Parlare di due cose ineffabili come l’interiorità e il disegno e parlarne come se si trattasse dello stesso tema è quello che Michel Layaz chiede alla propria scrittura in Louis Soutter, probabilmente, Pagine d’arte, 2025. Il titolo, che consapevolmente indirizza sulla finzione presente inevitabilmente in ogni biografia, evidenzia le enormi difficoltà che si affrontano quando non si voglia rimanere a un livello superficiale, ma s’intenda scavare nelle questioni legate ai moventi della pratica artistica, problematiche presenti in modo particolare in quegli artisti che operano ai margini del sistema dell’arte.
L’idea che innerva l’art brut (arte irregolare, arte marginale o anche arte spontanea), definizione coniata nel 1945 dal pittore Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti o pensionanti dell’ospedale psichiatrico che operano al di fuori delle norme estetiche convenzionali, va, infatti, approfondita. Se l’idea sottesa è quella che tutti possono essere artisti, emerge inevitabilmente che l’ossessione e la necessità della pratica giornaliera si debbano poggiare su ben altri plinti. Ed è questo, a mio parere, che la scrittura di Michel Layaz vuole porgere all’attenzione del lettore. Fatica certamente improba, eppure efficace nel momento in cui lo scrittore riesce a restituire il febbrile senso di inadeguatezza all’esistenza, la lotta fra l’io e gli altri, fra l’io e le regole sociali che tengono Louis Soutter (1871-1942) imbrigliato nella rete dell’angoscia e della disperazione con movimenti, negli anni, sempre più scomposti e inutili alla ricerca di un improbabile equilibrio. Al contempo, Layaz mostra come la produzione artistica, svolta con un accanimento pervicace, da Louis Soutter, non abbia nulla in comune con la semplice e immediata espressione artistica. Questa è appunto, l’impresa compiuta dallo scrittore, il quale tenta di aprire l’interiorità di Soutter, mostrandone i disegni, non come epifenomeni, ma come mezzo insostituibile di realizzazione. Vero è che solo a cinquantadue anni, dopo un primo tentativo di avvicinarsi all’arte visiva nel 1898, quando, dopo essersi sposato in America, sarà direttore del dipartimento di Belle Arti di Colorado Springs, Soutter riprenderà, senza mai più abbandonarli, il disegno e la pittura. In America, infatti, si chiederà se è realmente all’altezza di quello che gli altri si aspettano da lui, sicché decide di abbandonare moglie e lavoro e andare a Parigi per riprendere gli studi, proponimento che però non riesce a compiere. Prima del suo interesse per l’arte, vi erano stati gli studi musicali al Conservatorio di Bruxelles che ne avevano sancito una capacità non comune, un notevole talento, attraverso cui era giunto a diventare, una volta ritornato in Svizzera, primo violino nell’orchestra del teatro di Ginevra (nel 1907) e nell’orchestra sinfonica di Losanna (nel 1908); la musica si era rivelata, al fine, una seconda tappa nella storia dei suoi fallimenti. Nessuno, se non l’io, per le personalità border line, sembra essere più feroce critico di se stesso. Indizi sembrano individuarsi nel rapporto anaffettivo della madre che ne avrebbe mortificato, fin dai primi passi, le intraprese. Ha contribuito a formare una devastante miscela quella sua sensibilità eccessiva che è divenuta poi anche motivo di rifiuto da parte degli altri. Sicché la storia di Soutter si dipana tra tentativi di trovare un lavoro attraverso la sua professione di musicista, che però non è in grado di sostenere emotivamente, e che gli fa accettare ruoli sempre più scadenti, come, ad esempio, suonare durante la proiezione di film muti, mentre dall’altra non si trattiene dall’acquistare vestiti costosissimi in quantità eccessive, creando un danno economico ai suoi familiari che lo indirizzano all’ingresso in strutture psichiatriche. L’infelicità che gli deriva dalla residenza in tali strutture gli fa cercare modalità di espressione che lo liberino da una condizione avvilente ed è così che inizia a disegnare e, finalmente, senza che questo suo desiderio subisca alcun arresto. È da considerarsi un vero e proprio miracolo l’aver potuto esercitare il proprio desiderio espressivo al riparo dallo sguardo impositivo di chicchessia, persino del suo. Louis Soutter ha così instancabilmente disegnato: i suoi disegni non piacevano ai benpensanti, ma piacevano alle persone che all’umanità e all’accoglienza del prossimo univano curiosità e comprensione. L’artista ha trovato, oltre all’adesione delle persone che frequentava nelle sue passeggiate, anche persone che avevano la competenza per valutare la sua produzione. Una di queste è il cugino, Le Courbusier, che ha raccolto circa cinquecento suoi disegni e lo ha sostenuto, comprendendo l’assoluta forza del suo segno, l’immediata realizzazione della pulsione in segno, la limpida contrapposizione tra tenebre e luce, la rabdomantica e impositiva forza dell’espressione che rende le sue opere una testimonianza sorgiva del profondo. Anche Jean Giono è stato attratto dai suoi disegni, andando a trovarlo per alcune settimane e comprandogliene alcuni. Se ciò ha favorito il riconoscimento di cui Louis Soutter era assetato, d’altra parte non ha eliminato il suo isolamento, continuato fino alla morte, e il suo riconoscimento è stato opera dei posteri.
Il quadro delineato da Michel Layaz ha inteso la produzione artistica di Soutter come scaturita dalle vicende esistenziali dell’uomo; ha voluto ricercare la scaturigine della forza impressionante del suo segno, approntando una scrittura tenace, battente, che riesce a restituire la mutevolezza impressionante dei comportamenti dell’artista e al tempo stesso riesce ad essere inquisitoria e critica verso coloro che non comprendevano l’eccezionale sensibilità dell’artista. Ma è andato anche alla ricerca del legame tra interiorità e segno. La scrittura si sposta, in tal modo, dall’uomo all’opera senza cambiare registro, mostrando lo stesso ritmo, la medesima inquietudine: un’instabilità che pervade tutto, che fa coincidere il dentro con il fuori. Al fruitore viene donata (il libro contiene uno splendido corredo iconografico, com’è nella tradizione della casa editrice Pagine D’Arte e in particolare della collana Parole & Figure) la possibilità di avvicinarsi alle opere di Louis Soutter, usufruendo di un’ottima interpretazione, ma anche di operare il necessario distacco tra uomo e opera, per non sovrapporre, come una carta geografica che sia in scala 1:1 rispetto al suo territorio, l’uomo alle opere e per godere meglio dell’assoluta autonomia dei disegni.
Rosa Pierno
