domenica 26 maggio 2024

Gilberto Isella “Terre sotto vuoto”, Marietti1820, Bologna, 2024


Per un poeta la parola dovrebbe essere sempre anche ritmo, a tal punto che persino un scoiattolo avvolto da un bagliore prima di scomparire all’interno di un tronco, con la coda “conversa”, ossia batte il tempo nella luce. Quasi che ritmo e luce siano strettamente connessi, come il suono e il senso nel linguaggio. È nella luce e col ritmo che le cose e i segni divengono altro, si trasformano in oggetti prossimi, <<l’orma notturna / si fa foglia / e la foglia è di felce / figlia felice>>. Cosicché il lettore, mentre segue l’immagine costruita da Gilberto Isella nella sua ultima silloge Terre sotto vuoto, Marietti1820, 2024, si accorge di colpo che assieme alle cose si trasformano anche le parole: foglia / figlia e felce/ felice. C’è una vocale che si sostituisce all’altra o che si aggiunge e il senso si metamorfizza. Colui che compita mentalmente le parole del poeta non dovrà scegliere, dovrà conservare immagini e parole, trattenendone la sola figura della metamorfosi. Intanto si sarà decifrato che la luce scompiglia il linguaggio, poiché  vi è diretta connessione tra le due. Come se il visibile stesso sia restituito dall’uno e dall’altro, ineludibilmente. Ma il linguaggio non parrebbe di questo mondo; attiene più a una sovrana intelligenza, giacché la natura stessa, liberandosi dall’interpretazione umana che la assoggetta, si colloca ‘naturalmente’ sulla pagina bianca, vuota, del libro assoluto, richiamo mallarmeano. Se mai microcosmo e macrocosmo, anch’essi recuperati dallo stesso Mallarmé, si equivalgono come in una sineddoche, allora lo zig-zag di un calabrone deve corrispondere a un moto celeste. E dunque cadono anche i confini tra le materie: <<spazio libero da forre / violoncello dai liquidi confini / quattro corde / serpeggianti con il fiume>>. La porzione materiale sta al tutto immateriale: <<palinsesti divini?>>. Sembrerebbe che il tentativo di ottenere una risposta, vale quello di tentare una domanda, aprirsi alla domanda, accogliere la possibilità di un impossibile che è tale solo pregiudizialmente. Che cosa sarebbe l’infinito se non contenesse tutto? Eppure, la mente ridicolmente innalza le sue cesure, le sue dighe, i suoi dogmi. La canna pensante, l’uomo pascaliano trova nella sua mente barlumi bastevoli a fargli intuire che il trapasso tra le materie e il nulla è continuo. La luce e il pensiero sono prossimi, ma anche il sembiante di dio e dell’uomo lo sono. Il volto di Cristo consente un ennesimo passaggio tra il visibile e l’invisibile che Gilberto Isella indaga con disposizione opposta a quella di San Tommaso. Ancora un passaggio aperto: <<Transiterà con noi / l’antica sinopia astrale / che tiene in serbo / il suo santo / scabro / volto>>. Ecco dunque che sacro e profano si stringono in un’entità indivisibile, tanto che Isella conia il vocabolo ‘sacroprofano’. Esiste forse un ‘punto cieco’ in tale passaggio, che impedisce all’essere umano di avere una visione totale ed esaustiva dall’unica finestra della sua mente. Come un chiasmo si produce, nella poesia dedicata a Giacomo Leopardi, la coincidenza dello spazio celeste e della stanza quotidiana, ma appunto solo perché si parte da un’iniziale distorsione d’immagine, mentre le due dimensioni sono compresenti, già unite in origine. È una geografia pensante, quella di Isella, che si autoproduce, e nella quale canne/spade e acquitrini/luce coesistono.

La sua poesia non disdegna certo i simboli: <<pinna di sàrago la affida / a seme umano celebrante>>. Tali segni di riconoscimento tramano le sue poesie riuscendo a costruire una labilissima, tenue, eppure resistentissima trama tra il qui e l’oltre. Se terra e parola sono una sola cosa, altrettanto concreto rispetto alla realtà appare il prodotto dell’immaginazione. È un vaso che Pandora/Poesia apre sorvolando l’intero emisfero. La poesia è questo lancio/dono, questa apertura dell’otre dei venti: nulla resta fuori. L’insieme è formato dal materiale e dal mentale senza soluzione di continuità. Dalle sirene a Leonardo, da Euclide a all’impresa degli Argonauti, è tutto un libro! 

