domenica 21 aprile 2013

Marco Furia su “Si minore” di Marco Ercolani, Edizioni Smasher


L’aria nelle pietre


“Le pietre
trattengono l’aria, diventano parole”
è pronuncia davvero intensa posta all’inizio della raccolta di Marco Ercolani “Si minore” (opera vincitrice del Premio Letterario “Ulteriora Mirari” 2012).
Se frammenti di crosta terrestre “trattengono l’aria” e si trasformano in linguaggio, viene spontaneo chiedersi quali siano, secondo il poeta, le circostanze di nascita dei vocaboli.
Coincidono con l’atto stesso del dire anche se, miscuglio di aria e pietra, hanno un’origine che si perde nella notte dei tempi?
Rocce e gas, lo sappiamo, erano presenti sulla Terra molto prima della comparsa dell’uomo e della sua lingua: questo, tuttavia, interessa ben poco al Nostro, poiché la sua è aderenza immediata a un’immagine tale da non richiedere alcuna giustificazione.
Siamo al cospetto di un ampio comprendere, coincidente con un vivido desiderio di comunicazione inteso a non escludere, a priori, nessuno.
Il verso
“Le pietre tornano vento, se sono guardate”
mostra come il poeta, anziché addentrarsi velleitariamente nell’enigma, si limiti a rappresentarlo con disinvoltura non sprovvista di un misterioso senso di consapevolezza.
L’attività dell’osservare ritorna nella sequenza
“Aveva guardato il buio così a lungo
che tutte le note della notte vibrarono”.
La vista si fonde con l’udito e il notturno concerto dell’oscurità è ascoltato con lo sguardo.
Il concetto d’immagine e quello di suono sono distinti, ma possiedono tratti comuni: non si dice, forse, che una composizione musicale suggerisce certi lineamenti fantastici e non si parla, talvolta, di sinfonie di forme e di colori?
Leggo a pagina 31:
“Ma preferisco altre visioni:
un continente d’acqua, senza figure,
che comprenda le nostre vite terrene
in una navigazione lentissima”.
È dunque un desiderio di dissoluzione nell’elemento liquido per eccellenza a ispirare “Si minore”?
Non direi, perché le “vite” (che restano, in ogni modo, “terrene”) lungi dall’essere annullate, vengono comprese “in una navigazione lentissima”.
È proprio siffatta navigazione ciò che più conta: attraversare oceani sconfinati con paziente coraggio rivela la presenza di una solida fiducia in se stessi che trae origine da concrete capacità.
Questa, fuor di metafora, è la via non della velleitaria audacia ma dell’affidamento, non del rischio azzardato ma dell’avventura cosciente: le giuste “figure” non mancheranno se sapremo disegnarle.
D’altronde
“La mente capovolge fluida
l’ordine del mondo”.
Il mondo esiste anche in virtù delle maniere in cui la sua presenza viene avvertita e, perciò, il suo “ordine” può subire modifiche e capovolgimenti.
Insomma, siamo dinanzi a una sorta di antropologia cognitiva che Marco presenta in modo diretto, perfino disarmante nel suo offrirsi senza condizioni.
Ma, chi è Marco?
Lo rivela il poeta stesso, con un’efficace pronuncia posta quasi al termine della raccolta:
“Quel lampo disseminato nelle onde
infranto e lucente:
io”.
Ci chiediamo, allora: chi siamo noi?
La risposta non può che consistere nel richiamo volto a promuovere un mettersi all’opera: spetta a ciascuno comporre, in mille e mille modi differenti, la propria poesia.
Sotto questo profilo, “Si minore” è coinvolgente invito a un consapevole fare. 

                                                                                                         Marco Furia


Marco Ercolani, “Si minore”, Edizioni Smasher, 2012, euro 11,00, pp.90 

giovedì 18 aprile 2013

“Maria und Marie. Io sono un’altra” presso la Galleria La Nube di Oort, Roma

Via Principe Eugenio 60
Vernice: sabato 20 aprile 2013 ore 18:30
Durata della mostra:  fino al 9 maggio 2013


