domenica 15 dicembre 2019

Françoise Ascal “La barca dell’alba. Camille Corot” Pagine d’arte, 2019


                                                  LAC Shop Lugano
17 dicembre 2019 ore 18,30
presentazione dei due nuovi libri su Corot 
e della prima Cartella Rovio 
con una prosa d’arte di Andrea Fazioli e un’acquaforte di Carla Ferriroli


Quando il territorio in cui ha vissuto Corot è il proprio territorio, allora parlare della sua pittura vuol dire parlare di un paesaggio che coincide con le proprie memorie. Straordinario affresco avente la consistenza di un multistrato, la narrazione di Françoise Ascal, velo dopo velo, adagia ricordi dei propri parenti di qualche generazione precedente e scopre al contempo che la pittura riesce a essere chiave di volta, mediazione tra il ricordo e l’osservazione.

D’altra parte, “Ciò che nasce sulla tela non è il paesaggio ma il ricordo del paesaggio”, la pittura stessa prende la distanza dal reale ed è “emozione meditata”. Sul filo di una riflessione che infilza cose diversissime tra loro, mostrandocele come una matassa ingrovigliata, l’autrice imbastisce una stretta relazione fra i suoi quaderni e quelli su cui Corot prendeva appunti, quei primi studi che poi utilizzava nel suo atelier.

Ascal, percorrendo la biografia e le tecniche utilizzate da Corot, svolge contemporaneamente anche la vita di Camille, fratello della nonna dell’autrice, morto giovanissimo in guerra. Nonostante il grado d’istruzione non elevato del suo parente,   il quale ha percorso le stesse vie di campagna e ha pescato nel medesimo fiume di Corot, la scrittrice sente con certezza che egli ne avrebbe compreso i quadri, riconosciuto la forza struggente di quella tavolozza ristretta, con i colori monotoni, che i critici  rimproveravano a Corot.

Seguendo ciò che ama, i ricordi, la visione della campagna, Ascal traccia una trama originalissima che penetra nei quadri, ammantandoli di aneddoti e intuizioni ed essi, a loro volta, investono la sua riflessiva esistenza con una forza più dirompente del territorio che visita. La volontà di vivere  di un soldato, la volontà di dipingere di Corot lavorano incessantemente in lei producendo la consapevolezza della fragilità dell’esistenza, eppure della sua persistenza tenace.

Tenace come l’amore di Corot per gli alberi. Ascal riporta una frase di Van Gogh: “Corot ha disegnato e modellato ogni tronco d’albergo con la devozione e l’amore con cui avrebbe ritratto una persona”. Devozione che è possibile trovare all’opera anche nella natura, quando sia osservata da un animo che sa meravigliarsi.

“Si crede di vedere il mondo così com’è, ma la sua oggettività ci sfugge sempre e ciò che appare non è altro che l’intima relazione che si intrattiene con lui”, ecco perché la ricerca delle ragioni dell’arte di Corot coincide con la ricerca dei pensieri di Camille, il parente contadino, strappato alla vita con violenza. A volte, i due uomini sono indistinguibili nella memoria, ma ciò indica al lettore quanto il paesaggio influenzi le persone, intridendo loro l’animo.

Il libro, edito dalla casa editrice Pagine d’Arte, sempre attenta a corredare anche il più breve testo con immagini, presenta  alcuni cliché-verre: realizzati da Corot. La tecnica del cliché-verre consisteva nell’incidere un motivo sulla lastra di vetro precedentemente rivestita di uno strato opaco a base di collodio o di inchiostro da stampa, creando così un “negativo” che veniva utilizzato per sensibilizzare una carta fotografica. Tale mezzo era preferito da Corot poiché poteva disegnare sulla lastra con grande facilità e immediatezza. E le immagini sono talmente straordinarie che anche noi crediamo di condividere i ricordi di quel medesimo territorio! 


                                                                                           Rosa Pierno

lunedì 2 dicembre 2019

Marco Furia ‘legge’ “Fiera in Transilvania” di Aba-Novák, 1938


Vilmos Aba-Novák, “Fiera in Transilvania”, 1938,
olio su tela, Nicolas M. Salgo Collection, Long Island, NY, USA


Nel 1938, Vilmos Aba-Novák dipinse “Fiera in Transilvania”.
Ai piedi di una non aspra catena montuosa, in un ampio spiazzo nei pressi di un borgo, è in pieno svolgimento una fiera contadina.
Uomini e donne, merci e animali occupano circa la metà della tela, mentre nella restante parte, oltre ai monti e al villaggio, è ritratto un cielo attraversato da nuvole.
L’occhio è subito attirato da simile scena.
In particolare, i carri protetti da tondeggianti coperture costituiscono una vera e propria sinfonia visiva cui fa da contrappunto quella dei tetti che, dal basso, risalgono verso un poggio su cui svetta un alto campanile.
Si nota una pacifica animazione.
Gli individui parlano tra loro ed esaminano con attenzione i prodotti in un’atmosfera di vigile compostezza.
È presente una diffusa spontaneità mercantile che, certamente di origini molto antiche, non sembra avere intenzione di venir meno nel futuro: ancora per molto tempo si svolgeranno fiere nelle piazze.
L’osservatore entra nel quadro e si perde.
Occorre davvero aguzzare lo sguardo per individuare i singoli aspetti di quell’attraente, complessa, animazione.
Si scorgono, così, uomini che contrattano il prezzo di tranquilli bovini, venditori di 
vasi e piatti, venditrici di stoffe e, un po’ dovunque, ceste, brocche, secchi.
Al centro, un personaggio femminile si allontana solitario: forse ha trovato ciò che cercava, forse no.
Il suo incedere è malinconico, poiché teso a raggiungere un borgo al momento pressoché deserto.
Su tutto domina lo svettante campanile.
A mio avviso, questi espressivi tratti di Aba-Novák riguardano il genere umano e, assieme, la Terra.
Qualcosa di geologico è presente in un dipinto in cui il suolo, sul quale poggiano esseri viventi, carri, merci e abitazioni, assume un ruolo non secondario.
Sembra quasi, nel seguire i profili dei non dirupati rilievi, di avvertire la rotazione terrestre attorno al Sole.
Perfino le bianche, gonfie, nubi paiono muoversi.
Quegli individui, pur occupati nei loro commerci, non possono essere dimentichi dell’incessante divenire naturale, poiché quest’ultimo è intimamente congiunto alla loro esistenza di contadini, allevatori, artigiani.
La merce esposta deriva da un lavoro impegnativo ma non alienante.
Non si nota nulla di astratto o d’illusorio in un’affascinante opera capace di raffigurare, in maniera diretta ed efficace, dimensioni specifiche e anche universali.
Quei personaggi dai gesti misurati, tra quei carri pronti a ospitare le merci in caso d’improvvisa pioggia, sono ben consci del valore di una Terra sulla cui superficie conducono quotidianamente la loro esistenza.
Lo stesso campanile, il cui basamento affonda nel terreno, mostra l’umana propensione per una trascendenza religiosa radicata, in ogni modo, quaggiù.
Il genere umano è indissolubilmente legato al suo ambiente naturale: gli uomini e le donne di “Fiera in Transilvania” non hanno alcun bisogno di ricordarlo, perché non l’hanno mai dimenticato.


                                                                                                 Marco Furia