Se si trancia il rapporto inestricabile dell’intellegibile con l’invisibile, se non si accetta la relazione con il ‘dio fabbricatore, allora, nello studiolo, lo studioso <<avrà smesso di sudare nell’arsura / come il sasso è incapace di morire>>. Aiuta osservare l’esistente alfine di non perdere il legame, in siffatta maniera quanta bellezza si potrà pertanto scorgere << nell’onda geroglifica / intorno al volo di un gipeto / guidato dal sole, dal vento / che d’incanto sparisce nella baia!>>. Attentissimo alla sonorità delle parole, e come sospinto dalla brezza marina, Isella scrive: <<criniere in vortici, vortici / in visiere, falde sbeccate / di lontanissime sponde / dietro il cielo>>. E certamente sarà ancora la splendida sua vena poetica, che oramai sfreccia come una rondine, a fargli sentire il limite della mente come qualcosa di aggirabile con una sorta di ebbrezza: <<L’interdetto non dice né detta / eppure ancora scrive e piroetta / tra i cartocci del soffrire>>. E pur anche la filosofia è sottoposta allo sguardo immaginativo della poesia, passa cioè attraverso la potenza immaginifica di una parola liberata dalle catene del quotidiano. 

Resta il nulla tra ‘culle e tombe’, ma è un nulla sonorissimo: <<là dove il nulla rintocca / il flauto consuma la bocca >> a rimarcare il legame tra il qui e l’oltre. Anche se certamente permane un abisso tra la bellezza materiale e il nulla: <<come mantenere la bellezza / dallo svanire? / come mantenere la bellezza dello sparire?>>. La risposta è nella percezione: è essa che ci fa accedere a ciò che sta oltre le cose, pertanto, <<s’impunti un istante \ sull’ancia dell’oboe / prima che bocca la risucchi / nell’effimero evento / del gioire>>. Eppure, è qui, su questa terra, la guerra e Isella non si sottrae alla responsabilità di rendersene testimone, poiché scopo del poeta non può che essere quello di sottrarre al vuoto, all’insignificanza, la terra, con la correlata dimensione celeste.


Rosa Pierno

mercoledì 10 aprile 2024

Michel Butor e Carlo Ossola “Conversazione sul tempo”, Pagine d’Arte, 2024

 


Michel Butor, scrittore, saggista, artista, è autore sorprendente e, difatti, alcuni appassionati, fra i quali gli editori Matteo Bianchi e Carolina Leite della casa editrice Pagine d’Arte, sono sempre all’opera per proporre al pubblico i suoi testi e i suoi libri d’artista, anche partecipando alla contemporanea esposizione Dialoghi fertili che si tiene al Porticato della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano. Ecco, pertanto, la splendida occasione della pubblicazione dell’intervista che Carlo Ossola ha realizzato il 28 maggio 2011 a Saint-Émilion, nell’ambito del V “Festival Philosophia” sul tema del Tempo; intervista trascritta senza cambiare nemmeno una parola e nella quale Ossola porge le sue considerazioni, concedendo a Butor un respiro di taglio saggistico. Il tempo, a cui Butor ha dedicato un testo narrativo, L’impiego del tempo (Mondadori, 1960) viene affrontato nell’intervista da quattro angolazioni differenti, tutte ugualmente utili a restituire la complessità stratificata di un concetto a cui solo la consuetudine regala la linearità, che peraltro si può considerare un vestito dell’imperatore da evitare d’indossare, pena la perdita della nostra ricchezza esistenziale.

La scrittura gioca un ruolo chiave nella restituzione del groviglio temporale in cui la nostra psiche è immersa e lo fa sempre da una postazione spazio-temporale, grazie a slittamenti, sovrapposizioni, sconfinamenti, ritorni con i quali può sconfiggere i blocchi, le rigidità, le continue cesure, ristabilendo un flusso in cui si immettono più fluidi provenienti da diverse direzioni. È un movimento, quello scritturale, in cui, se si cerca costantemente di tenere distinto qualcosa per non farsi travolgere dall’onda traversa, si tenta anche di poter provare l’ebbrezza di un tempo indistricabile, dove passato e futuro appartengano alla medesima cronologia. Quest’ultima è come una percezione che mescola e rende distinguibile al tempo stesso, consentendo la formalizzazione di una scrittura capace di registrare i tempi come omogenei e promiscui al contempo. Senza escludere, trattandosi di scrittura, che anche il lettore, nel leggere, intervenga coi suoi tempi. Butor stesso, nel rileggersi, riscontra il non riconoscersi, il non riuscire a risalire al suo pensiero di allora, ma in fondo anche questo fa parte del tempo della propria persona: uguale e distinto in ogni momento. Vale qui la concezione agostiniana della contemporaneità di tutti i tempi, così come la riporta Butor: <<il passato è presente e il futuro è già presente, e il presente è già passato nel momento stesso in cui lo si dice e noi possiamo parlarne solo perché è anche futuro>>. La musica offre del tempo una rappresentazione può vicina alla nostra interiorità rispetto a quella del calendario, ossia una pluralità.

