lunedì 16 novembre 2015

"Quale poesia oggi?" di Ennio Abate


Orbilius* vs Samizdat e viceversa. Narratorio



Orbilius –

Samizdat mi parlava continuamente di questi *moltinpoesia*. Sì, sì, gli dicevo, è vero che sono spuntati come funghi dopo che nel tuo Paese – in ritardo, eh! - c’erano state (quasi insieme) scolarizzazione di massa e acculturazione provocata da giornali, radio e televisione. E posso anche ammettere che questa gente comune non è più analfabeta o semianalfabeta come lo erano i loro nonni e spesso i loro genitori. Ma che novità è mai questa? Scribacchiano come possono, rovistano tra le vaghe memorie che gli restano del mondo contadino e artigiano. O si perdono nelle pieghe del loro *io* alle prese con la vita quotidiana e sentimentale. Che poi non è neppure più quella dei piccoli borghesi di una volta. Almeno quelli erano vicini alle élites politiche e culturali (Chiesa, Partiti) e capaci di un certo contegno e stile. Ma ora, che sbracamento! Tutti scrivono, tutti scrivono “poesia”, tutti vogliono pubblicare! Quanti ne avevo visti di questi “bassi cetomedisti” alle presentazioni di libri, ai reading di poesie, nelle redazioni di riviste e rivistine o, più tardi, nelle “foto-santini” sui social network (blog, siti, FB, ecc.). Che ridicoli, servili e spesso presuntuosi imitatori! Entravano in questi “bazar della Cultura” come prima andavano a messa o nelle sezioni dei partiti. Coltivando micragnosi e petulanti i loro minuscoli sogni di riscatto! E sempre pronti a farsi solleticare i cuoricini dall’ultima novità editoriale, dall’ultimo film vincitore a Venezia o a Cannes. O a sorbirsi seminari, convegni, conferenze, apparizioni fulminee di *maîtres à penser*, di cui annotavano – sempre ossequiosi! - anche le sputacchiate. Per citarle subito dopo su FB.
A me non parevano un granché. Anzi, a tirar fuori il rospo, proprio non li sopportavo. Non avevano idea di cosa fosse stata, e non solo in questo Paese, la Poesia! Ne avevano appena intravisto il Seno, appunto, sui banchi di scuola, mostratogli da insegnanti bacchettoni e pure loro sempre meno preparati. Eppure, dopo quella Visione, si ostinavano a masturbarsi e a produrre surrogati rimasticati. «Simil-poesia», «righe a capo», «parapoesia»: ah, quanto lungimiranti erano stati Raboni, Majorino e Kemeny! Che, sì, incontravano questa pletora di sgomitanti ogni tanto, ma con discrezione, concedendosi solo per qualche ora ai loro corteggiamenti. E perciò davo ragione a tutti quelli che con giusto sprezzo li definivano *sottobosco * o *ceto medio semicolto*. Per me era chiaro che il loro destino sarebbe stato quello di rimanere sulla soglia della Vera Cultura. A orecchiare, commentare, fare magari anche la domandina intelligente o provocatoria a quelli che davvero di Poesia se ne intendevano. Ed era del tutto giusto che, di fronte alla pressione di tale marmaglia, i Veri e Pochi Poeti adottassero la strategia del custode kafkiano di «Davanti alla legge»: tenerli a bada, tenerli nell’incertezza; e, allo stesso tempo, lanciargli di tanto in tanto anche qualche cifrato invito. (Si «potrà però entrare più tardi. – È possibile, dice il custode, - ma ora no -»).
Samizdat, secondo me e malgrado i miei avvertimenti, si era mescolato troppo con loro e prendeva sul serio quei loro confusi bisogni. A volte mi pareva davvero uno di loro. Miope e sciocco come loro, insomma. E, pur considerandolo mio amico, sentivo che cedeva alle loro bassezze. Non aveva la postura giusta! S’immaginava cose ingenue, infantili, utopistiche, fuori dal mondo. Pensava che quella gente comune potesse *maturare*! E prima o poi produrre qualcosa di buono e di suo, *in proprio*. Magari pure con l’aiuto dei Veri e Pochi Poeti, che secondo lui non dovevano chiudersi nelle loro Case della Poesia. Ma potevano mai quei malcapitati esercitare le stesse funzioni – studiare, immaginare, ideare, oggettivare in opere, divulgare - dei Veri e Pochi Poeti, cioè di quella èlite necessariamente ristretta e iperselezionata che il nostro Sistema – l’unico esistente e reale - assorbe e riconosce e giustamente onora (e paga)? Impossibile. Samizdat proprio non capiva certe cose! Che, ad esempio, era un bene che quei suoi *moltinpoesia* rimanessero ai margini, in armonia con le loro condizioni economicamente precarie o fragilmente garantite; e che esaurissero il meglio delle loro energie per nutrirsi, pagare le loro abitazioni, amoreggiare e fare, sì, anche i “poeti”, ma al massimo la domenica. Né intendeva che era sempre un bene che fossero alla mercé dei Veri e Pochi Poeti (e dei Veri e Pochi editori), che li tirassero invano per la giacca e che invano li scegliessero come santi protettori, guide, guru, maestri. A forza di sgomitare e magari lavorare gratis prima o poi avrebbero imparato la lezione: che erano troppi a scribacchiare, che dovevano stare al loro posto e che solo ogni tanto si poteva pescare in mezzo a loro il beniamino degli Dei da cooptare. Per dimostrare che anche dalla marmaglia può sorgere miracolosamente il Meglio e che il Sistema era sano, realistico e persino generoso. Ma a patto che i restanti rimanessero buoni buoni, cioè pubblico (possibilmente pagante).
Come s’illudeva il povero Samizdat a pensare che da questa gente comune sarebbe uscita prima o poi quella che lui – un’altra sua fissa! - chiamava *poesia esodante*. Ma dove voleva esodare, andare, migrare? Non capiva che non c’era più nessun *fuori*? Che non era più neppure pensabile una “comunità altra” o più “civile” (neppure di soli poeti)? Ancora attaccato alle defunte idee comuniste dello Scriba, riteneva irrinunciabile la *funzione critica universale* della poesia! Che in passato sarebbe stata svolta - diceva - dagli antenati dei *moltinpoesia* (quali poi?); e che ora essi avrebbero dovuto ereditare come compito. Che “cattivo soggetto” s’era inventato! Questa gente comune, questi “bassi cetomedisti”, più o meno poetanti e scribacchianti, mai avrebbero preso il posto dei mitici Soggetti ritenuti in passato “forti” (quali la classe operaia o “i lavoratori” o “il Partito” e – loro complementare – gli “intellettuali”)! Io glielo ripetevo: ma non vedi che i tuoi stessi amici e conoscenti hanno tutti ripiegato su forme di collaborazione con le Istituzioni che volevano “abbattere” o “cambiare”? Io di questi *moltinpoesia* decisi ad esodare (o che avessero maturato il bisogno di farlo, staccandosi dalle Istituzioni) proprio non ne scorgevo. E poi: per andare dove? Qual era la Terra Promessa che Samizdat indicava? Dov’erano i Mosè e compagnia bella? Infine se - pensa un po’! – Samizdat stesso ammetteva che di Terra Promessa non se vedeva all’orizzonte e che la strada da imboccare bisognasse costruirsela da soli (sì, magari al buio, perché non se ne vedeva né la direzione né lo sbocco!) sai che incoraggiamento passava alla sua pigra marmaglia!
* Ho rubato il personaggio di Orbilius a Carlo Oliva (1943-2012), che avevo intervistato sulla sua «Lettera a una studentessa». (Cfr. Immigratorio.wordpress: Su Carlo Oliva. Lettera a una studentessa)
 Samizdat -
«Questa nostra dottrina sarà forse accolta con un sorriso da coloro che, riservando alla massa del popolo i vizi propri di tutti i mortali, dicono che il volgo è in tutto sregolato, che fa paura se non ha paura, che la plebe o serve da schiava o domina da padrona, che non è fatta per la verità, che non ha giudizio, ecc. Invece la natura è una sola ed è comune a tutti… è identica in tutti: tutti insuperbiscono del dominio; tutti fanno paura se non hanno paura, e ovunque la verità è più o meno calpestata dai cattivi o dagli ignavi, specie là dove il potere è nelle mani di uno o di pochi che nell’istruire i giudizi non hanno di mira la giustizia o la verità, ma la consistenza dei patrimoni».