Le tre artiste tedesche Sandra Heinz,  Edith Urban  e Cora Volz elaborano insieme, anche se su registri diversi, i due ruoli femminili contrapposti, spesso degenerati in cliché: Maria l'innocenza, la santa, la spirituale e Marie la sensuale, la voluttuosa, la seduttrice. In questa prospettiva l’uso della frammentarietà nelle loro opere gioca un ruolo importante. In Sandra Heinz i vestiti rappresentano frammenti di una vita, in Edith Urban i testi emergono solo in quanto frammenti e in Cora Volz la frammentazione della figura modellata è presupposto per una nuova ricomposizione delle parti. Il frammento allude a un ‘tutto’ non più presente. Cora Volz sviluppa nelle sue sculture una nuova interezza che rimane però distante, inaccessibile. Comune a Sandra Heinz e Edith Urban è l’assenza della persona, solo i frammenti sono presenti. Edith Urban si affida alla forza evocativa dei frammenti di testo sovrastanti l’immagine astratta, mentre Sandra Heinz evoca con i vestiti stampati o ispessiti questa strana presenza/assenza della persona.
Maria e Marie rappresentano esempi di un immaginario differenziato della donna, così come si è andato formando attraverso i secoli sia sul piano sociale che storico. Nei dipinti, nella letteratura religiosa e laica, nella drammaturgia, nei libretti operistici e nei mass media di oggi, emergono figure di donna che incarnano ruoli femminili condensando in sé caratteristiche e comportamenti che da una parte sono diventate modelli guida, dall’altra sono degenerate in cliché. Maria e Marie rappresentano quindi solo simbolicamente due ruoli femminili contrapposti: Maria l'innocenza, la santa, la spirituale e Marie la sensuale, la voluttuosa, la seduttrice: io sono un'altra.
Cora Volz è scultrice. L'oggetto principale del suo lavoro è la testa.  In una prima fase l'artista crea figure femminili in terracotta - busti, ritratti, bassorilievi - molto vicini al modello vivo. I calchi di gesso ottenuti vengono poi ridotti in frammenti e lavorati singolarmente in modo molto specifico con aggiunte di altri materiali. La cosa nuova che ne risulta, grazie ai materiali inseriti, ha un effetto fortemente tattile. Il legame con il ritratto originale della giovane donna persiste ancora, ma l’insieme della scultura o del bassorilievo, con i materiali estranei, crea qualcosa di sovra-individuale.
Sandra Heinz invece sceglie raramente la rappresentazione della persona, attinge piuttosto a quello che le persone si lasciano dietro, come vestiti, scarpe, panni, coperte. Nel caso dei vestiti abbandonati l'artista si fa prendere dalla materialità e matericità delle cose: le stampe ottenute da vestiti e biancheria immersi nel colore o evidenziano nelle strutture a filigrana. Nello stesso tempo sono un ricordo della persona che li indossava.  Nel caso dei tessuti colorati e ispessiti dal colore diventati  cosi sculture, le persone assenti appaiono in qualche modo ancora presenti.
Nella pittura di Edith Urban scopriamo il ruolo particolare della parola, del testo,  dei frammenti di testo. Riflessioni, dialoghi, dichiarazioni provocatorie ma anche descrittive prese soprattutto da testi letterari vengono iscritti nello strato di colore ancora fluido. In passato l’artista prediligeva uno sfondo monocromatico, mentre adesso lo divide in strisce di colore in cui le parole vengono scritte, ricoperte di colore, lavate via e ancora riscritte. Vengono ripresi pensieri e sentimenti emblematici sempre attuali: il lutto, la speranza, il dolore, la disperazione, l'odio e il desiderio. Spesso sono leggibili solo singole parti del testo, ma  proprio tale frammentarietà nella sua indefinitezza lascia allo osservatore lo spazio per una interpretazione personale.
Tutte e tre le artiste riflettono ruoli femminili ben lontane dagli stereotipo diffusi  dai mass media. In questa prospettiva la frammentarietà nelle loro opere gioca un ruolo importante. In Sandra Heinz i vestiti rappresentano frammenti di una vita, in Edith Urban i testi emergono solo in quanto frammenti e in Cora Volz  la frammentazione della figura modellata è presupposto per una nuova ricomposizione delle parti.
Il frammento allude in modo nascosto o evidente a un ‘tutto’ non piu presente. Solo una, Cora Volz, rappresenta le donne in modo diretto sviluppando una nuova interezza che tuttavia rimane a noi inaccessibile: è la prospettiva di spalle che crea una distanza e quindi rende le figure inavvicinabili. Comune a Sandra Heinz e Edith Urban è l’assenza della persona , solo i frammenti sono presenti. Edith Urban si affida alla forza evocativa dei frammenti  di testo con il loro riferimento esistenziale, mentre Sandra Heinz crea con i vestiti stampati e ispessiti questa presenza stranamente assente delle persone.
                                                            Ulrich Meyer-Husmann