Una diversa lettura dei tempi è in atto anche nelle affascinanti ipotesi di Charles Fourier, per il quale non esiste un solo mondo, ma una pluralità di universi comunicanti; ciò ridà vita alle corrispondenze di matrice medioevale, ove <<l’universo e l’uomo sono omologhi>> e alla lettura vichiana, ove si narra <<la storia della società prendendo a modello la storia di un individuo>>. I mondi si trasformano l’uno nell’altro e le corrispondenze fanno percepire il tempo come aperto e chiuso in corrispondenza di alcune tappe esistenziali (ad esempio, la giovinezza e la senilità). Dunque, ancora tempi diversi, che chiedono di essere  sistematizzati in contesti più ampi e di non essere ridotti alla linearità. Quello che importa è non diventare passivi e riuscire a promuovere un’alleanza tra spazio e tempo che, fra l’altro, non coincide solo col tempo individuale, ma con il tempo di tutti quelli che ci hanno preceduto e che verranno. Anche lo spazio, pertanto, ha bisogno di essere ogni volta riconsiderato, così come si legge in Descrizione di San Marco (Abscondita, 2003), dove Michel Butor infilza una catasta di secoli condensata in un unico monumento. La storia si manifesta, normalmente, nei suoi limiti circoscritti, mentre le sfugge, per oblio o ignoranza, la sua estensione. Pura illusione è, difatti, una storia narrata secondo un ordine cronologico: <<Se voglio descrivere fatti accaduti durante la giornata, ho l’impressione di rinviare costantemente a fatti anteriori o a progetti>>. Pertanto, sono le risonanze attraverso le reti temporali che dovremmo imparare a percepire. Infatti, anche ciò che non si è realizzato nella nostra esistenza ha diritto teoricamente a testimoniare la <<nostra propria verità>>.


Rosa Pierno


venerdì 22 marzo 2024

Marco Furia “Iconiche proposte”, I Libri dell’Arca, Joker, 2024

 


Vicino alle arti visive, in particolare al gruppo di Adriano Spatola di cui condivideva l’idea di “poesia totale”, Marco Furia, dunque, non sorprende con l’uscita del suo Iconiche proposte, I libri dell’Arca, Joker, 2024, un libro-catalogo che il poeta introduce con un interessantissimo intervento, chiarendo i propri intenti artistici. In questione è la differenza tra figurazione e astrazione; entrambe acquistano una particolare prospettiva in relazione a una realtà che non scompare mai, presenza ineludibile. Lo stesso Kandinskij la includeva attraverso le sensazioni e la memoria, pur avendo come obiettivo la realizzazione di una composizione astratta mediante le forme geometriche, le macchie e i colori. Sullo stesso binario si possono collocare le opere di Marco Furia in quanto le sue composizioni trovano e rinserrano il proprio ritmo con colori primari e rette che s’incrociano, oppure con grovigli di linee; opere brillanti, in senso letterale e non, ottenute tramite elaborazioni digitali. E se, come egli scrive, per quello che riguarda il rapporto fra realtà e rappresentazione, <<i due diversi stili, pur dissimili, conservino tratti comuni tanto che, in certi casi (mi riferisco, ad esempio, a certe opere di pittori surrealisti), i loro confini si presentano labili, frammentati>>, allora si conferma che l’opera, astratta o figurativa che sia, condivide una comune origine, il dato di realtà. Tale labilità, che indica una difficoltà nell’individuare la distanza tra realtà e rappresentazione, fa cadere l’accento, una volta che il dato di realtà sia accettato come dato di partenza, sull’elaborazione operata dal soggetto. Il soggetto è, non di meno, parola da doversi afferrare con le pinze, quando si tratta di Furia, appassionato studioso di Wittgenstein e come lui convinto che l’interiorità sia quanto si configura proprio a partire dai mezzi espressivi (linguaggio, musica, arti visive).


