martedì 18 maggio 2021

Raffaela Fazio “Meccanica dei solidi” (puntoacapo, 2020)


 

La morte è vista non rispetto a un oltre, ma allo spazio esistenziale, cioè morte come esistenza intera. Nel lasso di tempo relativo agli istanti finali sembra, infatti, che sia la totalità della vita a scorrere dinanzi agli occhi e che si possa afferrare il senso della propria esistenza. Raffaela Fazio, nel suo libro di poesie “Meccanica dei solidi”, (puntoacapo, 2020), si sofferma sul periodo che precede la morte in casi del tutto particolari: quelli in cui qualcuno sceglie di sacrificare la propria vita per salvare quella altrui. Fazio analizza tale porzione di tempo come se fosse non frammentabile,  come se la morte non fosse che un divenire della vita.

Il tono pacato, privo di altisonante retorica, è tutto teso a indagare rispettosamente la zona che si percorre, mentre si attua la scelta della negazione di sé in favore della sopravvivenza di un’altra o di più persone. Il rischio sembra essere calcolato. Meglio gettarsi avanti che provare rimorso, meglio salvare la giovane vita altrui, conosciuta o sconosciuta che sia. Il prezzo sembra non essere alto, ma sopportabile e già ricompensato. La scelta è rapida, immediata; nessun ragionamento; la soluzione presa appare limpida e come scolpita nella determinazione. Spesso è la sola descrizione effettuata da Fazio a individuare il divenire: si sente il trapasso tra corpi, lo scambio. Sospesa fra le motivazioni che possono indurre al sacrificio di sé e ciò che accade di fatto in quegli istanti, Fazio mette a punto uno stile dosatissimo, scabro, forato dove le bolle del dubbio si sollevano dall’acqua smossa del fatto e risalgono come sfere di possibilità. Dubbio su ciò che sposta il peso della bilancia da una sola parte. Al punto che, a volte, lo scambio sembra fluire attraverso il sangue rigenerante del ciclo riproduttivo (la madre che si sacrifica per la giovane) o nella mancata discernibilità tra due corpi apparentati (la figlia che salva la madre). Sempre attenta ad aggiungere nell’istantanea creata dalla sua precisa, eppure carezzevole scrittura, alcuni elementi che siano in grado di assumere il ruolo ancipite del finale: il cordone ombelicale, il sangue, l’acqua, il fuoco, appaiono, simbolicamente, il segno premonitore che serve a caratterizzare assieme la vita e l’accettazione della morte: gli spalti per il giocatore di calcio o il fazzoletto rosso per il vigile. Nessuna legge lega tali eventi a tali segni, tuttavia sono i segni, per la poetessa, ad aprire alla totalità del senso, senza la quale anche la vita e la morte perdono significato. Così il sacrificio di queste persone viene riportato all’attenzione: dinanzi a esso dobbiamo sostare come se fossimo dinanzi a un monumento. Non scevra da prese di posizione, da desumibili sentimenti di partecipazione, e sempre sul filo di una ricucitura, di una ricompensa che giunga dall’umanità che alberga in ciascuno di noi, la raccolta poetica di Raffaela Fazio, intelligente e sensibile, non teme di assumere il ruolo di testimone morale ed è una degna lettura, rara e ineccepibile.


                                                                   Rosa Pierno



Lori Jackson, trentaduenne, è morta il 7 maggio 2014 a Oxord, nel Connecticut, uccisa dai proiettili di una calibro 38 impugnata dal marito, Scott Gellatly, che, nonostante l’accusa di aggressione e l’ordinanza restrittiva temporanea, era legittimo detentore dell’arma da fuoco. Scott fece irruzione nella casa della suocera, Merry Jackson, dove Lori si era trasferita con i suoi due gemelli di 18 mesi per sfuggire alle violenze domestiche. Vedendo che Scott aveva puntato la pistola contro la madre, Lori si gettò davanti a lei per proteggerla e fu colpita quattro volte, morendo sul colpo. Merry Jackson rimase ferita ma sopravvisse. Da questo fatto di cronaca ha preso avvio una campagna in favore di una legge federale che impedisca a chiunque abbia un’ordinanza restrittiva temporanea di accedere a un’arma da fuoco.

 

 

Una casa

 

Una casa potrebbe contenere

l’innesto della cura, il silenzio

il gioco stagionale

di buio e di primizie.

 

La sua

invece si è seccata.

Lei l’ha recisa

perché non si torcesse

al collo dei suoi figli la radice.

È scappata. È tornata

alla casa materna

dove il sangue dolente s’immette

nel flusso accogliente.

“Resti carne della mia carne”.

 

Tra le due anche adesso

c’è un unico corso

un legame immune agli spari.

Mentre il corpo si getta

sul corpo che protegge

la linfa pare scorra in senso inverso.

 

La morte è un tronco cavo

quasi un nido

intorno a cui resiste il verde.

Non si sopravvive

mai del tutto.

Né mai del tutto

ci si perde.

