Albert Rieger, “Il canale di Suez”, 1864, olio su tela, Museo Civico Revoltella, Trieste
Nel 1864, Albert Rieger dipinse “Il canale di Suez”.
Si tratta di un’ampia veduta della zona in cui fu costruito l’importante canale navigabile.
Sulla destra del quadro, uno spuntone di roccia, attraversato da una ripida strada percorsa da viandanti, degrada verso Porto Said e, di fronte, si stende un grande territorio i cui confini si confondono con l’offuscato orizzonte.
In lontananza, si scorgono centri abitati e, sulla sinistra, cinque piramidi.
Il dipinto è suddiviso in tre parti trasversali.
La prima, a partire dal basso, mostra una natura lussureggiante dalle vivide tinte, la seconda, davvero molto ampia, ritrae la zona interessata dai lavori e, infine, la terza, è occupata dal cielo lattiginoso.
Il senso dell’impresa titanica non manca.
Gli uomini sono piccoli nei confronti della natura (come si vede dalle figurine dipinte sulla destra), tuttavia le loro opere possono essere tali da collegare il bacino del Mediterraneo al Mar Rosso.
Alla visione romantica dell’individuo ritratto come minuscolo rispetto al paesaggio si aggiunge qui l’orgoglio derivante dalla costruzione di un’opera notevole.
L’uomo non si limita ad adattarsi all’ambiente ma modifica quest’ultimo in maniera sostanziale.
L’immagine sembra il resoconto di un sogno che sta per avverarsi: tra pochi anni, Oriente e Occidente saranno più vicini.
Il territorio attraversato dal canale pare quasi una distesa inesplorata dai limiti incerti: in realtà, quella terra non è sconosciuta e il senso di avventura risiede tutto nella storica impresa.
Il progetto dell’ingegnere italiano Luigi Negrelli è senza dubbio affidabile, nondimeno possono sempre sorgere inaspettate difficoltà.
Un buon modello non mette al riparo, a priori, da possibili imprevisti.
Rieger non mostra una cieca, astratta, fiducia nelle capacità umane, al contrario, pone l’accento sul duro e assiduo lavoro.
Quasi ogni giorno, d’altronde, ciascuno di noi affronta avversità piccole o grandi, tenendo fermo almeno un intento, un proposito: il particolare è parte dell’enorme, non suo opposto.
Sentirci partecipi di un notevole sforzo, sebbene altri l’abbiano proposto o l’abbiano materialmente compiuto, significa rispettare (anche) noi stessi, poiché qualunque lavoro utile e bene eseguito non deve esserci estraneo.
Collegare due mari, praticando una profonda incisione in terra d’Egitto di lunghezza superiore a centosessanta chilometri, è impresa ragguardevole, come, ad esempio, lo fu il controllo del fuoco e come lo sono e lo saranno tante altre attività.
Occorre non dimenticarlo in tempi difficili, quali quelli odierni, ossia in tempi che richiedono, con evidenza, il nostro costante impegno a non essere piccoli o immensi, bensì, in ogni senso, piccoli e immensi.
Ci può aiutare il tocco raffinato di un grande pittore che ha con successo affrontato, senza cadere nella retorica, il tema di un importante aspetto dell’umana presenza nel mondo.
Non faticheremo di certo ad ammirare la minuta raffinatezza di tratti e colori che riescono a comporre un grande affresco in grado di catturare, con il suo non comune fascino, il nostro sguardo, inducendoci a riflettere su una grammatica del vedere che è, in questo caso, la rappresentazione di un complesso, tuttavia equilibrato, modo d’essere e d’agire.
L’arte aiuta a vivere in maniera più consapevole?
Anche, senza dubbio.
Marco Furia