Furia indica che attualmente è in lui più forte la tendenza verso l’espressione visiva per la necessità di operare <<un distacco, per meglio cominciare a guardare/ fare in maniera più intensa>>. E si sottolinea, qui, che la parola è astratta, rispetto al “linguaggio” delle arti visive, e ciò vale anche quando si tratti di opere visive astratte, poiché esse offrono alla vista caratteristiche che astratte non sono (la costruzione delle linee di diverso spessore, il timbro del colore, i pesi della composizione, non sono traducibili nel verbale senza perdita).


Certamente, il passaggio da verbale a visivo non è rintracciabile se non tramite una serie di metafore. Lo stesso Furia vi si cimenta, additando la necessità di un’apertura <<già sperimentata con le forme verbali>>. Si ricorda brevissimamente la sua prosa originale, al limite dell’impersonale, che racconta di gesti minimali in cui il soggetto appare sagomarsi esclusivamente grazie a una sequenza di comportamenti. Una prosa che tende a una descrizione scevra di connotazioni, ma appunto, ove l’astrazione propria del linguaggio non può essere che una similitudine lanciata come una corda su un burrone al visivo; una metafora, d’altronde, particolarmente volatile. Resta la passione in Marco Furia per la rarefazione dei mezzi, la capacità di lavorare con pochi strumenti, quasi con un abaco di forme non altrimenti riducibili. Certamente, sono espressioni riconducibili entrambe a uno stesso autore/artista e, dunque, è possibile ravvisare nelle sue diverse formulazioni una congruenza, una medesima tendenza verso l’astrazione. Interessantissimo è pertanto leggere le prose o le poesie di Furia e osservarne le opere visive, tenendo in conto questa doppia capacità espressiva per cercare di fissare tangenze e prossimità.


                                                                                                  Rosa Pierno




lunedì 5 febbraio 2024

Angelo Lamberti, “Cose da nulla”, Gilgamesh Edizioni, collana La corte dei poeti, 2023, a cura di Carla Villagrossi.

 


Scegliere una posizione rispetto alle due frontiere del tutto e del nulla, quando il tutto è già perso, senza rimedio, e il nulla dilaga, livellando ogni cosa, è, indubbiamente, azione eroica. Ecco come definire l’azione poetica di Angelo Lamberti, nella silloge Cose da nulla, Gilgamesh Edizioni, collana La corte dei poeti, 2023. Il potere dell’immaginazione vi ha un ruolo egemone e certamente assicura la sopravvivenza in un  ambiente così ostile. Ma il suo ruolo è tutto mentale, o ha un reale potere operativo? Anch’essa, alla fine, sembra appartenere al nulla:


Il canto delle sirene


Dal messaggio rinvenuto 

in una bottiglia 

tra le acque del naufragio, 

la realtà smentisce la leggenda.


Rende a conoscenza 

che il canto incantatore 

delle sirene è un cantabile

diffuso in alto mare 

da un silenzio irreversibile.


Per quanto, l’immaginazione parrebbe recare con sé un peso a piombo che ne inficia l’uso a perdere e le consente di mantenere la coerenza dell’analisi. E Don Chisciotte ne è il simbolo. Potendo scambiare mulini a vento per giganti, l’immaginazione non fa che porre in essere un’illusione. Dà la stura alla fallacia e allo “sfacelo di un disguido”. A un  tutto che si svaluta nel niente. Però dà luogo anche a una compensazione, ove il vizio di essere prende il sopravvento. L’immaginazione sembra dispiegarsi proprio a partire dal nulla. È una conseguente risposta; eppure, mette in moto, è ciò che accade. Insopprimibile. E che importa se le sue costruzioni sono autentiche scenografie del sogno, irrealtà.

Come può esserci risarcimento in un continuo equivoco? «Sarà vortice di giallo sgomento / simile a un abbaglio di girasoli». Parrebbe addirittura che sia la disillusione a consentire all’immaginazione il suo ingresso sulla scena. Ribaltamento! Si giunge così a quel «Nulla di Niente / che è un prodigio del Tutto» di montaliana memoria. Il nulla sembrerebbe in agguato, solo se non si considerasse che compensazione e disguido assumono un identico valore.