martedì 16 aprile 2013

Mostra di Gina Hoover “Silent Interactions” presso la Eco gallery

Inaugurazione 17 aprile 2013 ore 19.00
presso la Ecos Gallery in Via Giulia 81/a, Roma
a cura di Pia Candinas

  
La forte e radicale espressività della pittura di questa giovane artista colpisce all'istante. In Facebook Series vediamo ritratti e paesaggi improntati da pennellate veloci, determinate e sicure, così come i colori che emanano una forza visionaria; lo si vede nei rossi, bordeaux, gialli, verdi e blu, nel nero quasi minaccioso, e nelle sfumature cromatiche che ricordano Goya,  Manet o Marlene Dumas. L'artista raccoglie in questi piccoli spazi i lunghi passaggi della pittura dell'Otto e Novecento, come se in particolare il mondo della ritrattistica le fosse appartenuto da sempre. La serie dei 150 ritratti (formato cartolina postale) della Facebook Series sembrano accostarsi al mondo di Manet, uno dei grandi padri del modernismo, che nei suoi ritratti (in questo momento esposti a Londra in occasione della bellissima mostra Portraying Life), mostra quell'incisività delle pennellate sullo sfondo astratto della tela (non più decorativo e non più rappresentativo), dei paesaggi e dei volti che inaugurano la pittura contemporanea. Gina Hoover, come Manet, concepisce lo sfondo della tela come astrazione,  i suoi ritratti ricordano inevitabilmente Berthe Morisot en chapeau de deuil a long voile, George Moore dans le jardin  o Mallarmé, ritratti che hanno segnato la tradizione pittorica sempre più impegnata al limite tra l'astratto e il figurativo, e caratterizzata da un'impressionante visione psichica pre-Freudiana dell'essere umano.
 Con i suoi facebook-ritratti Gina Hoover ha cercato a modo suo di raccontare le vicende umane del mondo di oggi, inventando una sua "galleria dei personaggi" che talvolta ci risultano vagamente comici: misteriosi e un pò disturbati, questi personaggi sembrano voler uscire dalla tela per venirci incontro. Siamo colpiti da dettagli e da particolari che raffigurano cose strane, selvagge ciocche di capelli, delle labbra grosse con trucchi pesanti, occhiali da noioso intellettuale, etc. L'insieme è una grande famiglia di  ritratti di giovani, divertenti, teneri, angosciati, perplessi:  figli del XXI secolo che a volte sembrano già vecchi e crudeli testimoni del nostro tempo. Se l'intento di Gina Hoover era di dare un volto umano al popolo del Facebook, ci è riuscita meravigliosamente.
Lo stesso vale per le tele di formato più grande: figure umane misteriose, spesso familiari o parenti presi da vecchie fotografie, con uno sfondo visionario di paesaggi che assomigliano a immagini rurali della Depressione statunitense.  Il ritratto Jacob C. Willems (2011) si collega alla tradizione pittorica e ritrattistica del Novecento, a cui Gina Hoover aggiunge la sua elaborazione di un debito al codice fotografico, che fa da transfert per le sue numerose composizioni. Siamo quasi invitati a chiudere gli occhi e a percorrere insieme alla nostra visione ricordi,  facce, sguardi e gesti inafferrabili che la tecnica di questa giovane artista  rende astrattamente visibili.
                                                                                                    Pia Candinas


Intervista di Pia Candinas con Gina Hoover
  
PC: La maggior parte dei tuoi quadri sono di persone  ritratte da fotografie. Mi puoi dire qualcosa a riguardo?
GH: Non ho mai usato una foto scattata da me per  farne un dipinto. Ciò che mi attira di piu' dei ritratti fotografici è che non devo incontrare la persona che ho scelto come soggetto della pittura. Piuttosto, mi capita di conoscerle e capirle mentre le dipingo e ne studio l’immagine. Così, tendo a scegliere le mie immagini in base a questa  riflessione: " con chi  in una stanza avrei più probabilità di comunicare."
 