 

 

***

 

Durante la seconda guerra mondiale, Marianna Biernacka fu fucilata il 13 luglio 1943 a Naumowicz presso Grodno (attualmente in Bielorussia), dove era stata condotta dai tedeschi insieme al figlio Stanislaw, a seguito di un arresto di massa avvenuto tredici giorni prima a Lipsk, come rappresaglia per l’uccisione di un soldato tedesco. Marianna aveva chiesto di prendere il posto della nuora Anna, incinta di otto mesi e madre di una bambina di due anni. Lo scambio fu accettato. Marianna aveva 55 anni.

 

 

Lo scambio

 

Scrivere, leggere, sa farlo appena.

La terra però

la conosce bene

nella durezza, nelle stagioni.

Contare, quanto basta.

Ogni sottrazione

l’ha appresa dalla sorte.

Due figli rimasti, quattro morti.

 

Ma ora si prende la rivalsa.

C’è chi dice che la legge

è questa proporzione uno a dieci.

Allora lei contratta coi soldati.

Bara e ci riesce:

la sua vita vissuta

per due ancora fresche.

 

Davanti al drappello

(come quando tastava le zolle)

già sente che spunta

qualcosa dal sangue

˗ non solo da quello

di chi, gridando, partorisce.

 

 

***

 

Augustin Affi, ventunenne di origine ivoriana cresciuto in Italia nei pressi di Forlì, è morto sulla spiaggia di Lido di Classe, a Ravenna, il 30 giugno 2011, dopo aver cercato di salvare due bambini di otto e undici anni che stavano annegando. I bambini sono stati tratti in salvo da due militari di stanza in zona, ma per Affi, recuperato troppo tardi, i tentativi di rianimazione sono risultati vani. Il comune di Forlì ha pagato i funerali e il rimpatrio della salma in Costa d’Avorio. Il giovane giocava in una squadra di calcio locale, apprezzato per la sua rapidità in campo. Augustin Affi è ricordato dai suoi compagni come un eroe.

 

 

Raggio d’azione

 

Nel capocannoniere

una promessa. Quante azioni

di un gioco

ancora da venire

e vite in una vita.

 

Quel pomeriggio

al grido

vicino al litorale

è sceso tra le onde.

Ma la linea di fondo

si è spostata. Un fallo

del destino, una buca.

Il corpo così rapido a reagire

non deve aver capito

la caduta, l’assenza

di rumore sugli spalti.

 

Chissà se anche il paese

che lo accoglie

nell’ultima trasferta

per lui ha una parola

che per metà è pianto

e per metà vittoria.

 

martedì 4 maggio 2021

Marco Ercolani “Un uomo di cattivo tono” edito da Marco Ercolani, 2020


 

Aduso alle riscritture, Marco Ercolani affronta questa volta “I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura 1891-1904” pubblicati a Mosca nel 1950. Dalle stesse parole di Ercolani scopriamo che ciò che lo ha attratto, nel paradigma della scrittura relativa agli ultimi anni della vita di Čechov, è il suo essere “antisentimentale, crudele, aforistica — pronta a resistere nel nostro tempo come cantiere inattuale e scandaloso di libertà, se per libertà si intende l’inflessibile audacia del pensiero e del cuore”. Il titolo si riferisce al cattivo tono di un Čechov “che non ammette consolazioni ma solo illusioni”. Illudersi è la capacità che ha il sognatore, é un talento prezioso che dispiega il mondo.


Ercolani fa di Čechov il suo progetto di scrittura. E circoscrive una precisa visione della letteratura, come patrimonio comune da cui tutti gli scrittori non si può dire che prendano, quanto effettuino un deposito; letteralmente seminano, poiché l’uguaglianza diviene differenza, rigenerazione. Il nostro autore ripercorre le orme di Čechov; gli sta addosso; vuole penetrare i segreti della sua personalità, quegli stati interni che sono preclusi persino al suo proprietario; spia le sue pagine, mentre lo scrittore russo scrive; tuttavia, è altro quello che ha in mente. Far emergere le secche del silenzio, le cancellature, le possibili cose che eppure non sono state dette. Non sarà un completare l’affresco, né mettere le tessere di un puzzle al loro posto. La questione è che un autore non è mai ciò che è, ma diviene ciò che è grazie a qualcos’altro, a qualcun altro. La differenza pone l’identità di sé con sé tramite uno scarto, uno sdoppiamento: “Ricopiando certe parole altrui renderle nostre per la prima volta”.


Lo stato interno é quella matassa i cui fili indistinguibili sono quegli impulsi, passioni, inclinazioni, intuizioni, i quali formano un fondo indeterminato che è l’inconscio nella sua identità e unità. Con lo stato interno il soggetto costruisce il mondo oggettivo che s’invera nei doveri giuridici e morali tramite la ragione. Per Hegel ragione e pulsione non si oppongono, ma si totalizzano informandosi nell’individualità. In questo senso, l’audacia del pensiero e del cuore che Ercolani riscontra in Čechov sembra collimare con la visione filosofica hegeliana che vuole lo spirito soggettivo, immerso nella finitezza, in balia di altro, ma che ciò nonostante possiede un movimento di inveramento per mezzo dell’inconscio, che è psichico e pulsionale ma anche sociale e storico. Per contro, questa totalità organica si esprime sempre frammentariamente: non tutto emerge. In tali lacune, s’inserisce, appunto, Ercolani, il quale aggiunge il suo tessuto smagliato a quello dello scrittore russo. Non si perde trasparenza in questa sovrapposizione, ma si estende la parte di copertura, l’estensione dell’emerso. 