(Baruch Spinoza, «Trattato politico»)

Orbilius, cazzo! Dal tuo Olimpo di cartapesta proprio non vuoi uscire! E vabbè sputare sulle ebbrezze rivoluzionarie del ’68-’69. Che mente sobria e solida la tua! Costruitasi ben prima e lontano da quel casino. In cenacoli ristretti, fianco a fianco dei grandi Maestri. Coi quali analizzasti, ancor prima che venissero pubblicati, versi divenuti famosi. Che privilegio rispetto a noi! Come Faust hai letto tutti i libri, tu! E ora che in tanti (sempre «troppi» per te!) abbiamo preteso non solo di leggere e scrivere ma di affannarci nel sacro pomerio della Poesia, per te è davvero troppo. Ti capisco! Ci puoi accettare nella tua Casa della Poesia solo come pubblico, come dilettanti, come «scriventi versi». Cioè dopo aver messo bene in chiaro che dobbiamo restare là in basso - tre o quattro gradini - rispetto al piedistallo dove tu traffichi con gli Scrittori e i Poeti «veri».
«Nebulosa poetante? Ma di che cianci?» mi dicevi. Soltanto stelle e stelline meritano la tua attenzione. Eh, sì, la tua filosofia! La selezione della specie (non solo poetica) da secoli procede secondo natura ed esalta le qualità di pochi individui, i Migliori. Gli altri,– consapevoli o inconsapevoli, ingenui o furbastri – tramerebbero (ahi, Nietzsche!) per appiattire i Migliori sulla propria condizione di mediocri! Piaccia o meno, le cose stanno così anche in poesia, borbottavi sornione. Ci sono individui le cui opere hanno un alto valore poetico (e intellettuale e morale) e tanti che sono e saranno mediocri, conformisti, scribacchini, imitatori, epigoni, ripetitori, gregari in ogni caso. Sei rimasto fermo lì: le masse possono essere plasmate, mai plasmare il mondo.
Non sai nulla delle modifiche prodotte (anche in poesia) da quelli che chiami ‘masse’, soltanto perché a te lontani e in fondo ignoti. E figurati se potevi dare credito ai miei argomenti: che il Novecento è stato il secolo del risveglio delle masse; che nell’arte e in poesia le avanguardie hanno pur dato voce alla mentalità e alla sensibilità dei molti (io poi che ho in mente sempre la Bauhaus!); che la psicoanalisi ha svelato un inconscio (cioè la parte sommersa dell’iceberg, come dire: i molti, gli anonimi, gli ignoti) addirittura più importante del conscio (la punta, come dire: i pochi); e che in politica individui e collettività si sono scontrati proprio come adesso facciamo noi due - io, Samizdat, e tu, Orbilius – gli un contro l’altri armati. L’asservimento dei molti col fascismo-nazismo? Macché, fu rivoluzione! Il tentativo di liberazione dei molti nell’ipotesi del socialismo/comunismo? Rovine da dimenticare! Tanto si sa come sono finite queste cose. Coi totalitarismi, come si dice adesso. E il discorso sarebbe chiuso per sempre.
Eppure, malgrado contraccolpi e tragedie del secolo concluso, i molti non me li cancellerai per tornare a imporre il primato dei pochi. Ho cercato di farti ragionare. Ti ho chiesto: «Lo vogliamo affrontare anche in poesia questo conflitto tra pochi e molti?». Ti ho proposto persino un’alleanza. Sì, pensavo che potessimo ritentare assieme un incontro tra i filosofi – mettiamo quelli come te - e i tonti - mettiamo quelli come me. Come diceva pure il Vecchio Scriba. Anche in poesia? E perché no. Quando te lo proposi, mi rispondesti schernendo: «Ma se fu lo stesso Scriba a dire che «non esiste il Petrarca per tutti!». «L’avete mantenuta voi aristocratica! Ma non è detto che spadroneggerete sempre», ti ribattei. E chiudemmo lì. Insomma, da un certo orecchio non ci senti. E allora, stufo delle tue crestomazie, dei tuoi canoni, dei sottili distinguo fra maggiori e minori di cui ti diletti, stufo di sentirti proclamare in astratto il valore universale della Grande Poesia, della Bellezza, della Parola e subito dopo vederti intrigare nei giochi sporchi delle cooptazioni, dei favoritismi, dei nepotismi, della mafiosità a favore di alcune cordate e ai danni di altre (altro che Geni e Grandi! L’orticello della Poesia, lo gestite tribalmente!), ti ho salutato, te e i tuoi Grandi.
Sì, me ne resterò nella nebulosa che tu neppure vedi. Dove tutto è difficile da chiarire, certo. Cosa significa *stare coi moltinpoesia* (la mia scommessa!). E *essere moltinpoesia*? E quanti modi di esserlo ci sono? Ah, sì, sì, quante ambivalenze anche nei *moltinpoesia*! Altro che *Quarto Stato scrivente e poetante che avanza come nel quadro di Pellizza da Volpedo verso il Sol dell’avvenire della Poesia Futura!* Appena ho invitato *alcuni dei refusés* (quelli che incontravo e che a me parevano così classificabili, eh!) a staccarsi dalle tue conventicole o dalle Case della Poesia, eccoli traccheggiare o sparire per non compromettersi con le cattive compagnie. E dopo qualche anno ecco i nomi di uno o due di loro nella tua “prestigiosa” collana di Poesia o tra gli ospiti d’onore di non so quale Festival della Poesia. La tua nefasta influenza, Orbilius, continua e non è facile scalzarla! Eh, sì, di individualismo, di boria, di micromafiosità ce n’è sia tra i *moltinpoesia* che tra i tuoi *pochinpoesia*!