 PC: Sei attratta dalle  fotografie che sembrano incomplete, misteriose, o che in qualche modo non forniscano informazioni chiare, oppure preferisci fotografie che documentano ciò che già sai e che si sta  rafforzando nella tua memoria?
GH: Il” mistero” nelle fotografie è la parte più allettante. Il mistero permette una certa libertà di prospettiva. Il mistero si  può  manifestare in vari modi, se la storia precedente è nota, posso risalire a ciò che è vero e a ciò che è rimasto nell’ombra, mentre se la storia precedente è sconosciuta diventa ancora  più  una sfida a cambiare  ciò che è vero e ciò che si realizza attraverso l’interesse dell'immagine.

 PC: Sei interessata a come le fotografie sembrino rappresentare una verità e invece traggano in inganno lo spettatore o addirittura mentano?
GH: Le fotografie possono produrre un'immagine“artigianale”di stile di vita che è specificamente adatta all’ immagine di una persona. Questo è il caso nella mia serie Facebook. Facebook ha creato la capacità di mettere a fuoco un secondo io e questo fatto è la specificità del mio lavoro.

PC: I soggetti sono sempre membri della tua famiglia? E  li hai incontrati di persona? Come li scegli ?
GH: Prima del  2010 il mio lavoro aveva a che fare quasi esclusivamente con la mia famiglia. L’attenzione era sul conflitto tra l’immagine e l’attualità. La mia famiglia aveva problemi di fondo  di cui ero consapevole, che si combinavano  con la storia della parentela dando  un’ idea della realtà dell’immagine.

 PC: Ogni fotografia è stata scattata in un momento specifico del passato,   in modo da fermare  il tempo, o almeno ci fa pensare a come  il tempo scorre  lasciando una realtà decadente. Che relazione c’è fra la pittura  e il passare del tempo?
 G.H. Vi è un ampio margine di tempo nelle mie immagini, dal principio del 900  alle più recenti immagini con tag Facebook. E’ l'atemporalità e i fili conduttori  tra le diverse epoche che sono affascinanti. La capacità di riconoscere lo stesso sguardo cento anni dopo crea un “sublime statico”.

PC: Puoi descrivere la differenza tra ciò che una foto racconta e ciò che la pittura esprime in alcune istantanee?
GH: Nel dipinto Giacobbe (Jacob) C. Willems mi sono concentrata sulla differenza di come la figura è stata ritratta. La fotografia era in un baule militare tra migliaia di altre quando è stata trovata. Al momento della sua scoperta era un segreto con cui ora avevo un rapporto intimo. Il potere del segreto è quello che volevo trasferire in un dipinto. E' la sensazione di scoperta e di connessione personale che volevo ricreare. Nel dipinto, sono stata in grado di dare a Jacob la forza richiesta dalla sua immagine originale 

PC: I sentimenti evocati in una fotografia sono diversi da quelli evocati in   un dipinto? C'è una differenza tra "emozioni e foto" "Emozioni e  pittura"?
 GH: Ci sono forti differenze tra le emozioni delle foto e le  emozioni della pittura. Un'emozione in una  foto è istantanea, una sensazione automatica di empatia con l'immagine. In pittura questa empatia esiste, ma a causa di altri fattori di (come): mano, pennello e colore, c'è un ritardo che produce un diverso tipo di rapporto, non  verso un essere umano, ma verso una sensazione.

PC: Quando si inizia con una fotografia, si   decide  subito, e deliberatamente, quali elementi eliminare e quali   sottolineare? O è il processo della pittura  a  condurre naturalmente a cambiamenti  rispetto alla fonte?
GH: Dipingere per me è una conversazione. Ci sono alcuni aspetti che si tradurranno,mentre la conversazione continua questi aspetti potrebbero dimostrarsi più o meno rilevanti  e altri elementi di minore importanza    potrebbero  diventare i più determinanti  alla fine.