Il rapporto con la verità è sempre presente, ma mai raggiunto; sicuramente intravisto: “Vorrei imporre silenzio al mio cuore. Ho sempre paura di non aver scritto altro che un sospiro mentre cercavo una verità”. D’altronde solo un’idea assoluta è vera, mentre l’arte ne è la presentazione nel sensibile. Se Ercolani afferma che “La bellezza e l’eternità esistono, ma forse non per noi” credo che alluda appunto all’assoluto non raggiungibile,  di cui si vedono, però, le ombre sulle pareti della caverna.


Il movimento incessante, che si svolge in siffatta scrittura, attesta dunque di  un’unione sempre differita, a cui partecipa anche il corpo, che ha una valenza possente nel testo; con i colpi di tosse, la febbre, le emozioni chiede continuamente attenzione. Ercolani lo ausculta con grandissima cura e ne registra i sommovimenti, effettuando la stesura di “un racconto ineluttabile. Che sembra non essere stato scritto da nessuno, ma che doveva essere scritto. “Ineluttabile”. Nel dialogo a distanza fra scrittori, la lontananza non diviene estraneità, ma annuncia l’impersonalità del soggetto.


Naturalmente la riflessione sulle parole altrui, che attraversando l’autore lo fanno passare da uno stato passivo ad uno attivo (ma questa suddivisione la tengo solo perché utile a comprendere il processo che avviene nel passaggio dal primo al secondo autore, cioè dalla lettura alla scrittura), gli apre, al contempo, le porte sul dominio della dimensione stilistica: “Alcuni capolavori, se irrealizzati, sconvolgono. Immagino gli appunti preparatori, le frasi accennate, gli schizzi, e non riesco a capire cosa sarebbe potuto accadere. In quel non capire comincio lentamente, attraverso mille dubbi, a ripensare forme e stili”. È in gioco la flessibilità del dire, che non deve mai irrigidirsi in concetto isolato, slegato. Deve piuttosto come fuggire di lato, restare in sospeso. Aperto.


Rosa Pierno


mercoledì 21 aprile 2021

“Minime circostanze” di Marco Furia. Un soggetto linguistico.

 


La raccolta di brevissimi testi che Marco Furia ripropone in Minime circostanze, Contatti, Genova, 2021, caratterizzati dallo stile  dei suoi esordi, ci pone dinanzi a un soggetto, protagonista di queste minime storie, che si nasconde attraverso un linguaggio impersonale. Il protagonista sembra avere una mano che non gli appartiene: “Percossa, a mezzo ossute nocche della mano destra, verniciata superficie di lignea porta, ottenuto vocale permesso di entrata, superò marmorea soglia”.  L’elisione degli articoli determinativi o indeterminativi, l’uso battente del participio passato, inclinano per un’esposizione oggettiva dei fatti, che sia priva di interpretazione. L’aggettivazione, sempre presente, qualifica la materia degli oggetti in maniera precisa e sintetica. Da questo effluvio impersonale, però a poco a poco viene fuori una persona. Dall’insieme dei singoli momenti si rivela una sensibilità a volte delicatissima, a volte insofferente. Emersione a cui non si può opporre nemmeno lo scrittore.


Sotto la lampada investigativa, il vero oggetto occultato non è in realtà lo scrittore o il personaggio, ma lo stato interno, ossia quell’insieme di sensazioni, emozioni, passaggi fulminei e istinti di captazione che segnano la nostra intera vita, ma che sono difficilmente fissabili; infatti, essi non avendo un contorno preciso, risultano non estraibili dal flusso continuo e robusto della nostra percezione (vista, tatto, odorato, gusto). Ciò nonostante il dare voce a un pensiero, mentre dinanzi ad un ascensore il protagonista si  chiede se sia meglio andare a piedi, palesa che Furia intende esaltare la funzione linguistica come capace di entrare in relazione con lo stato interno e di offrirlo alla comunicazione. Ci rendiamo conto, leggendo, che se non si apre mai una finestra sull’interiorità del personaggio, sui suoi stati emotivi o psicologici, cioè se essi non sono mai descritti con proposizioni che fanno riferimento ad essi in maniera specifica, tuttavia possiamo desumere la vita interiore dai suoi gesti: che sia un moto di disappunto per un’attesa prolungata, per un aggeggio digitale che non sa usare o per avere dimenticato le chiavi, il lettore è comunque in grado di dedurre il flusso psichico dell’agente da codesti elementi.