Ma allora - mi dirai - se la stoffa umana è questa, che senso ha scegliere a favore dei *moltinpoesia*? Sta’ con noi. Lascia correre storto il mondo, che è così e sempre sarà così! Pentiti! (Qui musica dal «Don Giovanni» di Mozart…). No, caro il mio commendatore, non mi arrendo e non te la do per vita! Rimuginerò da solo o con pochi. Scandaglierò i segnali contraddittori che manderanno i miei *moltinpoesia* e i tuoi *pochinpoesia*. Vi seguirò uno per uno e come insiemi. Interrogherò pure i *moltinpoesia* e i *pochinpoesia* che si dibattono dentro di me. Ci vorrà tempo. Prima o poi si riuscirà a capire meglio le ragioni profonde che ci fanno azzuffare. Non sputerò mai però, come fai tu, sulla vitalità sgangherata, grottesca, persino oscena dei molti. (Quella che Pasolini mostrava ne «La ricotta»; quella degli affamati che arraffano il cibo da cui sono stati a lungo esclusi e rischiano un’indigestione o perfino di crepare). Insistendo nell’esercizio del fare poesia, fosse pure condotto in modi infantili o a casaccio, diventeremo più saggi ed accorti, meno sregolati e caotici. Scaveremo più direttamente e da vicino nei bisogni, desideri e problemi, che tu hai ridefinito esclusivamente dal tuo punto di vista elitario. Continuereremo - pedagogici e militanti come Gianmario Lucini - a far salire i *moltinpoesia* sulle zattere di fortuna (blog, siti, riviste, piccole case editrici) che riusciremo ad approntare.
Ci vorrà tempo. Ma perché tutte queste trasformazioni del mondo attorno a noi e delle forme del lavoro umano (impresa a rete, telelavoro, ecc.) dovremmo lasciarle nelle mani tue e dei tuoi simili? Se il linguaggio stesso sta diventando elemento produttivo, come dicono, non potrebbe venirne qualcosa di buono - un arricchimento comunicativo e conoscitivo - anche per i *moltinpoesia*? Al tuo «Sveglia! Comandiamo (come sempre) noi pochi!» rispondo ancora con un «Bisogna sognare e svegliarsi», perché abbiamo bisogno di entrambe le cose. E perciò il mio sogno da sveglio in poesia sia questo: che fra riuscito e non riuscito, fra livelli qualitativamente alti, medi, bassi, ci possano essere continui rimandi (da sviluppare, non da isolare, staccando di netto l’eccellente dal mediocre, come tu fai); che si costruiscano altre gerarchie, diverse però dalle tue sempre e solo elitarie; che ci sia un ordine del discorso costruito sui molti e non sui pochi; che ‘eccellenza’ e ‘mediocrità’ possano avere un senso includente e non escludente; che si arrivi a un linguaggio comune (ma non semplificato e inerte, come quello dei mass media); che la storia della letteratura e poesia italiana faccia i conti con quelle di altri popoli e, tanto per cominciare, con le figure – reali e mentali - dei migranti, che c’interrogano (e interrogano il nostro passato) tenendo a mente le ferite che portano sulla pelle e nella memoria; che si avvii, malgrado le enormi resistenze da parte loro e da parte nostra, un grande esercizio di traduzione reciproca.
So una cosa, Orbilius: persino nei poeti classici e non, morti o viventi, noti e meno noti, è possibile rintracciare questa necessità di *essere molti in poesia* che tu neghi. Persino nella «Commedia» Dante! Che pur con una tensione tutta medioevale, voleva condividere con quante più persone possibili il suo «pane degli angeli». Il suo io era già, nei modi possibili ai suoi tempi, un io-noi. Toh, non sarà stato per caso un antenato del *moltinpoesia*? Concludo. Resto acrobata su un filo. Tra i realisti-realisti come te, che vanno sempre “al sodo” e mi vorrebbero tirar giù con domande del tipo: «Ma adesso dovremmo lasciar perdere Dante o Zanzotto e metterci a leggere le pseudopoesie scritte da gente ignota e comune?» e i *moltinpoesia* limacciosi che salivano appena tu parli, Orbilius, perché tu sei amico e mentore dei «veri Poeti» presenti sul Mercato. Io intanto riprendo in mano «L’Italia sotto la neve» di Roberto Roversi, che tutta la vita diffuse i suoi versi (allora ciclostilati) rigorosamente «fuori commercio». E me la rido di te, Orbilius, e dei tanti che si sono “buttati in poesia” solo per cancellare le tracce del loro passato di “innovatori” o di “rivoluzionari” in un indecente *autodafé* per ottenere un loculo nella tua postmoderna corporazione-fortezza.
                                                                                           Ennio Abate