PC: Qual è il tuo rapporto speciale con i ritratti? Sei interessato a  qualche ritrattista particolare nella storia dell'arte? Oppure a quegli artisti che fanno uso diretto delle fotografie…?
GH: Ritengo che i ritratti siano un modo privato di guardare le persone Questa è la ragione per la quale il lavoro di Sophie Calle mi incanta. E' il modo in cui interagisce con i suoi soggetti. Anche il  lavoro di Marlene Dumas ha avuto un impatto su di me. È lo sguardo che dà le sue figure, una immediatezza di empatia, nonostante possano essere differenti da te.

PC: Che cosa vuoi fare nel tuo lavoro che non hai mai visto fare da un altro artista?
GH:  Mi  sembra che il mio lavoro si allontani dalla pittura nel senso tradizionale. Mi piace il colore, ma voglio lavorarci in modo più mirato. Sono molto interessata alla luce come mezzo per creare l’immagine. Ha l’abilità di illuminare e nascondere qualsiasi cosa, caratteristiche intimamente collegate alla mia materia.. Ho iniziato con un lavoro su tela non stirata che credo sarà il percorso su cui continuare.

venerdì 12 aprile 2013

Gilberto Isella traduce Cédric Demangeot


“Il verso, questo piccolo braccio”.

 
  Enjambement, inarcatura. Non è la semplice interruzione di un’unità sintattica. È qualcosa (un evento) che trascende le mere tecniche del versificare, poiché tocca nell’intimo l’ontologia del linguaggio poetico e dunque la significazione come tale. La rottura del verso, questa lacerazione dal profumo drammatico ed erotico, ci dice che la poesia stessa – in quanto corpo - è il luogo dell’ictus e della scissione. Ci fa anche pensare all’imene e al diaframma, altrettanti mediatori di coniunctio e disiunctio. La poesia, col suo piccolo braccio “malato”, addita il mistero beante del corpo.
  Andare a capo, inoltre, è come doppiare il caput del verso, “scomparire senza morire” dopo aver percepito il silenzio mortale del  bianco.
   Su questi temi s’interroga Cédric Demangeot, poeta francese emergente, nato nel 1974 e autore di una dozzina di opere pubblicate da Fata Morgana, Flammarion e altre prestigiose case editrici. Da ultimo Une inquiétude (Flammarion, 2013).
 


Cédric Demangeot
À propos du vers


1. Le vers, ce petit bras. Ce petit bras cassé.


2. Je
vais à la
ligne parce que l’
Histoire a séparé
mon corps.


3. Le vers est une maladie. Un dysfonctionnement du corps – qui ne peut pas ne pas intervenir dans la production du sens – intervenir par interruption. Le vers est ce qui se produit à chaque fois que le corps entrave le trajet de la langue – à chaque fois que la langue trébuche sur le corps – et le poème est le son de la chute ensemble de ces deux morceaux que l’Histoire a séparés.


4. Avoir le sens du vers: savoir (sentir) à quel endroit la langue doit (se) rompre – afin que plus (ou  moins) de sens qu’elle n’en peut physiquement supporter passe.


5. Le
vers veut
vivre il veut
disparaître sans mourir: veut
reparaître au même & premier
point zéro de sa
disparition – d’où
relance & cela
le rend – au nécessaire comme
au possible: à la vie.

(avec J.T.)


6. La partie
du corps de la langue faite pour
l’amour est: l’endroit
où du blanc
la rompt: c’est
par là qu’elle
jouit, par là
qu’elle enfante et pisse de
bonheur d’avoir été re-
tournée sur son envers et re-
prise et mise à nu sur la corde
tendue – cela
la rend folle et la force à
bégayer, grincer, japper: à
se tordre de vrai contre le mur de neige.


7. Un vers n’a jamais sauvé la vie de personne. Et c’est pour cette raison qu’un vers en appelle forcément un autre. Même le dernier vers du poème, il se peut qu’on l’entende encore appeler, longtemps après avoir refermé le livre.





Cédric Demangeot
A proposito del verso



1 . Il verso,  questo piccolo braccio. Questo piccolo braccio spezzato.


2. Io
vado a
capo perché la
Storia ha separato
il mio corpo.


3.  Il verso è una malattia. Una disfunzione del corpo – che non può non intervenire nella produzione del senso – intervenire per interruzione. Il verso è ciò che si produce ogni volta che il corpo ostacola il percorso della lingua – ogni volta che la lingua inciampa nel corpo – e la poesia è il suono della caduta simultanea di questi due pezzi che la Storia ha separato.


