Ne sia un esempio il riferimento alla Nona Sinfonia di Beethoven, contro coloro che l’hanno sommersa di prosa nello sforzo di illustrarne il significato aneddotico: “Ammesso che in questa sinfonia vi sia qualcosa di misterioso, ammesso che lo si possa chiarire, tutto ciò sarebbe davvero utile?”. E di rincalzo, affermando che Beethoven non era affatto letterario: “Un piccolo quaderno in cui sono annotati più di duecento differenti aspetti dell’idea conduttrice del finale di questa sinfonia, testimonia della sua ostinata ricerca e della speculazione puramente musicale che la guidava”. domenica 18 dicembre 2011
Rivista d’arte “Libretto” n. 17 – 2001, edizioni Pagine d’arte
Si cita qui, infatti, solo qualche testo, forzosamente tralasciando gli altri, per porre l’accento sulle diversità non solo dei temi e degli oggetti indagati, ma anche dei diversi stili descrittivi e critici utilizzati. E’, in questo senso, fortemente caratterizzato il testo di Paolo Fumagalli “Natura e Artificio: la capanna alpina del Monte Rosa”, il quale rende incisiva la sua analisi con la selezione di un manufatto architettonico che si configura come un esemplare oseremmo dire simbolico: poiché l’utilizzo delle nuove tecnologie, le quali rendono autonoma la gestione energetica, entrano nella definizione formale dettandone le ragioni e indirizzandone le motivazioni progettuali. http://www.paginedarte.ch/
giovedì 15 dicembre 2011
Giuliana Giulietti “Proust e Monet. I più begli occhi del XX secolo” Donzelli, 2011”
Invece, la modalità di lettura della Giulietti tende a colmare qualsiasi distanza tra i diversi mezzi espressivi e così si esprime su Proust e Monet, i quali con “Alla ricerca del tempo perduto” e con “Le grandi decorazioni” ci hanno donato “due tra i più grandi capolavori di tutti i tempi, dove la realtà si presenta metaforicamente come una rete di rapporti, una polifonia di voci, di colori, di riflessi”. E se volessimo cercare qualcosa di maggiormente dettagliato in relazione alla specificità dei due linguaggi artistici troveremmo, ad esempio, questo: “Espressione di una peculiare relazione che con “la natura che non si ferma mai”, la pittura di Monet, in quanto rappresentazione del mutamento, è fatta – agli occhi di Proust – di “metafore” poiché “ogni cosa può essere scambiata o assomigliare a un’altra”. E ancora: “In Proust la metafora non è semplicemente una figura di sostituzione o un abbellimento del discorso, ma la testimonianza – nella pittura e nella lingua – del carattere mutevole, incessante, metamorfico del reale”. Mentre riguardo agli errori che Monet dichiarava di fare nel tentativo di fissare le sue sensazioni, la Giulietti commenta: “Quegli errori, o illusioni ottiche o miraggi, erano la grande eversione di linguaggio che gli permetteva di abbandonare la semplice rappresentazione delle apparenze in favore di una realtà più profonda, come quella che affiora nell’abbondanza di luce, di acqua e di vegetazione, delle Ninfee”. lunedì 12 dicembre 2011
Dall’Antologia “Poesia senza Kuore” Robin Edizioni, 2010
L’antologia “Poesia senza Kuore” Robin Edizioni, 2010, nella collana di poesia diretta da Mario Quattrucci, raccoglie alcuni importanti voci del panorama poetico italiano, le quali si confrontano con l’attuale realtà sociale e politica. In questo senso, i curatori, Marcello Carlino e Aldo Mastropasqua hanno voluto porre l’accento sulla responsabilità della poesia come valore cardine della raccolta antologica. Infatti, a prescindere dall’individuazione di una precisa linea poetica, essi intendono evidenziare una certa ruvidezza di tono qual è quella che si delinea in una poesia che facendo perno sull’intelligenza in quanto “talento di riflessione, procedimento istruttorio comparativo e selettivo che s’intende facoltà specificatamente letteraria di scandaglio analitico” riapre, di conseguenza, la questione della crisi del ruolo del poeta attraverso una continua razionalizzazione che lo rimotiva, sostanziando così la convivenza tra poesia e critica. In sintesi, quello che si rileva come punto comune alla voci, tutte così radicalmente differenti, presenti nell’antologia è la formalizzazione di una poesia che sa inglobare in sé prosa, narrazione, riflessione filosofica, riaprendo a una pluralità consistente di forme e generi - rompendo l’identificazione poesia uguale lirica - anziché rinchiudersi in una sua assolutezza non dialogante con il mondo conflittuale che la circonda. 