lunedì 9 novembre 2015

Gilberto Isella “Da un nulla imperfetto, lo sguardo”. Fotografie di Daria Caverzasio


“MIRA”, ti sussurrava uno di loro. E tu anagrammavi “ARMI”.
Ma era armato il tuo occhio, o in disarmo la sua mira?

Un vigile disarmo,  chiarori d’alba sospesi.
Qualcuno varca il cancello, col senso  di colpa nascosto sotto le palpebre.
Non saprà di averlo varcato, siccome il cancello è cancellazione, sfaglio di  presenze. Nemmeno una  frontiera, il suo cigolare è tra i carboni bianchi di uno spazio illimite. “Entrare e uscire, una sola cosa”, dice. Porta negli occhi metallo stracciato.

Il passaggio, se avviene, è verso luoghi dove ogni testimonianza si riduce ad attriti minimali, vicenda di un nulla imperfetto.
Un vibrare, allora? Ma per quale punto generante, per quale tardivo erompere della materia?
Prevalgono emulsioni, creme lattee colate da sequenze di iridi che, infittitesi ormai, misconoscono l’ebbrezza dell’inoculazione.
Punteggiature d’insetti vibrano, è vero, nel reciproco compiacersi.  E tuttavia  creano  stalli, attratte dai teleri del fosco. Polverina che rimane sulle ciglia.

Lanciano occhiate, i luoghi, simili a quelle dei fiori che stanno per esaurire il loro viatico. Spandono pannelli di immagini fuggitive, che appena insorte si fondono in gocce lunghe, pendenze speculari.
Navicelle cromatiche nel vento. Ne rimane l’ambiguo arcobaleno, il vagabondare entro festoni di paesaggio in divenire, per un osteso succedersi di  fiati e umori.
Qualcosa che ha a che vedere con la magia: il vedere dei morti. Armato, in disarmo.

Qualcuno varca il cancello, un’ipotesi. Volti trapassati,  maschere algide prese da un gioco che soltanto loro padroneggiano.
Hanno occhiaie riverse nel notturno, concavità impregnate di aglio passo, sgomento. Risibili astuzie per scansare figure armate, incombenti piaghe.
E in quell’oscuro s’indovinano transiti,  promesse di profondità ignote,  visioni che bruciano ovvietà.

Volti scaturiti da terre vischiose, o ricoperti di pellicole e piume, e che talora lingueggiano come memorie ondulanti. Il pensiero li caccia, li dispensa.
Sembrano fare a meno di profili e margini, quasi a difesa dell’imponderabile.  Emanazioni, vien da dire, del corpo vitale e amoroso d’un tempo, adesso affidato all’intermittenza del visibile. Simulacri, entità che in ogni modo non divorzieranno dalla luce. Ectoplasmi fotografici.

 “Una sorta di piccolo simulacro emesso dall’oggetto, che io chiamerei volentieri lo Spectrum della Fotografia, dato che attraverso la sua radice questa parola mantiene un rapporto con lo ‘spettacolo’ aggiungendovi quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto”. (Roland Barthes)

Facce puntellate da lampade, votive gibigianne. Carnee trasparenze applicate a marmi concavi, rientrati. I seni posticci della vista? Il retrattile artificio di un’ovulazione?
Nulla supporre. L’Altro si limita a svolgere il suo corpo etereo, affidandone minuti fiocchi a pedine che scivoleranno su liquide scacchiere di riflessi.
Sguardi moltiplicati, l’infinitezza di un unico sguardo diffuso. Poiché l’occhio del morto si dilata, crea aloni e luminelli che si propagano alle cose d’intorno, e nel contempo conquista a sé la loro onnivora superficie riverberante.

A ore alterne, nelle periferie del viso s’installa un porticato, un campanile, perfino il cancello che ancora rimugina, entro reticoli violagrigio, l’enigma della vita. La vita in collusione con la morte.
Memorie, leggende di rivisitazioni. Candelabri per fiamme smozzicate. Prisco cenobio espelle opalescenze, velature.