Eppure, troppo facile l’equivalenza tra miraggio e fanghiglia, tra ciò che è fresco e ciò che appassisce! Qui, Lamberti è memore della donzelletta nel dì di festa. E ancora leopardiana è l’ossessione per il tema delle ricordanze, ove la nostalgia pare apporre una correzione al rapporto tutto/nulla, donando una valenza maggiore ai ricordi rispetto al calcolo disilluso operato sul reale. Ci si chiederebbe dove mai l’immaginazione estragga la sua imperterrita forza, nonostante la consapevolezza dell’inutilità della sua  applicazione. Non può essere solo a cagione di una sensibilità tesa e vibrante. Pur nella “disperanza”, essa non flette di una virgola dalla sua marcia. E Lamberti lascia pensare che a questo inarrestabile impeto si debba riconoscere un valore, si debba accogliere il suo diritto a trasmettersi: i ricordi di conseguenza assumono un ruolo guida, di testimonianza tra esistenze, tra diverse generazioni. Don Chisciotte non è mai stato solo, poiché replicato da tutti i suoi lettori.


Essere o non essere


Per eccesso di stratagemma 

è assorbito dal dilemma 

dell’essere o non essere, 

da non avvedersi del sipario 

che silenzioso cala sulla scena.


Come un sicario.


La morte, divenuta personaggio, assume inevitabilmente un viraggio spettacolarizzato, è buttata nella mischia. Sicché sembrerebbe che non mai a un poeta sia concesso, poiché scrivente, di credere alla verità del solo nulla o della sola morte. Non c’è verità nella scelta di uno soltanto degli estremi. Ben piantato, in mezzo alla pagine, il poeta non può che sperimentare la risibilità di una posizione estremista. Per Lamberti si tratta della strategia dello scorpione che offre qualcosa di non commensurabile alla posta in gioco, eppure il baratto, una volta realizzato, ha ragione di essa. Cosicché, persino Amleto, dopo aver soppesato l’essere e il non essere, così come “il riessere e il non riessere”, in quanto replica del già noto, ammette che “a valor di rinomanza / la realtà non vale la finzione”, ma, appunto, è per risiedere tra loro, tra altri autori, non per uscire dalla scena a braccetto con il solo tutto o il solo nulla. 

La silloge si snoda come una riflessione scandita da intervalli, toccando i libri di Kafka, di Cioran, di Shakespeare, di Cervantes, del Vangelo e pur anche il mito, fino a cercare la “nudità del muro” e gli “spazi dell’afasia”. A tratti la presenza della rima addolcisce la durezza dello scontro tra verità opposte. Allitterazioni le danno sostegno e impongono il lato faceto della versificazione: «Sarà un tentativo di fuga / con ali di cera / dal labirinto invaso / delle ombre della sera». Come del tutto ironico è il confronto con l’idea di Dio, già escluso da un dialogo paritario, assieme alla morte e al futuro, sebbene Lamberti sia navigato autore di teatro e perciò avvezzo alla difficile arte del dialogo. A questi mezzi personaggi, che non danno risposte, che si sottraggono, come si sottrae il nulla, sono dedicate le poesie di Lamberti, costruite tramite un’eccedenza di risposte da parte del solo interrogante. 

La poesia è un valore, se da essa si ricavano risposte, anche parziali, ma concrete. Che mai potrebbe restare di queste povere cose silenti, per colui che ha dalla sua l’immaginazione, che ha lo straordinario ruolo di dover affrontare il male? Saper vivere è un atto poetico.

                                                                       Rosa Pierno


venerdì 12 gennaio 2024

Carla Villagrossi su “Via Trieste” di Ombretta Costanzo, liberedizioni, 2023

 


Ricordare per conoscere


Via Trieste di Ombretta Costanzo  (liberedizioni, 2023), si delinea come una finestra sulla narrativa contemporanea utilizzando il metodo autobiografico del reconnecter, ovvero del riconnettere l’essere narrante a un periodo della propria vita, in questo caso la pre-adolescenza. Il lettore è guidato dallo sguardo fresco e sveglio di Nerina Sanfelici che presenta il suo punto di vista “in soggettiva”. Il racconto è come un visore ottico che, attraverso l’identità familiare, incrocia il campo aperto del sociale e del collettivo. Quello scelto dall'autrice è un criterio autobiografico riconducibile alla memoria consapevole del ricordo visto come esperienza del conoscere, una pratica che si integra con l’universo emotivo-affettivo per stabilizzare gli eventi a distanza nel tempo. Il processo ricostruttivo del proprio passato è così il frutto di una coscienza autonoetica che accompagna l’atto del ricordare alla consapevolezza di sé. Il ricordo emotivo sembra avere una connotazione positiva o negativa in base all’immagine che l’autrice attribuisce all’evento rammentato, non solo all’interno di questo, ma anche rispetto al momento in cui quel ricordo ha preso forma e a quello in cui viene rievocato.