La loro descrizione linguistica (dei gesti, dei passi, delle cose vedute) consente di cavare una modalità convenzionale per giungere al riferimento dello stato interno, anche se del tutto genericamente. Troppo spesso dimentichiamo che sullo sfondo delle nostre parole, esso resta la referenza inafferrabile. È proprio su questo punto che Furia vuole dirigere la nostra attenzione. Lo fa in diversi modi, anteponendo l’aggettivo al sostantivo, quasi fosse la qualità sensoriale a dominare e, poi, spegnendo l’importanza dell’evento, infilando, cioè, una serie di accadimenti qualsiasi, proprio perché privi di senso in sé, i quali, però, letti uno di seguito all’altro, tracciano in ogni caso, la vita di un essere umano. Non si tratta di epifanie, qui non c’è nessuna rivelazione, nessun senso da estorcere alle centinaia di migliaia di momenti insignificanti della nostra vita, da quelli dall’attesa che, in una sala teatrale, lo spettacolo inizi o della sosta in una  stazione degli autobus o della spesa in un supermercato. Certo, l’osservazione è l’attitudine principale di Marco Furia. Coglie lo sguardo di un cane e si chiede se egli percepisca nel nostro stesso modo oppure si chiede se i piccioni ritorneranno anche il prossimo anno a nidificare sul balcone. Tutte questioni a cui egli non cerca una risposta; tuttavia, aver posto la domanda vuol dire avere veramente osservato le cose, impedendo che esse sfuggano alla nostra condivisione, restituendocele tramite il linguaggio. È questa la parola chiave della raccolta

    

                                                 Rosa Pierno




Estratta da ligneo cassetto


Estratta da ligneo cassetto trasparente busta al cui interno erano custodite alcune cartoline illustrate, compiuta rapida scelta, aprì policroma scatoletta contenente numerosi francobolli.

Acceso personal computer, conosciuto, per via telematica, l’esatto importo dell’affrancatura, indicato, servendosi di penna a sfera, l’indirizzo del destinatario, scritta, nell’apposito spazio, affettuosa espressione di saluto, ripose il rettangolare cartoncino entro capace borsa.

Attento sguardo rivolto a quadrante appeso alla parete avendolo avvertito del fatto che, se avesse raggiunto al più presto non lontana buca delle lettere, la cartolina avrebbe iniziato il suo (non breve) viaggio quello stesso giorno, decise di abbandonare, senza indugio, accogliente alloggio.

Sarebbe arrivato in tempo?




Evitato l’acquisto


Evitato l’acquisto d’elettrico spremiagrumi dalle eccessive, ingombranti, dimensioni, poiché intendeva sostituire analogo, ormai inservibile, elettrodomestico, provò, senza successo, a recarsi in altra (poco fornita) bottega.

Percorso a piedi non breve tragitto che lo separava da ligneo portone, salito fino al proprio confortevole appartamento, raggiunta ampia cucina, estrasse da piccolo canestro due arance che, servendosi d’affilato coltello, tagliò a metà.

Infruttuosa ricerca ebbe a ricordargli d’essersi liberato, anni addietro, di vecchio spremitoio a mano.




Impetuosa raffica

Impetuosa raffica di gelida tramontana avendo spezzato più d’una stecca di pur robusto ombrello, riparatosi sotto ampio portico, inserito alla meglio inutilizzabile attrezzo entro cestino dei rifiuti (buona parte del manico sporgeva in maniera ben visibile), acquistò da provvidenziale ambulante analogo arnese e proseguì il cammino.

Altra folata l’avrebbe investito?

Sì, ma questa volta evitò irreparabili danni compiendo rapida, idonea, manovra: esponendosi alla fitta pioggia, rivolse metallico puntale controvento.



In poco comoda attesa


In poco comoda attesa entro affollato ufficio postale, verificò, ancora una volta, l’esatta compilazione di rettangolare modulo (subito riposto, dato l’esito positivo dello scrupoloso controllo, entro profonda tasca).

Dopo avere riscontrato una trascurabile differenza tra l’ora indicata dall’ampio schermo a disposizione del pubblico e quella segnata dal proprio affidabile orologio da polso, attirò l’attenzione di simpatico cane bassotto trattenuto da lungo, sottile, guinzaglio: avendo mostrato di apprezzare affettuose carezze, l’obbediente quadrupede, a seguito di fermo richiamo, tornò ad accucciarsi tra gli arti inferiori di corpulento individuo indossante vistosa cravatta.

Alzato lo sguardo, osservò nuovamente luminoso pannello che offriva alla vista dei presenti, con chiara iconografia, le previsioni meteorologiche.

Ampia vetrata gli permise di notare come alle pronosticate (abbondanti) precipitazioni corrispondesse un cielo parzialmente nuvoloso: più tardi, forse, sarebbe piovuto?


martedì 6 aprile 2021

Ornella Crotti “Hannah Arendt. La passione del pensare”, Tre lune edizioni, 2004

 



Nel breve quanto denso saggio “Hannah Arendt. La passione del pensare”, Tre lune edizioni, 2004, Ornella Crotti svolge un’indagine sul pensiero di Hannah Arendt, sulla quale negli anni ha prodotto numerosi lavori, e indica non le linee di sviluppo delle riflessioni della filosofa tedesca, bensì la loro estensione, evidenziando anche l’esperienza esistenziale della filosofa tedesca. Per quest’ultima, la propria condizione umana, se è la via per la quale il proprio essere sfugge, al contempo è anche la via attraverso la quale il soggetto appare agli altri. Che la presenza degli altri sia uno dei piloni portanti nella sua elaborazione, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, emerge dalla necessità ineludibile dell’atto del perdono. Esso non è un atto che si esaurisca nel suo accadere, poiché non è una semplice reazione. Si pone sulla scena come evento innovativo e sorprendente.


