giovedì 30 novembre 2017

Intervista a Marco Furia per il suo ultimo libro “Tratteggi” Anterem edizioni, 2017




Rosa Pierno intervista Marco Furia su “Tratteggi”, Anterem Edizioni, 2017

Con “Tratteggi”, Anterem edizioni, 2017, ritorni alle forme brevi della tradizione italiana, come indicato anche in esergo attraverso una citazione da Italo Calvino: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” (da “Lezioni americane”), ma noi diremmo anche che è quasi un ritornare alle origini del tuo percorso letterario, in cui adoperavi brevi lasse.

Sì, d’accordo.
Dopo certe esperienze giovanili, ho pubblicato su “Tam Tam” alcune poesie e, per le edizioni curate da Adriano Spatola, due volumetti: ho poi proseguito con la rivista “Anterem”, di cui sono redattore ormai da molti anni, dando alle stampe svariati testi con la cura editoriale di Flavio Ermini.
Qualcuno ha parlato, riferendosi ai miei lavori, di prose poetiche: prose che, per così dire, si sono a un certo punto trasformate in versi.
Correttamente, perciò, parli, a proposito di “Tratteggi”, di un ritorno a un certo tipo di forme.

Hai al tuo attivo anche un ricco e costante percorso di relazione con l’arte in quanto ecfrasi. Ce ne parli?

Nutro per l’arte un vivo interesse: con “La parola dell’occhio” e “Iconici linguaggi” ho proposto mie letture di celebri dipinti.
Ritengo che le espressioni artistiche, in genere, siano linguaggi originali e, perciò, specifiche forme di vita: il mio atteggiamento critico è teso a far emergere elementi idiomatico-esistenziali nelle opere di poeti, scrittori, pittori, eccetera.
Io stesso realizzo immagini fotografiche astratte che sono state inserite in mostre e pubblicate sulla rivista giapponese “δ”, diretta da Shin Tanabe.

Le attuali tue prose sono radicalmente diverse dalle tue poesie, non, ovviamente, solo per la forma, ma soprattutto per i temi, il tono, il tipo di ricerca che persegui.

Le differenze di cui parli balzano agli occhi: eppure le due forme, nella loro manifesta diversità, hanno in comune un identico sguardo rivolto verso l’esterno.
Del resto, credo proprio che la distinzione tra generi letterari, intesa in senso rigido, abbia fatto il suo tempo.

Nell’ambito della prosa la tua scrittura è molto più ferma e distante dall’oggetto di quanto non lo fosse la prosa di Ponge, che si dipartiva dalla descrizione per approdare a una moltitudine di dettagli. 

Ponge è un autore che mi è molto caro e che ho tenuto (e tengo) ben presente: a proposito dei miei scritti, qualcuno ha citato, con ragione, anche l’école du regard.
È da notare come sia presente, proprio in “Tratteggi”, un’ironia proposta secondo cadenze intimamente necessarie allo sviluppo del testo.
Quanto al dettaglio, per me il particolare è punto di partenza: le mie minute descrizioni intendono mostrare al lettore parte di ciò che compone l’immenso collage dello stare al mondo.

La profusione di punti interrogativi dice anche di un soggetto dubbioso sulle proprie capacità percettive, fisiche, logiche. Forse, attraverso l’enumerazione degli atti, cerca un proprio fondamento?

Il dubbio, se è tale, deve presupporre, almeno in astratto, una soluzione: il vero enigma invece, secondo me, va compreso e accettato.
I miei punti interrogativi esprimono la presenza d’incertezze, ma intendono anche rimandare a un enigmatico quid di cui si può soltanto prendere atto.
Quanto al presunto “fondamento”, preferisco pensare a forme d’umana comunicazione insite nel loro stesso modo di manifestarsi.

Hai già  altri progetti nel cassetto?
Continuo le attività di scrittura e di creazione d’immagini di cui ho parlato: per quel che riguarda specifici progetti, invito il lettore a seguire il mio lavoro.



Brani estratti da “Tratteggi”
A saltellante passerotto, avvicinatosi alle gambe di tondo tavolino, furono offerti alcuni pezzetti di pane abbrustolito: un grosso frammento, trattenuto nel becco, venne trasportato altrove, al sicuro.
Nonostante cortese cameriere avesse attirato lo sguardo di generoso cliente su un cartello recante la scritta “Si prega di non distribuire cibo ai volatili”, il simpatico uccelletto, subito ritornato, ricevette altre briciole.
Intento ad agitare bombato shaker, vigile barman, al quale non sfuggì simile (furtiva) trasgressione, fece finta di nulla.