Attraverso questo vaglio passano i ricordi di Nerina e della sua famiglia, della scuola, del portone d’ingresso, della sua casa di via Trieste a Brescia, dei fratelli e sorelle, della madre, del padre, della piazza, del castello, del cortile. Si tratta di una somma di anatomie interpretative che gli eventi, ormai lontani, stanno suscitando nel tempo della rievocazione.

La famiglia Sanfelice, con la considerevole presenza di otto fratelli, non può che essere complessa e caotica da gestire e da vivere. Al riguardo la piccola Ornella detta Pupa utilizza una efficace storpiatura linguistica: «Questa famiglia è molto pesante e si importunano troppe ingiustizie…». L’esistenza nella città lombarda è collocata in quel Novecento che ancor oggi chiede di essere indagato e riconsiderato, perché molto del nostro “adesso” ha radici in quella realtà storica. È attivo, nelle maglie del racconto, un neorealismo fatto di voci, di quartieri, di valori consumati, di contraddizioni tra sacrifico e benessere. Sono gli anni del miracolo economico, del grande ottimismo, ma anche delle disparità sociali quelli che regolano la vita della famiglia Sanfelice, privilegiata perché il capofamiglia ha un lavoro importante, ma soggetta alle ristrettezze imposte dalle lacune finanziarie aperte dal secondo dopoguerra.  

Come in un mosaico si compongono i vari episodi di vita tra i quali emergono fantasie e pensieri immaginifici, tracciati nell’ordito del quotidiano, ingenue fantasmagorie della realtà fiancheggiate da desideri di riscatto e giustizia. Piccole storie di gioia e paura.

I diritti dei bambini e degli adolescenti sembrano scaturire da loro stessi per poi rivolgersi a un mondo adulto, prevalentemente orientato a bisogni e interessi personali. L’aspetto educativo e formativo della scuola e della famiglia viene rievocato nella sua fisionomia ancora “acerba” rispetto alle aperture e ai passi avanti che si sono manifestati nei decenni che ci ricollegano all'oggi. I diritti fondamentali di donne, bambini, minoranze trascurate, spingono per potersi evolvere ed essere recepiti. Il desiderio di libertà e autonomia è rappresentato nel racconto dal costante aleggiare della figura di Tito Speri, eroe del Risorgimento, simbolo della ribellione contro le repressioni e legame tra la città di Brescia a quella di Mantova. Gemellaggio che coinvolge la famiglia Sanfelice attraverso il trasferimento nella città virgiliana e che anticipa il legame di Nerina con l’altra metà di sé, più adulta e matura. Il presente si proietta nel futuro e predispone la memoria.

Carla Villagrossi


venerdì 29 dicembre 2023

Marco Furia su Il tocco dell’ignoto di Stefano Iori, peQuod, Ancona, 2023

 


 Un ignoto silenzio?


“Il tocco dell’ignoto”, intensa, sapiente, raccolta di Stefano Iori, potrebbe anche essere intitolata “Il tocco del silenzio”?

Se sì, fino a qual punto?

Ignoto e silenzio, non certo sinonimi, hanno qualcosa in comune: innanzi tutto, direi, il senso di sospensione.

Immaginiamo di attraversare un oceano sconosciuto privi di punti di riferimento: quale sarà il nostro destino?

Raggiungeremo una costa o non arriveremo mai alla terra ferma?

Si tratta di una sospensione temporale quanto esistenziale: quel tempo che manca, eppure c’è, siamo noi immersi in un attimo che dura non si sa fino a quando, ossia in una sorta di presenza latente (non a caso, “la sapienza corre / a partire dal dubbio”).

Quanto al silenzio, è anch’esso partecipe del senso di sospensione: chi o che cosa romperà il suo incanto?

Non si tratta, però, come nel caso dell’ignoto, di durevole attimo, bensì d’una parentesi, d’una necessità e nello stesso tempo di un accidente.

