Da STEVE, Editoriale del numero 66, II semestre 2025
I poeti polifonici e plurilinguisti si incontrano senza rete al centro del mondo. Se li ascolti dalla piattaforma degli eventi vi troverai Giovani Fontana filtrato da un microfono mentre incorpora 'Detriti': inquadra microspore e lieviti / tanto per cominciare, dice. Diffusa attraverso l'etere, la cosa vive nella presenza.
Fanno presenza anche quelli che hanno una storia e la portano agli amici intorno al tavolo del Laboratorio. Il 7 novembre di quest'anno con Fabio De Santis, Marco Fregni, Mario Moroni in letture avvolgenti. Più Barbara Carle, preludio di diversi idiomi che resistono come progetti di crescita felice. Le lingue hanno la necessità di mantenersi in efficienza, di innervarsi di voci nascenti. Barbara declina un italiano che non fu la sua lingua madre, lo intrattiene come una Annunciazione, una visita quotidiana in permanente fase di elaborazione.
Le storie degli scrittori plurilingue sono un indice evidente delle variopinte mobilità dei nostri anni. Ricordo quando scrivevo direttamente in francese testi fantasiosi per ricordare antichi compagni di strada, sulla riva di una Senna già oppressa dai veleni.
Qui, intorno ai tavoli del Laboratorio, altre peripezie letterarie e biografiche si sono aggiunte, con Jean Robaey e Graziella Sidoli, e con i timbri di Mladen Machiedo, veleggiante a tutto mare fra le letterature neolatine.
Siamo noi avulsi dal mondo presente? In questi incontri evitiamo di imitare le tetre cerimonie che toccano le abitudini dei poeti, logico ignorarle. La serata di questo inizio di dicembre aveva un programma dichiarato: Non Solo Ascolto. Non è semplice dedurre che oltre l'ascolto ci sia "perfetto e compiuto silenzio, come una Annunciazione / di Male. Busserà alla porta prima uno spruzzo leggero come un attimo celeste / e poi, tra il fulmine e il tuono / il silenzio improvviso / ed eccola danzare / con sulla bocca una smorfia di dolore e nell'usata maniera / di erbe scapigliate / irrigherà / tombe vicine / e ballerine bianche su steli fini...". II Male nella voce anticipatrice di Ya'akov Besser diventa l'Olocausto dell'umanità intera. Fuori, nella notte delle grandi questioni e dei piccoli affari, non c'è possibilità di ascolto, gli enunciati non servono, l'esperienza è già asfaltata di false promesse, trionfa l'equivoco. Da quanto in Italia non c'è più una contesa letteraria?
"La critica è il verbo natale dei popoli liberi. La critica è il primo passo verso il rispetto di qualunque cosa. Se sottoponiamo a critica una cosa, significa che l'abbiamo presa in seria considerazione. Tutto ciò che lasciamo indiscusso ci è, in fondo, indifferente". Rudolf Borchardt avrebbe potuto aggiungere che la poesia è già un punto di vista originale sul mondo, uno sguardo profondamente critico sulle dispersioni in atto fra i popoli e le singole esistenze.
Tra le lingue dei poeti, in queste serate di Laboratorio, non c'è fusione, ma contrappunto. Provengono da singole storie di vita, fondano identità in condizioni erratiche, per epopee minime. Oltre l'ascolto c'è solo il Silenzio senza annunci. Noi non saremo connessi nella vacuità della Rete. Ciò che rimane di queste sere è nella memoria di ognuno, non c'è un sistema che ci salvi in una proiezione su altre sponde. La voce si espone all'ascolto non preordinata, ma dietro ha quel magnifico residuo che le morte stagioni ci hanno lasciato in eredità.
Una volta di più l'identità del poeta è un fantasma in lotta con il mondo. L'identità non abita nei linguaggi delle professioni, tipico errore di massa. Il poeta vuole apparire come catena di rimandi alle esperienze personali tradotte in una lingua propria, anche se ogni racconto è un derivato di antiche scorie di letterature. Italiane, inglesi, spagnole, fiamminghe, classiche. C'è la consapevolezza che l'unico garante dell'esistenza personale sia la poesia, non solo un collocare da insensati una voce tra altre voci. Troppo distante il dramma reale per schermarlo da alibi, troppo alta la tradizione letteraria per farcene scudo. Estraneo il terreno degli artifici digitali per captarne le influenze, per quella via non avrà spazio il fingitore. Noi qui parlanti ci presentiamo rigorosamente biografici, ortonimi, autenticati dall'ascolto reciproco.
Seduti senza gerarchia ci passiamo un filo sottile di trama condivisa in grado di collegare un passo a un altro, un'orazione a un'istanza morale, una lirica a un'avventura. Finalmente abbiamo capito che l'epoca attuale è inedita, estranea, mai vissuta né descritta. Difficile che si crei un reticolo di continuità oltre la contiguità. Ci comprendiamo, ed è molto, ma basta niente, un alito, un bisbiglio da fuori per rompere l'ordito effimero del momento. Lo spettro della chiacchiera, dei puntigli personali, dell'animosa affermazione di sé è sempre presente. Quanto vale, lasciato solo per un attimo, il nudo appello della poesia che ci unisce? Quanto può essere imperioso? Per quanto tempo resta visibile la grazia di una parola consegnata impura e bisognosa di ripulirsi dal molto fango? Ora che il fango non sta più alle spalle, ma intorbida la visione del futuro, negli schemi della malattia globale?
Noi qui non temiamo la solitudine... E la nostalgia è lancinante come una ferita non suturata. Non averne paura vorrà dire averla fatta propria. Nel tempo del sapere che non salva il vecchio fantasma della letteratura, sopravvissuto a beffe e aggressioni, sa di non poter redimere, ma è in grado di educare al riconoscimento, alla memoria, all'agnizione. 'La terra che corre nel mio sangue è blu', scrive Graziella Sidoli, 'nel gusto selvaggio della mia eterna immaginazione'.
Da quanto tempo la scrittura poetica non è più in grado di creare una visione del mondo? Senza di che non c'è identità. L'impensabile è l'unica meta in cui si misura il senso della parola civiltà. Lasciamo stare la salvezza. Non inventiamoci la miseria di un manifesto. Non partecipiamo alle letture pubbliche, già svalutate dai tempi dei vecchi collettivi. Per cui non prendeteci per una riedizione del Novecento. Tra silenzio e solitudine, dice Enrico Trebbi, 'la casa non è sigillata. Io sono vivo'.
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