4. Avere il senso del verso: sapere (sentire) in quale punto la lingua deve romper(si) – perché passi almeno qualcosa del senso ch’essa non può fisicamente sopportare.


5. Il
verso vuole
vivere vuole
scomparire senza morire: vuole
riemergere nel medesimo & primo
punto zero della sua
scomparsa –  dove
rilancia & ciò
lo restituisce – al necessario come
al possibile: alla vita.

(con J.T.)


6. La parte
del corpo della lingua fatta per
l’amore è: il punto
dove il bianco
la spezza: è
lì ch’essa
gode, lì
che partorisce e piscia per
la gioia d’esser stata ri-
voltata sul suo rovescio e ri-
presa e denudata sulla corda
tesa – ciò
la rende folle e la costringe a
balbettare, stridere, guaire: a
torcersi davvero contro il muro di neve.


7. Un verso non ha mai salvato la vita di nessuno. Ecco perché un verso ne chiama necessariamente un altro. Capita perfino, molto tempo dopo aver chiuso il libro, di sentire il richiamo dell’ultimo verso di una poesia.  

(da Une inquiétude/ Un’inquietudine, Flammarion 2013).

(© trad. Gilberto Isella)


martedì 9 aprile 2013

“Gisele Amantea, il kitsch non è soltanto kitsch”



Se il kitsch domina l’ambiente, le case in cui viviamo, allora accettarlo, conviverci, può  dare modo di sabotarlo dall’interno, di trasformarlo fino a fargli dire qualcosa, se non di contrario, di diverso. E’ questo l’obiettivo che persegue Gisele Amantea, artista canadese che ha già al suo attivo numerosissime mostre. Se il pretesto per l’ideazione dell’opera è dato, appunto, dall’oggetto kitsch, esso non è più immediatamente ravvisabile nell’opera artistica, poiché di  esso si colgono alfine allusioni, riverberi, echi, materie manipolate e riforgiate, sensi e modalità di impiego differenti. In particolare, fin dai primi lavori,   Gisele erge altari enormi con piccoli oggetti in ceramica (tartarughe, cappelli da cow-boy, ananas, casette) sovrastati da vasi dalle forme più improponibili, eppure familiari perché abitano le nostre case: sorta di Lari succedanei, senza scopo e senza senso, i quali non sono né giocattoli per bambini né utensili né oggetti decorativi a pieno titolo. Tuttavia, nelle opere realizzate con siffatti materiali si percepisce nettamente un’azione di recupero semantico.

Nessuno saprebbe esattamente individuare una nuova funzione per essi, eppure basta aprire un cassetto anche nella casa più ossessivamente minimalista per tirarne fuori qualcuno. Interrogarsi su questi oggetti apre uno squarcio sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini, al di là dell’aspetto merceologico o consumista. Tale oggetto, proprio  perché così banale e insignificante, denuncia il nostro bisogno di circondarci di ciò che è noto, di ciò che è privo di pretese. La Amantea, facendolo assurgere a protagonista indiscusso, mette il dito nella piaga della nostra mancanza di educazione estetica. Ma allo stesso tempo rivela anche l’affettività che nutriamo per questi oggetti, il fatto che li rendiamo, in ogni caso, veicolo di comunicazione.


Il kitsch è subdolo: riesce a creare oggetti fascinosi, i quali difficilmente si concedono a una riconoscibilità immediata. Si veda l’uso del “flock”, materiale che nasce dallo scarto della lavorazione di tessuti di nylon. Esso viene recuperato e utilizzato, tramite incollaggio su un supporto rigido, come carta da parato o pannelli, per il suo aspetto vellutato, lucido, di incerto statuto. Recuperando anche disegni appartenenti al modernariato, Gisele, con complesso lavoro, costruisce intere pareti decorate con questo materiale. L’aumento di scala, mette in risalto il fatto che anche un disegno ricercato può cadere facilmente nella trappola del kitsch (si vedano anche le installazioni che replicano il disegno dei merletti della tradizione normanna, ove questa volta sotto la lente d’ingrandimento cade il lavoro femminile, mai totalmente esente da una caduta nell’abisso dell’insensato). La serialità di tale riproduzione, introdotta dall’artista di origine italiana, come un avvicendamento metalinguistico, produce a sua volta una ripetizione che non vuole essere  condanna per le attività artigianali, di qualsiasi tipo o risultato esse siano. Gisele Amantea è una di quelle artiste che amano lavorare sulle faglie, sulle discrasie,  che non vogliono saldare nessuna contraddizione, ma che trovano in esse il sale dell’esistenza, il valore indiscusso dell’atto conoscitivo. Conoscere non può che voler dire scoprire contraddizioni e persino comprendere i motivi della loro necessità (ci viene in mente la ricostruzione, da parte di Gisele, di un oggetto che riproduce una sorta di medaglione realizzato con conchiglie che le donne di Halifax affidavano ai loro uomini che andavano per mare, contenente la frase “Pensa a me”).