Comunque, il silenzio, come l’ignoto, ci coinvolge, ci tocca:


“Il silenzio è la forma non forma dei nostri modi di affrontare l’ignoto che nella sua immanenza ci rende attoniti e muti, ma capaci di intendere l’inudibile”


e ancora


“Il silenzio è voce dell’ignoto che sta

immanente

un fiato sopra noi

burbera, incomprensibile,

baluginante assenza”.


E forse una “poesia” che “s’acquatta / nei buchi di vento” è la forma espressiva più adatta a suggerire che


“Nel silenzio svuotato

l’assenza risuona”.


Del resto, pronunce dal tono dichiarativo come


“L’energia che abita la poesia sottende la capacità e la potenzialità della domanda quale motore inesauribile della creatività. L’opera artistica è la risposta a dubbi e istanze di un autore che si concretizza in un frutto, una silloge, un quadro, una melodia”


paiono introdurre sapienti riflessioni sulle umane maniere di pensare e parlare delle (variabili) modalità non certo esenti da incompiutezze e difetti:


“L’umano controcanto fluisce da poesia e filosofia. Esse si illuminano vicendevolmente poiché le loro ombre sono della stessa immateriale natura”


“Il gioco del pensiero è sempre imperfetto, ossimorico, dinamico fino all’eccesso nella danza inevitabile della differenza. Ombra del dire che vive nel contrasto”.


In sostanza, mi pare che Iori proponga una sorta di persistente contrappunto tra ignoto, silenzio e pensiero-parola, ossia un verbale, fluido, alternarsi che chiama in causa la complessità dell’essere.

Ci siamo come ci siamo e poco importa il perché.

Il perché tende a spiegare mentre la poesia illumina di un chiarore che è originale forma d’immediata conoscenza.

Mi sembra questa, alla fine, la profonda consapevolezza che il Nostro riesce a comunicare avvicinando con assiduità il lettore a un poetico intendere: poetico intendere inteso quale attiva propensione, possibile atteggiamento che non esclude a priori nessuno.

Umano tra gli umani, Stefano riesce a raccontare con intensi tratti un sé che è anche un noi offrendo feconde prospettive: impresa non facile, davvero.


                                                                                              Marco Furia



Stefano Iori, “Il tocco dell’ignoto”, peQuod, Ancona, 2023, pp. 85, euro 15,00   


martedì 5 dicembre 2023

Annelisa Alleva “Dita di vetro” Aragno, 2023

 


Il corpo detta in età avanzata il ritmo lento della comprensione, scatena l’insofferenza dell’attesa, amplifica l’importanza degli eventi. E pur tuttavia, essi definiscono “un’altra vita”, quella dell’osservazione inconcludente, come dire bastevole a se stessa: osservare fuori dalla finestra, al tramonto, la luna, ad esempio. Il valore delle piccole cose, valore mitico, se non mostrato nel suo istante epifanico, diventerà il fulcro delle giornate. Anche nei momenti del pericolo, è il livello dell’interpretazione dei dettagli a dettare legge: da essi si dedurrà la salute del consorte. Ciò che è vicino è sempre infinitamente prezioso, perché consente di effettuare analisi, di tastare il polso della situazione. L’utilità del dettaglio conferma, toglie dubbi, rassicura sulla prosecuzione possibile. Non possiamo conoscere il futuro, ma possiamo divinare il presente controllando il colore della pelle, le sue macchie. L’alfabeto dei dettagli nella sezione Il corpo, vortica intorno a un nucleo forte, poiché il nulla viene trasformato nel cuore pulsante del calore e della vita. Eppure si è convalescenti “dentro un male mondiale”. Astrarre non ha senso. Si devono tenere insieme i due lembi: del prossimo, l’ambito familiare, e del distante, l’ambito sociale. Allora si giungerà a sentire il crepitìo del nulla che continuamente risale verso i fatti: “Questo è il presente tienilo sempre a mente / La vita che ci fa slalom intorno / anche se la osserviamo fermi è nostra”. Sono le cinque mele rosse cadute da una busta del supermercato, viste mentre ci si siede sulla panchina di un giardino pubblico. Bastano per definire la realtà, il presente e scandire di conseguenza le altre determinazioni: passato, futuro, irrealtà, immaginazione. Non è una deduzione di poca portata. Equivale a una fondazione. Qui, dappresso al corpo, il reale. Siamo intanto nella seconda sezione: Parchi. Non è che un attimo, la proiezione mentale è in agguato, e fa scoprire che i platani sono coperti di croste, come i bambini che intorno vi giocano a palla. Allora nulla nel reale è isolabile dall’io. Ce ne si faccia una ragione. E meno che mai con la poesia si può arrestare il flusso che dall’io investe il mondo. Scrivere poesia testimonia primariamente questo lavoro di investitura del senso che il poeta effettua proprio a partire dalle cose infime. Anche quando la singola poesia sembrerebbe unicamente una descrizione, è sempre in agguato una relazione, una molla semantica che fa scattare la serratura.