Uno spicchio di cielo fa breccia nella testa, un’infilata di colonne risucchia nella sua prospettiva la mente  assopita. Dove l’antica peste del tempo depone una guaina: lamento di macchie, l’involversi della bellezza.

Il tranquillo fluire e rifluire di larve, rese iridescenti dalla contiguità, disegna l’interfaccia tra il qui e i panneggi che  avvolgono il lontano.
Panneggi che spingono ai margini il volto defunto, e allo stesso tempo ne fanno il loro complemento più prezioso.
Cancelli fluenti, emblemi di quel nulla imperfetto intorno al quale la vista inventa i suoi anagrammi. Armeranno, per commutabili prove, il vuoto.

                                                                Gilberto Isella





 Il testo, in altra versione, è apparso in “Ticinosette” 44, 30.10.15   

giovedì 5 novembre 2015

Giorgio Bonacini “Infanzia dei nomi” e-book, 2015


Una poetica dell’indeterminatezza, dell’alone che non corre il rischio di farsi congelare nella fissità di un concetto o nella definizione nominalistica, fosse pure il portato di un’esperienza, perché nemmeno quest’ultima può essere costretta in un calco, in una standardizzante formella. Mantenere le frontiere aperte, smussare gli spigoli, elidendo gli scontri, avvicinarsi a una fonte originaria del sentire e del pensare che non costringe a percorrere strade già note e lascia la questione appena circuibile, illuminata dai primi chiarori dell’alba, e così per sempre conservandola. Che siano bambini o sogni, plurime apparenze o idee proiettate, non importa al lettore instradato da Giorgio Bonacini su un percorso che ha quasi la forza di una rivelazione non comunicabile. E proprio flebili percetti, tremule sensazioni, proiezioni emozionali, idee dai bordi incerti donerebbero al soggetto la capacità di restare in una ricezione che non si chiuda e non si neghi. Accogliere tutto ciò che sta prima di una compiuta forma. Farsi contenitore, sostenere e dare abitazione. In questo senso, l’individuo abbatterebbe le specificità e la singolarità persino, sarebbe foglio-mondo, scrittura come apertura. Indubbiamente, qui, parrebbe che ci sia una grande inquisita, la ragione: si parla d’intuito, d’immaginazione, di emozione, di ricordi. Ma in questa direzione vanno anche i lemmi: ‘timore’, ‘ronzio, ‘sibilo, ‘fruscio’, ‘abbaglio’, ‘accento’, i quali formano una costellazione che delle capacità umane traccia una mappa in realtà precisa e circostanziata. Non fosse altro che, a riprova, il mondo degli adulti è tacciato di ‘troppa lucentezza’, ‘linee sghembe’, ‘figure quasi inabili’, a rimarcare, in tal guisa, l’insufficienza di una ragione che si voglia esaustiva, ed è in qualche modo persino umiliante nei suoi effetti, rispetto a una richiesta di cura e amorevolezza per l’informe, il senza categoria. Ma pare che per gli adulti sia quasi occasione perduta, come si è persa l’infanzia, o forse non raggiungibile del tutto, anch’essa solo parzialmente ideata.


2.
E dove il tempo degli occhi
finiva, uno spreco inusuale
nella generosità di se stessi
avrebbe attraversato l’incanto
con la velocità delle nostre
parole, scivoli ormai intrattenibili
presi da un’allucinazione
nel sintagma di un cuore isolato.
E qui si sarebbero forse adagiati
e lasciati l’un l’altro a guardare
compressi nei loro segreti
avrebbero avuto altri suoni
e pensieri – e movimenti di muscoli
agli occhi, e bocche precise.

3.
Così, al centro di quel nome
ritrovato, nel fondo calore del suo
ritrovamento, una teoria di vento
ci avrebbe detto e consegnato
alcune cose senza peso
senza limite di forma o di misura
e d’improvviso avremmo visto
anche l’istinto di un timore
l’apprensione, l’invadenza
di un intuito appena dopo la paura.
Ma nel segno di una buona
insensatezza, avremmo subito
pensato a ciò che dicono si pensi
in questi casi – a ciò che esiste.

4.
E nel ricordo di una grande
resistenza si sarebbero confusi
mescolati, deformati in tutti i suoni
per quel sibilo e quel tuono.
Ma se qualcuno avesse agito
con dispetto, allora sì, nel loro
corpo e nella loro somiglianza
sarebbero apparsi come noi
li avremmo visti e immaginati –
se fossimo stati accanto a loro
se respirando insieme a loro
li avessimo tenuti dall’inizio
e sollevati e riportati al ritmo
di quell’impeto e quel mito.

5.
E avremmo smesso già
da tempo di graffiarli, urtarli
disarmarli e di sprecare i loro
volti e consumarli – e discendendo
dove l’argine si abbassa dentro
il fiume, scivolando a scorticarci
li avremmo poi soccorsi, presi
al volo e sollevati e portati
quasi incolumi al sollievo.
E lì, al riparo di un sostegno
ci saremmo scrollati il torpore
cacciato l’oblio dalla voce
e dall’acqua li avremmo salvati
asciugati, e forse guariti.


È possibile leggere l’ebook al seguente indirizzo:

http://www.poesia2punto0.com/2015/03/22/inediti-n-24-giorgio-bonacini/

domenica 1 novembre 2015

Franz Masereel “Storia senza parole" romanzo grafico edito da Pagine d'Arte, 2012


Racconto in forma di segni è quello di Franz Masereel,  Storia senza parole, edito da Pagine d’Arte, nel quale si susseguono gli splendidi disegni ottenuti con la tecnica silografica. Il primo grande sviluppo della tecnica della stampigliatura mediante matrici lignee data intorno alla meta del Quattrocento, ed è destinata a sostituire la miniatura nell'illustrazione del libro. Un'altissima tradizione silografica vanta Venezia, ove viene stampata l' Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. Una importante ripresa dell’utilizzo di tale tecnica si registra agli inizi del Novecento, soprattutto a opera di artisti tedeschi dediti alla critica sociale ed economica dopo la prima guerra mondiale.  Anche Franz Masereel (1889-1972) artista belga, è impegnato nella denuncia sociale delle condizioni di miseria delle popolazioni urbane nel medesimo frangente temporale.