E ancora, vogliamo rammentare, prima di concludere, un altro raffinato lavoro della Amantea, in cui l’artista incrocia continuamente esistenza e finction, film e arte, fumetti e video, per mostrare che la nostra realtà esistenziale non è separabile dal nastro continuo della proiezione cinematografica: ciascuna vita è intersecata da immagini filmiche e in essa ci sono almeno un centinaio di orsetti di peluche e portachiavi, di cactus di ceramica e gondole veneziane. In questo senso qualsiasi recupero è recupero di affettività e di rispetto, di curiosità e di morbosità, di passività e di creatività.

                                                               Rosa Pierno 

venerdì 5 aprile 2013

Daniele Pieroni “Florario” La nube di Oort edizioni, 2012



Una raccolta tematicamente composita come un bouquet floreale, se fosse nelle intenzioni di Daniele Pieroni parlare di fiori, cosa che il titolo pur indica: Florario. 2007-2009, ma il pretesto si dissolve ben presto, mostrando di ancorarsi pressoché limitatamente ai titoli e alla situazione fortuita che ha occasionato l’istantanea esistenziale con le sue riflessioni amare o divertite ai margini. Ecco, val la pena di considerare che tanto più l’oggetto è delicato e fragile tanto più esso desta nella mente riflessioni da resa dei conti, e, allo stesso modo, tanto più l’oggetto appare colorato e umile, tanto più diverte e invita all’allegrezza e a un giocoso disporsi a cicala mimare.  Di striscio vogliamo ricordare che il linguaggio dei fiori è arbitraria convenzione che qui però si tinge di necessità spesso ribelle alle convenzioni, il poeta sottolineando, infatti, che la convenzione costringe a un significato tristemente univoco. Il poeta eleva su un diverso altarino semantico, e spesso fra i più imprevedibili e sorprendenti, il fiore, mai però disgiungendo il fiore dalla considerazione del sé. In questa disposizione oscillante tra la perdita degli anni migliori e un propulsivo moto all’esistere godendo dell’effimero, c’è il moto perenne di questa raccolta, tutta attaccata al dato percettivo e in maniera secondaria a quello consuntivo, così che a ogni passo ci si trova sempre spinti verso l’avanti, verso una nuova giornata da godere in ogni caso, dove il fiore prescelto è solo l’emblema, ma come svuotato dal di dentro, riforgiato. Al fiore si troverà che tutto può essere attribuito, e proprio mentre il poeta tenta di denunciare l’abito mentale che rende rigido il percetto. Fiore come strumento di rinascita, di ricostruzione, di svecchiamento, di nuovo impulso, di germinazione, di ricollocazione esistenziale!

Crisantemo

Che sorte miseranda t’è toccata
d’esser stelo funerario
un fiore così bello e variopinto
un hippy scarmigliato della flora
e invece eccoti a segnare i cimiteri
darti veste di necroforo
con le prefiche a stillarti
sopra ai petali lacrime di pianto.
Io in barba a tale convenzione
ti porterei in giro per il mondo
a liberarti di tristi credenziali
e farti celebrare ben altri riti:
 una danza intorno al fuoco
una festa che propizi messi
un amplesso coniugale, 
così che tu sia visto
come un fiore tutelare
di gioie e fertili demenze.

luglio 2008

Dalia

Scavai a lungo con le dita nella terra
la fronte madida e le unghie nere
scavai convinto di seminare allori
volevo guadagnarmi il pane
con lo sbocciare d’una dalia:
ripresi fiato, bevvi un sorso di acquavite
se fosse giunto un vagabondo
avrei attaccato briga
da battermi, lottare senza vero scopo
così da farmi sopraffare
e stramazzare malamente al suolo
con un forcone addosso
lambendo la stessa terra seminata
promessa ancora lungi da svelarsi.