Perdonare anche ciò che si è rivelato imperdonabile. Tuttavia, è un atto che appare incomprensibile, giacché della natura del male radicale non si sa nulla, pur anche quando lo si è subito. Non solo il male appare inconoscibile; anche l’amore si presenta nella sua estraneità al mondo, come passione che può mettere in relazione con gli altri, così come può anche separare. Il tema è svolto dalla Arendt nella sua tesi di dottorato: “Il concetto di amore in Agostino”. Il forte impatto di queste idee sulla sfera pratica, politica e sociale, oltre che morale è indicata con grande cura dalla filosofa mantovana. 


L’indagine sul pensiero formalizzato è sempre necessariamente anche investigazione sul contesto nel quale agiscono i materiali culturali e che costituiscono l’ambito entro il quale il pensiero si forma. Crotti riporta il confronto che la Arendt attua nel dialogo con una pluralità di voci diversissime, le quali concorrono alla complessità del suo pensiero: Aristotele, Tucidide, Kafka, Marx, Nietzsche, Kierkegaard, Kant, poiché un’idea è sempre da prendere assieme alle altre con le quali forma una costellazione. Crotti delinea, in particolare, sia le relazioni con i maestri della Arendt, Heidegger e Jasper, sia quelle con le fonti greche e latine e le scritture testamentarie e neotestamentarie che costituiscono l’humus del suo pensiero. 


La ricerca della Arendt intorno alla vita del pensiero, il quale si esercita nel mondo delle apparenze, viene principalmente articolata attorno ai due temi del pensare e dell’agire. Socrate è una figura privilegiata in quello che si articola come un vero e proprio raffronto. Sfidare il pensiero, costringerlo ad uscire da se stesso appare come azione indispensabile nel momento in cui si affrontano temi di riflessione che sfuggono alla conoscenza. Un pensiero che si aggrappi alle certezze, infatti, diventa imbarazzante e segna la fine stessa della filosofia.  Crotti segnala la tangenza tra Jasper e Arendt sulla questione della verità, la quale è garanzia della libertà, solo quando essa non conosca le risposte alle domande. La libertà dell’essere umano “trova la sua garanzia nella condizione base della ricerca”. Ed è proprio ciò che si vede nelle lacune tra l’agire e il pensare, poiché non si tratta di colmarle, ma di tenere la posizione.


Nella lacerazione tra passato e futuro si annidano paradossi che sembrano bloccare la praticabilità dei due versanti, così che si deve in qualche modo fare affidamento a “un sapere oracolare che, pur celandosi, indica”. Non semplici dualismi, ma una co-appartenenza, una disgiunzione non operabile, prima ancora che si attivi il tentativo di una sintesi. Anche attraverso le categorie del visibile e dell’invisibile si vede in trasparenza la contrapposizione tra ciò che è azione e ciò che è mentale. L’io pensante appare come quella condizione paradossale che è “condizione ineludibile dell’’essere’ preso di sé”. Crotti insegue con grande duttilità i sensibilissimi scarti che la Arendt fa subire al suo pensiero, rendendo in tal guisa palpabile lo snodarsi tra i meandri delle secche di una ragione da tenere sotto controllo, mentre si deve conservare la plasticità degli oggetti analizzati.


Pensare e agire portano la Arendt ad approfondire anche la contrapposizione tra potere e violenza, ove solo la considerazione della pluralità può diventare condizione basilare della vita umana. La storia non si svolge alle spalle degli uomini, non procede autonomamente, la libertà dei singoli non può essere sacrificata allo sviluppo storico, altrimenti si spezza quel filo, imperdibile, che unisce politica e libertà, non nel senso del libero arbitrio, ma nel senso di una libertà in grado di inventare il mondo.


Rosa Pierno






lunedì 22 marzo 2021

Marco G. Maggi, Né padri né madri, Ladolfi, 2020. Una lettura di Giuseppe Martella

 



Non conoscevo molto di Marco Maggi, allorché ho letto di recente, tutto d’un fiato questo poemetto. L’ho letto d’un fiato senza soffermarmi a riflettere su luoghi che pure richiedevano attenzione. Ascoltando soltanto in sotto fondo la ridda di echi che mi venivano incontro, interpellandomi a ogni nuovo passo – di questa serie di riprese e variazioni sulla condizione di orfani in cui ci troviamo (“Nasciamo orfani senza saperlo/ figli di un tempo glabro e sterminato”:19).  