La storia, lussuoso dialogo tra il bianco e il nero, narra di un amore: di un lui e una lei che pulsano di vita alterna: la forma dell'uno è condizionata dall'assorbimento della potenza del contrario dell'altro. I due amanti si compenetrano armonicamente e, reciprocamente condizionandosi, producono il flusso mirabile e reversibile del divenire. Di quando lui ama e lei non ama e di quando lui l’allontana e lei si distrugge d'amore per lui. Ma, la trama nascosta del libro è più forte di quella manifesta.

Bisogna rispettare l'assunto e non sprecare nemmeno una parola. Non credere di poter avere l'ardire di chiudere la storia con un precetto morale, un concetto, un'idea fissa, statica, che, oltretutto, non tenga conto della commedia dell'arte, in cui il gioco della seduzione finge armamenti a cui si crede solo mentre li si pronuncia. Di tutto di più le fu offerto; le fu posta ai piedi, sotto gli occhi increduli o pazienti, persino la vita. Eppure,  poi che si distese felice al fianco di lui, fu mandata via,  per un idiota pensiero che vuole che amore renda schiavi e tolga libertà. Che se si ama non ci si può dedicare a più alti ideali. Questa è la storia che racconta Hermann Hesse nella sua postfazione alla raccolta di incisioni. Ma che cosa si vede realmente nelle sessanta silografie riprodotte in sequenza nel formato originale?

Si seguono non le persone e le espressioni ma la sagoma delle figure, l'emblema del femminile e del maschile che sembra stampigliato addirittura sul corpo. Una y ritaglia lame di luce sull'abito di  lei,  una x sul completo di lui. Quasi un destino iscritto nella specie, indipendentemente dalle volontà (non lo sapremo che quando la frittata è servita che l'amore sbaraglia l'individuo, ma anche che è una legge di natura).    E, inoltre, ciò che separa gli amanti esiste: essi nel finale della scena, piangono entrambi, ma in letti distanti. Eppure, anche qui, che importa dire quale sia la cagione? E perché individuarne una? Esiste un anelito all'unione, come uno alla separazione. Ed entrambe esistono solo nell'amore. È  solo la passione a incarnarle, a muoverle.

Il gioco delle linee dai corpi, monadi, mondi conclusi, trapassa al cielo, ai campi, in maniera spesso opposta (segni curvilinei o lineari) agli elementi profusi nell'ambiente, tuttavia in un modo in cui quest’ultimi restano comunque subordinati alle due figure: concorrono a sottolinearne la sagoma, la circondano in una serie di echi che la rimandano all'infinito (modificando la percezione del fruitore dal chiuso all'aperto, dal bordo del disegno all’esterno di esso, verso il vuoto o il tutto) oppure tendono a colmare tutti gli spazi vuoti tra i due protagonisti. Le immagini sfoggiano segni aventi una diversità stupefacente, in un parossistica attività di riempimento, la quale tende a sottolineare l'azione di convincimento operata dal giovane uomo con l’offerta di promesse e doni: una cascata di fiori, foglie, alberi, raggi, armenti, pavoni, pietre preziose, caseggiati. Spesso sul fondo avviene l'inversione del nero col bianco e gli oggetti giungono in primo piano, mentre i corpi arretrano o sono tagliati parzialmente dal bordo dell'immagine. Il fondo, in questi casi, diviene una tramatura, un ricamo, un merletto.

Masereel è autore di un altra serie di silografie   La passione di un uomo (anche questa pubblicazione è curata da Pagine d’Arte) in cui denuncia la stritolante organizzazione sociale che non consente di uscire dalla trappola di un meccanismo fagocitante, se non col sacrificio di sé. Si susseguono come in un catalogo le situazioni in cui lui dispiega le sue promesse e lei risponde con ironia o derisione o altezzoso rifiuto, a volte lasciandolo in balia di se stesso a sragionare: cosa potrebbe ancora porre sul vassoio delle offerte alla dea che si nega. Fino all'ultima offerta, al sacrificio della sua stessa vita: il che apre come un grimaldello il cuore di lei, che porta di filato a una splendida immagine senza frizzi e senza lazzi: quella del loro primo bacio. Senza commenti, il fondo diventa un sole raggiato che replica la loro unione. Ora, finalmente, l'abbandono, la pienezza per cui sembra di poter prendere il sole e la luna con le mani. Ma ecco i primi cedimenti, dubbi, inquietudini, il rifiuto. Rifiuto repentino, che non cede al dialogo, che, pure, lei ha sopportato così a lungo: lui non le consentirà razionale colloquio. La fine della storia giunge definitiva, lasciando entrambi nel dolore: qualcosa si è introdotto che non era previsto, che non doveva introdursi.


Il corollario di tale racconto deriva dal gusto della vita, delle cose dell'esistenza, della natura, sempre amica rispetto alle condizioni socio-economiche della civiltà. È una favola delle mille e una notte, dove l'amore se non altro riesce a dipingere un fondale di adesione e creatività. L'uomo può essere padrone del proprio destino, se riesce a tenere lontana la paura; può, nel mondo dell'amore, trovare la forza di correggere l'altra orribile realtà quella delle condizioni del nullatenente. Tuttavia, se non si opera un’inversione mentale, l'amore è ricondotto a viva forza nelle ruote implacabili del potere sociale: la non distante procreazione immette nel meccanismo delle necessità, incatena le mani, non rendendo  più possibile lottare per migliori condizioni di vita.