29 agosto 2007

Calendula

Giri giri come gira il sole
segni il tempo con le falci della luna
sei forse tu, calendula,
che devi ramnentar la vita breve?
Di tempo ce n’è poco, questo è certo
ma dovrei pertanto scoraggiarmi
e sorseggiare la cicuta prematuramente?
Va’ là, malinconia, non mi turbare
giri come giri, non starò passivo
a numerare i gironi e le calende
vivrò appieno i moti e le stagioni. 

2 aprile 2008
                                                              

   

lunedì 1 aprile 2013

“Scene” di Jeannette Montgomery Barron presso la Libreria Galleria Carla Sozzani, Milano



“Scene” è il titolo della mostra di ritratti fotografici in bianco e nero di influenti personalità degli anni ’80 della cultura underground newyorkese che Jeannette Montgomery Barron presenta a Milano dal 6 aprile in Corso Como 10 e di cui alcuni risalgono appunto al 1982, quando la fotografa iniziò la sua carriera appena ventenne. Collezione che si arricchita per oltre un ventennio, presentando anche ritratti di artisti italiani. Vi scorgiamo scrittori, artisti, attori, musicisti entrare direttamente in relazione non con l’obiettivo – quasi tautologica affermazione di sé – ma in un dialogo con l’essere umano che guarderà le foto.  La capacità della Montgomery Barron è appunto quella di catturare il desiderio di colui che si sta facendo fotografare, il desiderio di essere immortalato in qualcosa di tanto effimero quanto di scolpito, in un momento, cioè, carico di  spontaneità quanto mentalmente determinato. In questo modo, pertanto, il mistero appare spontaneo, familiare, e ciò che è familiare si tramuta nuovamente in ineffabile. Ha presa un dialogo in cui la persona non appare mai in una posa ingessata, sebbene la mimi: queste fotografie sono in costante moto di desiderio, sia della fotografa verso la propria opera sia del personaggio ritratto nei confronti della rappresentazione che vuole dare di se stesso.


La fotografia ha i suoi mezzi precipui per giungere a formalizzare l’aspetto della realtà: uno dei più usati da Jeannette è l’ombra, con le rade pozze di luce che si formano nella sua assenza o nei suoi cali di tensione.  L’ombra concorre a costruire la personalità di colui che si sottopone al ritratto fotografico e colui che viene ritratto desidera per questo scoprirsi nella rappresentazione che l’artista crea tramite il mezzo fotografico. Ecco, dunque, che egli scopre di sé prima ancora che il suo volto, il corpo vigoroso affossato nell’ombra, com’è nel caso di Julian Schnabel, mentre cunei e spigoli taglienti rendono la fotografia uno specchio rotto e ombre di oggetti improbabili si proiettano sul muro  o, com’è nel caso di Ryuichi Sakamoto sotto la pioggia,  in una foto mossa dall’acqua e dall’impossibilità di tener ferma un’immagine di sé che si vuole in continua dissolvenza. Ma si veda anche lo splendido ritratto di William Burroughs  tutto frammenti di ombra e luce, tutto un affondare nel nero e un galleggiare nel lucore, tutto moto e stasi senza soluzione di continuità. Ritratti non privi di una loro metafisica  valenza: John Lurie la cui ombra si proietta tre volte sulla parete in scale diverse con un sassofono sospeso in aria non proiettante ombre o Rainer Fetting che sembra voler creare/replicarsi nel modello che ha dinanzi. Ma anche certe costruzioni di interni in cui più spiccatamente le persone che li abitano si fondono assumendone l’aurea: è il caso del magistrale ritratto di Beatrix Ost-Kuttner e Adelheid Ost  ove le pose, questa volta volutamente manierate, riverberano il dialogo tra le sfere del lampadario ottocentesco e quello di marmo e vetro poggiate sul tavolo da pranzo.  Qualsiasi mezzo è buono, e ne esistono infiniti nella faretra di Jeannette Montgomery Barron, per tratteggiare il ritratto di chi vuole manifestarsi  e sottrarsi, contemporaneamente, attraverso la fissità di una definizione.


                                                               Rosa Pierno