Gli archi un tempo interi

ora in parte coperti di terra

rinforzati dal cemento 

circondati dai rovi

ridotti a rovine sparse

non portano più acqua 

Un ragazzo costeggia il sentiero

articolando suoni alti e secchi

Il padre con la mascherina al braccio

lo segue non visto


Per strade avventurose è la sezione che contiene il registro dei sogni. Nel sogno non si accede a una logica diversa; non è la terra dell’irrazionalità; anzi, sembrerebbe farsi vieppiù forte l’esigenza di trovare un ordine proprio in tali materiali. Ma la differenza è che la scenografia viene creata da colei che scrive: i ritratti, la piazza, la stanza. Forse, anche i sogni del compagno di vita. Fin qui, il dettato è stato pacatissimo, ridotti al lumicino i mezzi retorici per favorire il reale, letteralmente stanarlo. Nella sezione Le belle statuine si riconosce nuovamente quel ritmo e quella pressione che hanno caratterizzato la poesia di Annelisa delle prove precedenti. Ecco che tutto ha ripreso a oscillare, agitandosi; il respiro, le fronde, i capelli, la foresta: ogni cosa sembra sottintendere un sussulto intimo e irrefrenabile. La presenza del soggetto impone questo moto emotivo al paesaggio e non può essere soppresso. Il sogno stesso sembra essere la forza più potente all’interno di una città (“La città non vive dove non si dorme”). Quando Alleva si dedica all’osservazione per cavare il granchio dalla tana, tutto sembra acquietarsi, come se in realtà fosse l’esterno che per imitazione stia accondiscendendo a spegnere le caldaie. Durante le sue passeggiate a piazza Vittorio, la Alleva si proietta verso un fuori non dato, produce uno scavo del senso che è proiettivo. Ma oggetto e soggetto restano in una sorta di esteriorità reciproca, da cui l’unità mancherà per sempre, in quanto l’esteriorità coincide col soggetto, non vi è ritorno dialettico in sé. È certamente una dimensione estetica, la dimensione del sensibile; è la dimensione del fuori. È lì che Annelisa va a incontrare se stessa, con uno slancio indirizzato a incontrare l’aperto. Nella chiusa piazza, la poetessa cerca l’esperienza all’interno di un orizzonte dato, che non sia però consueto: ecco l’attenzione portata agli accadimenti infimi, che sfidano la produzione di senso. E sfidano pure il contatto: tutto si svolge nello sguardo. Se vi è una perdita, è pure contemporaneamente una messa in forma, una trasformazione, ossia uno spazio dell’insorgenza. Il pensiero come cosa vista, da cui ripartire. È una dischiusura verso ciò che accade, in quanto costituisce l’esatto peso da opporre sulla bilancia per contrastare il proprio, troppo personale. La verità delle cose non può essere data una volta per tutte, per questo è importante cogliere la loro capacità di apertura, di trasformazione. Si deve avere una capacità infinita di produrre verità. Ecco perché le poesie presenti in Dita di vetro sono salvifiche; spostano e rilanciano continuamente; ci rendono qualcosa mediante un’attitudine preziosa: “Anche la sera quando la piazza si svuota / e diventa pura architettura di portici / e di lanterne ripetute si possono sentire / i suoi passi in scarpe bianche che lasciano / una traccia di attesa e una di distacco”. È una maniera di rimettersi a una venuta, a un sopraggiungere, a una sorpresa. Vedere è creare, è recepire la singolarità della forma, in quanto con essa viene in luce una verità. Il tratto  deve essere lievissimo; bisogna essere abilissimi a captare, a sfiorare la presenza del senso, ad afferrarlo affinché la singola poesia possa definirsi conclusa. Ma in essa si compie anche l’inoperosità dell’arte, quella necessaria capacità di lasciare scorrere le cose, avendole viste. Perché la poesia non può essere pensata come compimento né come pienezza. Né come un’assolutizzazione, visto che la forma chiama una nuova formazione. Se nulla si distingue sul fondo, la poesia è pesca miracolosa.


Rosa Pierno