Questa è poesia epica a pieno titolo, ma è un’epica del presente, in cui passato e futuro convergono, come in quel celebre passo di T.S. Eliot all’inizio de I quattro quartetti: “Tempo presente e tempo passato/sono forse entrambi presenti/ nel tempo futuro e il tempo futuro/ è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo/ è eternamente presente/ tutto il tempo è irredimibile.” E quella di Eliot è una voce che qui si stacca dal coro degli echi, un Eliot attraversato in tutte le sue fasi: dall’amara ironia di Prufrock, agli inganni della storia di Gerontion, dai frammenti della Terra Desolata al meditativo andante con sussulti mistici dei Quattro Quartetti. Ma è un Eliot tradotto, non nella lingua ma nel tempo, spostato in un’epoca, la nostra, in cui “la terra desolata” non è più una metafora, e in cui forse non ci sono più metafore che trattengano la prepotenza del Reale: la “pandemia dell’appiattimento”, il “supplizio dell’omologazione” (23). Perché orfani siamo anche del linguaggio e della lezione dei maestri che si perde nella babele dei media – nella banalità del male quotidiano (“in un mare di speranze infrante, infestato di cadaveri e petroliere”: 24) Le cui immagini ci investono in modo da non farci distinguere quasi i consigli per gli acquisti dai disastri ecologici, i grafici di borsa dall’ultimo naufragio di profughi. Questa è una terra desolata senza l’occhio veggente di Tiresia - un’esperienza di tempo chiuso su uno spazio piatto, dove l’orizzonte degli eventi appare già sempre prescritto da qualche software che supplisce all’assenza di Dio. (32)    Ciò che ho detto per Eliot si potrebbe estendere a tutte le numerose voci di poeti che echeggiano in questo testo, dai maestri del passato ai compagni di strada, specie quelli in cui convivono, nell’onestà del dire, il rovello morale e un certo ironico disincanto del mondo: da Rebora a Betocchi, da Saba a Giudici, per restare fra i nostri. Perché qui si coniuga poesia religiosa e poesia civile. E nella denuncia spassionata traspare come una sorta di teologia negativa, il cui sviluppo è affidato al meditativo andante che scandisce il tempo di quest’opera, facendo tutt’uno col decoro metrico e lessicale, in cui la compatta misura del verso rende magistralmente la prosa del mondo. Perché questa è poesia onesta se mai ce ne furono, che fonde narrazione e meditazione, denuncia spassionata e fede incrollabile, come dichiarato dall’esergo iniziale. 

Il poeta rimane fedele a questo proposito nell’attraversare la sua terra desolata, infondendole un principio speranza che è barlume del senso della storia, così come lo si può cogliere “nell’istante del pericolo” (Benjamin). Ed effettivamente, a prescindere dalla valutazione del testo, che a me sembra molto bello, l’io poetico ci appare qui come la figura del narratore antico, orale, radicato in una tradizione di cui si fa portatore, così come viene tratteggiata da Benjamin in un famoso saggio. E che ora denuncia lo straniamento di un’epoca in cui l’informazione, che può essere consumata istantaneamente, prende il sopravvento sulla narrazione che ha nella durata e nella memorabilità i propri presupposti. Secondo Benjamin, infatti, la figura del narratore sta per scomparire, è costretta a cedere il passo a quella dell’informatore, o, come si potrebbe dire oggi, a quella del conduttore televisivo. Voce frenetica che ci dà notizie da divorare, anche quando le traveste da storie. 

Secondo Benjamin, l’antica arte di narrare si avvia al tramonto perché viene meno il giusto tempo, la sintonia fra parola e ascolto. Essa si perde nella fame di notizie, nel consumo della storia come pura notizia, nel prevalere, nell’atto stesso di narrare, del valore di novità su quello di formazione, che Benjamin chiama di “consiglio”. Nella sua figura tradizionale, infatti, scrive Benjamin, “il narratore è persona di ‘consiglio’ per chi lo ascolta […e] consiglio, cucito nella stoffa della vita vissuta, è saggezza.” Ma la voce di questo narratore diviene sempre più fievole nel frastuono dei media sì che “l’arte di narrare volge al tramonto perché il lato epico della verità, la saggezza, vien meno.” 

Sull’antico narratore, Benjamin aggiunge infine che “il suo talento è la sua vita; la sua dignità quella di saperla narrare fino in fondo. Il narratore è quello che potrebbe lasciar consumare fino in fondo il lucignolo della propria vita alla fiamma misurata del suo racconto.” Ma che questa fiamma sia misurata significa che la sua narrazione implica ritmi, intonazioni e gestualità di una performance orale molto vicina a quella poetica. Lo story teller tradizionale di cui parla Benjamin è un cantastorie popolare che assomiglia molto ancora a un rapsodo omerico, a un cantore provenzale o criolle, o a un puparo siciliano come Mimmo Cuticchio. Queste figure appaiono iscritte in palinsesto in quella dell’autore di questo poemetto, dove il tirocinio letterario e la scuola della vita, per sua stessa ammissione, si fondono inestricabilmente e felicemente. E la ricerca della misura riguarda tanto la parola quanto l’azione, bellezza e verità, etica ed estetica.