Acquisto d’indispensabile macchina avvenne presso esercizio commerciale specializzato nella vendita di congegni elettronici: ingombrante scatolone, il cui peso, fortunatamente, non era eccessivo, fu trasportato, con l’aiuto di piccola maniglia, fino a (non vicina) fermata di pubblici automezzi.
Salito su affollato autobus, sceso dal medesimo circa venti minuti dopo, percorse tortuosa viuzza in ripida salita: superata marmorea soglia di alto portone, aperto l’uscio di casa, appoggiò sul pavimento d’accogliente atrio la grossa scatola e, senza indugio, estrasse il contenuto.
Occorreva, ora, effettuati i necessari collegamenti (e inseriti nelle proprie sedi due minuscoli contenitori colmi d’inchiostro), apprendere le modalità d’uso dell’apparecchio: consultò, a tale scopo, il prontuario la cui “icona” era apparsa sul rettangolare schermo del personal computer.
Lette attentamente numerose, complesse, avvertenze (riguardanti, per lo più, opzioni che non suscitarono il suo interesse), riuscì, dopo alcuni vani tentativi, a eseguire una “stampa” e, non senza incontrare ulteriori difficoltà, una “copia”.
Quanto allo “scanner”, impararne l’articolato utilizzo – se ne rese subito conto – avrebbe richiesto un impegno ancora maggiore.



Inaspettato incontro avvenne sulla soglia di rinomato ristorante: i saluti furono reciproci e calorosi.
Poiché ciascuno era diretto al proprio (non deserto) tavolo, a poche parole di circostanza seguirono espressioni di commiato.
Commiato definitivo, per quella serata?
No: uno dei due, prima di uscire, non mancò di raggiungere l’altro e d’intrattenersi un poco con lui.



Poiché, in mancanza dell’indicazione di uno sconosciuto “numero identificativo”, inflessibile impiegato dell’ufficio postale rifiutò di ricevere (obbligatorio) modulo di pagamento, distinto individuo si servì di sottile smartphone per entrare in contatto con sollecito funzionario dell’ente creditore.
Ottenuta piena conferma del fatto che soltanto l’amministrazione postale poteva essere a conoscenza di tale dato, atteso il proprio turno, riportò con precisione quanto riferitogli: mostrando fastidio, l’impiegato ribadì che in nessuna maniera sarebbe stato possibile accettare quel pagamento in assenza del prescritto numero.
Il problema appariva privo di soluzione.
Buona sorte volle che altro (solerte) dipendente intervenisse e, composta articolata sequenza a mezzo elettronica tastiera, conducesse a felice termine l’operazione.
Quel certo numero non era, dunque, indispensabile? O, forse, era automaticamente apparso sullo schermo del computer a seguito di corretta manovra?
Consegnate tre banconote e ricevute alcune monete in qualità di resto, ringraziato e salutato salvifico addetto, distinto individuo abbandonò, con veloce passo, affollato ufficio postale.



Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato.



Raggiunto, a passo sostenuto, rettangolare cartello indicante la fermata di urbano autobus n. 80, civico orologio, appeso allo spigolo di storico edificio, avvertendolo del ritardo accumulato, poiché elettronico quadrante non forniva, come avrebbe dovuto, alcuna informazione sul tempo di attesa, si avviò a piedi.
Mentre stava percorrendo, trafelato, un ripido tratto in salita, (veloce) pubblico automezzo n. 80 lo superò.

                                                                      Marco Furia




    

martedì 21 novembre 2017

Tre poesie inedite di Fabio Poggi (finaliste al Gozzano 2017)




Dire che la matematica abbia a che fare con la percezione non è equivalente all’affermazione che essa sia bella. La bellezza della matematica è un concetto puntuale, contestuale, relativo solo ad alcuni aspetti: l’equilibrio, la simmetria, ma non equivalente, appunto, al concetto complesso di bellezza che vige in arte. Ora, però, che Fabio Poggi, nelle sue tre poesie inedite, vada a effettuare le sue ricerche di laboratorio nell’ambito dei perfetti è atto che significa voler misurare la distanza esistente tra concezione astratta e percezione, ove quest’ultima, seppur condivida l’area concettuale nei suoi costrutti, non ha però ancora perso la sua valenza sensoriale.

Una poesia tutta costruita sull’oscillazione esperibile tra dato noto,  chiuso,  e soggetto che riceve, elabora e restituisce una conclusione diversa. Che il suo moto dialogico, “non in presenza”, tutto mentale, sia frutto del ricordo, di un intervento sistematizzante tra i dati spuri dell’esistenza, ove un adulto, nel caso della prima poesia, ricostruisce l’esperienza inespressa di un bambino, ci prepara a comprendere, attraverso, ad esempio,  l’associazione dell’aggettivo “tondo” al sostantivo “zero”, oppure alla presenza di inaspettati suoni quando si pensi ai numeri, la non corrispondenza tra ciò che dovremmo imparare e ciò che esperiamo, ci conduce proprio, dunque, sulla soglia della complessità.

Ribaltata sul versante della scrittura, nella seconda poesia, allo stesso modo, la razionalità presunta dei critici o dei chimici che siano, ci consegna l’eccesso incollocabile: “l’imprevisto, / e l’oscuro, / il malposto”. Ove un giudizio, di fatto, non può riassumere la polisemia linguistica.