L’irresistibilità delle immagini,  della forma in quanto forma, fondate non su una logica delle determinazioni concettuali, ma su una topica del vago o dell'extradiscorsivo appartiene a una logica dell'intuizione che trascorre nella forma.. Le immagini non possono essere collocate davanti o dietro la realtà, perché esse contribuiscono a costruirla, non sono una sua emanazione, ma una sua condizione necessaria. Se poniamo le immagini nel medesimo contesto funzionale delle parole intese in senso strumentale, siamo in aperta contraddizione con il fulcro della specificità delle immagini. Non dobbiamo entrare nel merito di una loro traduzione letterale, dobbiamo goderle, godere di una rappresentazione che equivale alla indeterminazione del reale. Dobbiamo non far parlare i disegni di Masereel, anche se egli, li incardina in una sequenza narrativa. Non dobbiamo concettualizzarli, il che ne strangolerebbe la ricchezza semantica; dobbiamo far parlare l’immagine senza fissarne il senso, mantenere aperta la comunicazione attraverso la visione. Ma quant’è arduo!


                                                                                   Rosa Pierno

martedì 27 ottobre 2015

"Lunedì o Martedì" di Virginia Woolf tradotto da Federica Galetto



                 
                  
                   Lunedì o Martedì

Pigro e indifferente, nello scuotere disinvolto lo spazio dalle sue ali, sicuro del suo andare, l’airone passa sopra la chiesa, sotto al cielo.
Bianco e distante, assorto in sé stesso, copre e scopre incessante il cielo, si sposta e rimane. Un lago? Cancella le sue rive! Una montagna?  Oh, perfetto – il sole dorato sui suoi pendii. Dietro questa si eclissa. E poi felci, o piume bianche, per sempre, per sempre –
Desiderare la verità, attenderla,  laboriosamente distillare poche parole, per sempre desiderare – ( un grido si leva da sinistra, un altro da destra. Ruote stridono divergenti. Conglomerati di Omnibus in conflitto) – desiderare per sempre – (l’orologio assevera con dodici rintocchi che è mezzogiorno; la luce emana lame dorate; bambini sciamano) –
per sempre desiderare la verità. Rossa è la volta; monete pendono dagli alberi;  il fumo si trascina su per i camini; latrati, urla, il grido “Ferro da vendere”- e la verità?
Irraggiati in un punto, piedi di uomo e di donna, incrostati di nero o d’oro – (Questo tempo nebbioso – Zucchero? No, grazie – Il Commonwealth del futuro) - il caminetto lancia dardi di luce e arrossa la stanza,  ma non le figure scure e i loro occhi lucenti, mentre fuori un autocarro scarica, Miss Vattelapesca beve il tè al suo tavolo, e la vetrina preserva cappotti di pelliccia –
Ostentata, leggera come una foglia, accumulata negli angoli, soffiata tra le ruote, schizzata d’argento, a casa o non a casa, raccolta, sparpagliata, frantumata in singole scaglie, spazzata su, giù, strappata, affondata, composta – e la verità?
Ora accanto al fuoco ricordare sulla bianco riquadro di marmo. Da profondità d’avorio parole in crescendo diffondono la loro nerezza, sbocciano e penetrano. Caduto il libro;
nella fiamma, nel fumo, nelle scintille fugaci – o viaggiando ora, il quadrato di marmo a pendere, minareti al di sotto e mari dell’India, mentre lo spazio corre azzurro e le stelle splendono – la verità? Contentezza della vicinanza?
Pigro e indifferente l’airone ritorna; il cielo vela le sue stelle; poi le scopre.

Virginia Woolf, Monday or Tuesday, traduzione di Federica Galetto

domenica 25 ottobre 2015

John David O’Brien alla galleria d’arte La Nube di Oort, Roma




Nelle trame  ottenute o rappresentate per via scultorea, con l’inserto di oggetti quotidiani su vassoi sovrapposti, il gioco è ancora quello della sovrapposizione/connotazione di molteplici ramificazioni semantiche, ove la linea nera tracciata sul piano vitreo di ciascuna mensola dice ‘segno’ per via difettiva, ricordandoci in John David O’Brien, artista americano di formazione italiana, ritorna a Rom, fra compagni di strada e maestri in un omaggio che è tanto grato quanto generoso. Se, dunque, su una delle pareti della galleria si possono ammirare le opere di Bentivoglio, Botta, Calavalle, Colazzo, D’Alonzo, Napoleone, Porcari, Predominato e Strazza, come di Adest, Habenicht, Hudson, Santarromana, Ripple, Roden, Tse, Wedemeyer, che in mirabile colloquio formano una ragnatela di rimandi e suggestioni con le opere di O’Brien, dall’altra rimarcano anche, inevitabilmente,  la specificità dell’opera dell’artista americano.

Dalla passione per l’incisione o per il segno ossessivamente perseguito, quando si tratta di riprodurre una carta urbanistica, si passa alla derubricazione di tale tecnica o della cartografia con un atto inequivocabile, significativo di per sé, perché del segno, O’Brien traccia fin da subito, non il suo grado zero, ma la moltiplicazione del significato. Così le trame del senso sono quelle realmente rappresentate, ancor più di quelle del significante, il qualetal guisa che il segno vive di questa  doppia natura di veicolo del senso, spesso non avente di per sé spessore o materia. A riprova, piccole sculture volanti (metallo tagliato col laser) testimoniano del triplice gioco istituito tra figura, pieno/vuoto e ombra proiettata. Apparendo evidente che le determinazioni denotative,  così bellamente sparse, a loro volta si affidano per la loro fissione a uno spettatore non ingenuo,  che ama essere sorpreso e divertito, poiché meraviglia non vuole separarsi da arte, in gioco effettivamente colto e avvertito.