L’impressione con cui si esce da questa lettura, nonostante la denuncia dei disastri della nostra civiltà che essa contiene, è quella di un senso di sollievo per avere avuto il privilegio di ascoltare una voce onesta, nel timbro e nei contenuti, accanto alla sensazione di avere acquisito una nuova saggezza, benché forse solo risolta nel raggio di speranza gettato sull’avvenire, speranza che nasce dalla fede: “Credere nell’impossibile, provarci sempre” – così come nell’esergo posto a inizio del testo. Il “puro atto di fede/ di chi compie con dignità una missione/ e crede ancora in un gesto d’amore.” (35). Fede che si traduce in una preghiera poetica, perché “Si possono distinguere parole unite/ che recitate diventano preghiere…..e s’inseguono in un’ordalia di sillabe/ attaccate, ad una ad una (39-40).  Ma spesso “rimangono inascoltate/ quasi fossero tolte dalla voce/ di colui che gridava nel deserto.” (40) 

Tocca dunque a noi ora rispondere a questa interpellanza con la dovuta cura dell’ascolto, che sappia rivivificare nell’atto di lettura, la parola e il gesto incarnati del poeta epico che si fa tramite di una devozione francescana e di un messaggio evangelico: “Riappropriamoci di questa verità,/ che ci parla del valore del poco…. recuperiamola nel nostro racconto/ prima di ritrovarci disperati e soli/ sulla via del non ritorno.” (41) E che si compie con la finale esortazione, ancora con eco eliotiana, ad andare avanti e dipingere “il mondo con nuove tinte         per allontanare la morte/ per esorcizzare la notte.” (41)  

                                                                                  Giuseppe Martella



Parte I

Nasciamo orfani senza saperlo 

figli di un tempo glabro e sterminato, 

predestinati a compiere lo stesso viaggio

 con appresso un bagaglio fragile 

di rimpianti e di illusioni 

attendiamo la resurrezione

nel re-incanto del nuovo mondo.


Adesso che le stagioni assalgono 

con la furia delle Erinni

dentro si ridesta un ricordo 

quello in apparenza più futile

le piastrelle verde-pallido di un bagno,

 profumato di sapone a poco prezzo, 

una tranche de vie di vite semplici

dove tutto bastava a sé stesso:

le sedie fuori dalla soglia di casa 

quasi fossero il proscenio

del teatro aperto sulla via


……….


Parte II

La rammento, l’adolescenza,

un chiodo arrugginito e ormai corroso

 la sigaretta fumata d’un fiato,

in una coltre di fumo azzurrognola,

per poi essere gettata come un mozzicone, 

spenta come si raggela la passione,

come si spegne l’innocenza.


Eppure, è nella memoria di quei prati,

 nell’acqua gelida di quei fossi,

che ci possiamo liberare dall’arsura

 prima di sprofondare nel baratro, 

nel deserto delle sensazioni,

perché solo catturando quegli attimi, 

trattenendoli ancora dentro di noi,

potremo coltivare l’indispensabilità assoluta 

di perseguire la speranza.



note:

1) E poi, oltre ai maestri stranieri citati nei ringraziamenti, tutti gli esponenti della cosiddetta "poesia  civile": da Pasolini a Fortini, da Pagliarani a Di Ruscio, fino a Ilaria Grasso, autrice di una recente, pregevole, "Epica quotidiana" (2020)

2) W. Benjamin, "Il narratore", in Angelus Novus, Einaudi, 1976, pp. 235-60, 260.

3) "Not fare well / but fare forward passengers" (Four Quartets, III, The dry Salvages).

giovedì 4 marzo 2021

Matilde Serao “Bozzetti dal vero” Pagine d’arte, 2020


 

Matilde Serao ha sempre accordato al tema della posizione sociale della donna un ruolo centrale fra i numerosi temi sviluppati in oltre quarant’anni di carriera giornalistica e di attività letteraria. Pagine d’arte accende un nuovo fiammifero nell’omonima collana con la riedizione di alcuni racconti brevi dell’autrice: Bozzetti dal vero, 2020, in cui si assiste, rispetto al resoconto giornalistico, a una restituzione impernata sul versante opposto: pare, in questi testi, che non ci sia nessun fatto, ma solo la fissazione con spilli di sensazioni impalpabili, che si raggrumano intorno a una frase banale, appena un segnale, da interpretare non si sa in quale modo, mentre la narrazione si dispiega e, svolgendosi, delinea un percorso attraverso il quale Matilde Serao costruisce  nell’animo del lettore un’impressione salda. L’esistenza, che si declina fra piacevolezze e disagi, incertezze e delusioni, è sussunta  nel sentimento, conquista preziosa nel flusso delle sensazioni. Dalla scrittrice, dal suo modo di vedere e sentire, scaturiscono, quasi innescati da una miccia, i risvegli emotivi del lettore. Una cosa si può affermare con certezza, Serao non può soffrire l’indifferenza, dovunque essa si annidi. La vitalità dell’autrice imprime al testo uno stile franto, sintatticamente smosso, repentino e saltellante. Il periodo aspira ad articolarsi e a stratificarsi nella figura retorica dell’accumulo: ella si diparte da una definizione istantanea e poi vi ritorna per specificarne e dettagliarne gli elementi implicati. Quasi un non mollare la presa, un tenere desta e vigile la ricettività, spesso attizzando la fiamma dell’interesse col paradosso, come accade, ad esempio, in La moglie di un grand’uomo, con il riferimento a certe pratiche, usi, cure che vengono pregiudizialmente considerate come precipuamente femminili e che invece appartengono anche alle abitudini maschili: è il marito,  ironicamente e irresistibilmente descritto, che resta in bagno per ore a curare il suo aspetto. La lotta contro la soggezione femminile passa anche per la lotta contro i luoghi comuni. Ceti sociali e tipi umani sono i bersagli centrati appieno dalla sua fulminante penna, che, come la punta della spada di Zorro, lascia la sua firma sul ceto borghese napoletano, provinciale e ottuso, o sull’ineleganza che è la porta dell’ignoranza anche morale, estraendone profili marchianti. L’attenzione estetica è, inoltre, via di fuga, ricerca di nuovi modi di vivere e affrontare la vita. Si veda nel racconto Casa nuova, come la voglia di cambiare abitazione sia motivata dalla necessità del bello che influisce sui pensieri e sui sentimenti, funzionando come un  meccanismo di reazione alle abitudini mentali: ci si adagia troppo spesso, mentalmente producendo guasti nella propria esistenza e in quella altrui.


