lunedì 2 dicembre 2019

Marco Furia ‘legge’ “Fiera in Transilvania” di Aba-Novák, 1938


Vilmos Aba-Novák, “Fiera in Transilvania”, 1938,
olio su tela, Nicolas M. Salgo Collection, Long Island, NY, USA


Nel 1938, Vilmos Aba-Novák dipinse “Fiera in Transilvania”.
Ai piedi di una non aspra catena montuosa, in un ampio spiazzo nei pressi di un borgo, è in pieno svolgimento una fiera contadina.
Uomini e donne, merci e animali occupano circa la metà della tela, mentre nella restante parte, oltre ai monti e al villaggio, è ritratto un cielo attraversato da nuvole.
L’occhio è subito attirato da simile scena.
In particolare, i carri protetti da tondeggianti coperture costituiscono una vera e propria sinfonia visiva cui fa da contrappunto quella dei tetti che, dal basso, risalgono verso un poggio su cui svetta un alto campanile.
Si nota una pacifica animazione.
Gli individui parlano tra loro ed esaminano con attenzione i prodotti in un’atmosfera di vigile compostezza.
È presente una diffusa spontaneità mercantile che, certamente di origini molto antiche, non sembra avere intenzione di venir meno nel futuro: ancora per molto tempo si svolgeranno fiere nelle piazze.
L’osservatore entra nel quadro e si perde.
Occorre davvero aguzzare lo sguardo per individuare i singoli aspetti di quell’attraente, complessa, animazione.
Si scorgono, così, uomini che contrattano il prezzo di tranquilli bovini, venditori di 
vasi e piatti, venditrici di stoffe e, un po’ dovunque, ceste, brocche, secchi.
Al centro, un personaggio femminile si allontana solitario: forse ha trovato ciò che cercava, forse no.
Il suo incedere è malinconico, poiché teso a raggiungere un borgo al momento pressoché deserto.
Su tutto domina lo svettante campanile.
A mio avviso, questi espressivi tratti di Aba-Novák riguardano il genere umano e, assieme, la Terra.
Qualcosa di geologico è presente in un dipinto in cui il suolo, sul quale poggiano esseri viventi, carri, merci e abitazioni, assume un ruolo non secondario.
Sembra quasi, nel seguire i profili dei non dirupati rilievi, di avvertire la rotazione terrestre attorno al Sole.
Perfino le bianche, gonfie, nubi paiono muoversi.
Quegli individui, pur occupati nei loro commerci, non possono essere dimentichi dell’incessante divenire naturale, poiché quest’ultimo è intimamente congiunto alla loro esistenza di contadini, allevatori, artigiani.
La merce esposta deriva da un lavoro impegnativo ma non alienante.
Non si nota nulla di astratto o d’illusorio in un’affascinante opera capace di raffigurare, in maniera diretta ed efficace, dimensioni specifiche e anche universali.
Quei personaggi dai gesti misurati, tra quei carri pronti a ospitare le merci in caso d’improvvisa pioggia, sono ben consci del valore di una Terra sulla cui superficie conducono quotidianamente la loro esistenza.
Lo stesso campanile, il cui basamento affonda nel terreno, mostra l’umana propensione per una trascendenza religiosa radicata, in ogni modo, quaggiù.
Il genere umano è indissolubilmente legato al suo ambiente naturale: gli uomini e le donne di “Fiera in Transilvania” non hanno alcun bisogno di ricordarlo, perché non l’hanno mai dimenticato.


                                                                                                 Marco Furia 

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