Una disposizione che si coglie anche nelle affascinanti opere che replicano le piante urbanistiche di famose città (Napoli, New York, Roma, San Diego), interamente tracciate con un rapidograph, ma dove il segno generatore è una sorta di quadratino che assemblato in varie disposizioni mima le diverse realtà metropolitane. Qui, il gioco scoperto della mimesi è sabotato: la pianta è solo apparentemente rappresentativa della realtà della città. L’assemblaggio/lego è una sorta anch’essa di accumulo e dislocazione variamente distribuita: se ne ottiene un senso, ma non è quello giusto, non, almeno, quello canonico! A correggere l’impressione, intervengono piccole sculture giustapposte che potrebbero essere le superfetazioni tecnologiche di un futuro di là da venire o, allo stesso modo, elementi che non necessariamente possono essere attribuiti a un intervento urbanistico: in fondo, il segno palesemente si accompagna con ghirigori colorati: macchie che di quel segno divellono il significato e aprono al gioco linguistico.

                                                                                Rosa Pierno      

dal 22 ottobre al 16 novembre 2015 in via Principe Eugenio 60, Roma

  

giovedì 22 ottobre 2015

Stefano Iori “ Tre poesie inedite” 2015




Appena un delicatissimo aroma che si sparge da una boccetta aperta, è quanto ci è dato avvertire dalla lettura delle poesie inedite che Stefano Iori ci ha concesso di conoscere in anticipo e che faranno parte della sua  prossima silloge. La delicatezza è quasi una sua cifra stilistica, ma ci sembra qui ancor più esaltata dalla rastremazione dei mezzi: rare voci verbali, nomi collezionati nei pressi del corpo e della natura, i quali creano più un diradamento che una semplificazione, più un’evaporazione, appunto, che una raccolta di oggetti. Vi è presente non solo l’accumulo, ma anche l’alternativa, il sentirsi messi ogni volta di fronte a un bivio dinanzi al quale si debba scegliere, ma che sul momento annichilisca. La poesia di Stefano Iori,  partendosi dal contingente, tenta dapprima di approdare all’idea. Alla presa salda che sul reale può effettuare soltanto la formulazione di un concetto, ma forse questo è messo in dubbio in un successivo frangente, ove parrebbe si opti per l’azione.  Spesso, raggiunta tramite una sorta di esaurimento dei sensi connotativi di un tema, più spesso ancora mirante a individuare una sola nozione che riesca a rovesciare il senso della costellazione semantica, così come si rovescia un guanto. C’è sempre un modo di guardare che  sfrutta lo stato delle cose per rifonderlo in nuova progettualità. Non importa se illusorio potrebbe apparire l’atto di trasformare il reale: è certo che l’azione, la disposizione mentale a vedere diversamente racchiude in sé valore autonomo. Con tale prospettiva, la poesia dischiude a se stessa un’area di agibilità fattuale, apre persino a uno spazio di condivisione lì dove non esplicitamente si fa riferimento a una collettività.  Ci accorgiamo, infatti, che essa è in qualche modo presente tramite l’umanizzazione degli oggetti: il tavolo lacrima, le carte mordono, il ricamo si fa turpe: sorta di socializzazione,  la quale rimanda a una folla di astanti, anche se seduti in platea. Centrale, per il poeta risulta il lavoro condotto su di sé, lo scavo inesausto che però presenta il frutto del proprio lavoro in relazione a un pubblico. Tre poesie… soltanto… ma restiamo in attesa dei restanti profumi…




6

Viso di vento
o piglio leonino
ghigno sfondato
o guance di seta
È diritto abete
É sbilenco ulivo
A volte maschio
altre femmina mancina
Vien cantando
con la falce in spalla
vien ridendo
con passo d'ombra
Mi vede e saluta
mi tocca e sfiorisco
Dopo poco
risorgo in forza
con cuore d'atleta
e lucida mente
Solo la pelle mia
tradisce l'inganno
Trama fitta e dolente
di sfregi passati
rude scrittura
turpe ricamo
Nessuna evidenza
di fine sutura


9

Accolgo distratto
quel tanto che basta
a carpire schegge                        
di voci chiassose           
Annullo toni
enfasi
e bersagli
Trascrivo parole
di seguito
sole
lavate dal tanfo
di nomi scaduti
Le conto e le canto
pulite infine
Salmo negato
se l'udito è corrotto
ghiotto di lusinghe
bramoso d'illusione


10

Notte
Legni si piegano
sotto il peso dei libri
Macchine e carte
mordono il tavolo
che piange nel buio
con gemito sottile
Notte
La sedia respira
senza il mio peso
Leggerò domani
ciò che non ho scritto



Stefano Iori, mantovano, è giornalista professionista. In gioventù ha recitato per il Teatro Autonomo di Roma e poi fondato la compagnia Ipadò (otto regie). Si è rivelato alla critica e al pubblico con la monografia critica I Grandi del Cinema: Tinto Brass (Gremese Editore, 2000). Varie le sue collaborazioni, tra cui quella all’Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre sillogi poetiche: Gocce scalze (2011), Sottopelle (2013, con prefazione di Gio Ferri) e L’anima aggiunta (2014, edizione italiano-inglese con prefazione di Beppe Costa). Numerosi i premi e le segnalazioni nel suo curriculum poetico. È presente in numerose antologie, fra tutte l’Enciclopedia di Poesia Contemporanea (Fondazione Mario Luzi, 2013). La giovinezza di Shlomo è il suo primo romanzo.