Una distanza incolmabile conflagra nelle pagine freschissime di Serao tra immobilismo e progresso, tra indifferenza e vivacità mentale. E l’ironia si palesa come uno strumento scardinante, che non solo fissa per sempre un carattere, ma ne mostra l’inane pretenziosità: “il sigaro di Giustino, microscopico riflesso della eruzione; la criniera arruffata di Bruno, un poeta dal troppo grande e facile successo” oppure si pronuncia sulle disillusioni che il primo amore procura: “Amore languido, pallido, roseo, annacquato, sciroppo d’orzata”. Ma ci sembrano pregevoli quei ‘non detto’, i quali s’installano in una conversazione come asole e che, dapprima intervalli tra le figure, divengono figure anch’esse. Il senso può dunque assumere pienezza solo in virtù delle zone vuote. Il riferimento è al bellissimo dialogo che si svolge tra giovani su una terrazza assolata in Viottole e che porge la parte impalpabile di una personalità complessa e variegata, qual è quella della scrittrice. In Notte d’agosto, quasi una resa dei conti tra coniugi, la forza e i sentimenti del personaggio femminile inclinano il piano verso la conclusione che ella imprime al mondo intero e a cui l’uomo non può opporsi. Nell’alternanza di emozione e pensiero, è il secondo a segnare la perdita, poiché innalza l’essere umano a livelli insperati per poi fargli avvistare un baratro, mentre fa certamente trascurare le cose semplici e soavi, piccole e quotidiane, il cui recupero è , al contrario, curativo: quelle “fugaci e dolci impressioni, pensieri indistinti e sfumati, sorrisi lievi della natura, pause dell’anima, apparizioni momentanee, angoli freschi e riposati dove si cheta la fantasia: godervi è forse la felicità” (Mosaico). La vita è venata da queste “impressioni leggiadre”, dalla tenerezza, dal diletto, che invece una errata scala valutativa rischia di farci perdere, mentre “la riflessione analizza, distrugge e sogghigna” (Apparenze).


Lo stile mobilissimo, veloce al punto da essere incurante delle inesattezze, ripetizioni o ridondanze, come indica compiutamente Patricia Bianchi nell’introduzione, mi pare sia da addurre, vera e propria cresta d’onda che si abbatta sulla riva, a quella forma che la stessa Serao vuole conservare in quanto nasce in quel modo e in quel modo deve raggiungere il lettore. Nella distanza così raccorciata tra lei e coloro che leggono avviene quel medesimo passaggio emotivo che si istituisce fra lei e il mondo e che in quanto tale è già valore. Così, se intemperanze e mancate correzioni disseminano alcuni testi, dovuti in parte alla discontinuità negli studi e in parte a una mancanza di revisione, sull’altro piatto della bilancia, si oppone ad esse una sorta di attivazione della voce, che equivale a un ‘ascolto’, come se per il lettore si trattasse di una conversazione, un dialogo familiare e senza veli con l’autrice, la quale non vuole certo fare a meno dei suoi gesti e della sua espressività nel far giungere la sua visione. La diversità stilistica è estraibile anche dal diverso trattamento dei temi sociali, come accade nella breve dissertazione La canzone popolare, ove ben si vede il movimento che insinua nella convenzionalità del pensiero dominante, composto sia da luoghi comuni sia da prese di posizione professionali ineccepibili, l’inserzione di qualche leva al fine di  sollevare il piano sentimentale e di restituire attenzione a verità non accette, quali quelle del popolo privo di mezzi di sussistenza e di accesso alla produzione culturale. Con tali avvolgenti spirali che afferrano, stringendoli, elementi positivi e negativi, Serao invita alla riflessione, senza abusare della inflessibilità della ragione critica, inducendo i suoi lettori a un riesame della questione, come a dire mediante punture di cui non si avverta il pizzico. 


                                                                  Rosa Pierno