E, forse, lo scarto maggiore, se parrebbe risiedere nel solco che separa i vivi dai morti, consegnatoci dalla terza poesia, ci sembra essere addirittura minore per la sobria eleganza, la semplice limpidezza che Fabio Poggi sa trasferire - ancora una volta in un dialogo privo di interlocutore reale - tra materie che mostrano, forse solo nella loro relazione, la vera essenza della complessità. E abbiamo ben inteso, che molteplicità in arte come nella lingua equivale a non riducibile. Nel senso che essa non sta solo da una parte, nel seguire un ramo anziché un altro, ma nel serrare i ranghi fra le diversità, nel volerli accostati per dire di più. Mirabile la costruzione senza cedimenti e smagliature di un linguaggio poetico diafano, trasparente, esemplarmente adeguato al contenuto della totalità per la sua voluta contraddittorietà.

                                                                      Rosa Pierno



Tre poesie inedite (finaliste al Premio Gozzano 2017)


ti ho detto una bugia
prima dello zero nessuno cade giù
non ci si fa male:
è un numero tondo fra altri dritti e semitoni 

alla sua sinistra si va spediti, Antonino

vedo che sul quaderno hai messo del nuovo 
ha tutti i suoni di un mondo
il tuo poco scrivere:
al nome da cui chiamano
ribatti di scorcio
però oggi come le spari forte 

le tue lettere dal balcone, 
Antonino!

hai chiuso gli scuri
sbirci di nuovo sottozero: 

apri le dita ma non riesci 
a indietreggiare,
non trovi cifre nere 

nonostante lo zelo
hai finito le falangi...

inestimabile
il momento:
la tua matematica
che solo puoi immaginare 

la tua matematica che 
sembrerebbe
elementare





gli autori
sono assiepati sulle mensole
in minime piazzole di campeggi sottovento 

i lettori
seduti al loro fianco
vicini precisi di tenda
tengono bassa la radiolina


esterno calmo e noncurante 
eventuali i rumori
e interni
coagulo acustico
brusìo da banco frigo
di quando si sceglie o si lascia


nel bisbiglìo
di chi sta per scrivere
tra siepi fitte di carte
e tavoli numerati
le penne sono aperte la mezz’acqua a paletto 

il pc caldo d’aria è socchiuso:

di sera passeggiando 
tra i sonetti
le pagine
carezzano,
ma di fronte sei chimici in marsina 
si guardano
e diranno
appena la tabella sarà voltata


le cose
che esistono già da prima


l’imprevisto 
e l’oscuro
il malposto,


solventi




padre che non chiedi a me 
l’avevi visto un giorno
che sarei stato?
dopo il funerale, quel giorno 

e negli anni
quando qualcosa vola 
è perché passi
e disegni
un merlo affaccendato


stare muti negli anni
svaniti a mano a mano i nostri suoni 

è un peso
che ancora cade


le volte che passo al cimitero 
non so mai cosa portarti 
però entro
ti sfioro la fronte
ed esco sempre con
la domanda: 

guardami oggi, guarda 
come ti somiglio
e sono un altro





Fabio Poggi (1972), insegnante, architetto, dottore di ricerca in Urbanistica (Venezia, Parigi), cofondatore e performer di Augenblick augenblick4.tumblr.com, collettivo di videodanza presente nelle principali rassegne internazionali di settore (Su misura https://vimeo.com/113782277) organizzatore di Stories We Dance, festival internazionale presentato annualmente a Genova. Oltre che del dialogo fra schermo e danza contemporanea, sulla quale sta seguendo una formazione specifica, Fabio Poggi si occupa in quanto saggista del rapporto fra performance artistica e spazialità: Boni F., Poggi F., Sociologia dell’architettura, Carocci, Roma, 2011; Poggi F., Architettura, città, danza. Il ruolo dello spazio nella creazione, ricezione  e analisi di performance artistiche, in "Studi culturali", Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 3-28. Suoi testi poetici sono stati selezionati per l'antologia Il corpo segreto curata da Luigi Cannillo, Lietocolle, Faloppio, 2008; per l'antologia Haiku in Italia, Empiria, Roma, 2017. È risultato finalista per la sezione poesia inedita del Concorso Guido Gozzano ed. 2017.

lunedì 13 novembre 2017

Luigi Trucillo “Altre amorose” Quodlibet, 2017







Che cosa offre un corpo alle lettere, quel corpo che è oggetto d’amore? “Una sostanza flessibile e schiva” che Luigi Trucillo, autore di “Altre amorose” Quodlibet, 2017, secerne e accumula e che spera di conservare al di là della finitezza dei corpi, se non dell’amore. Ma l’amore stesso sembra costantemente condividere il suo essere con la possibilità di essere altrimenti. Se non fosse stato l’amore vissuto, quello da cui ci si sente inseparabili, sarebbe stato l’altro amore: quello non detto o quello potenziale, quasi come se nell’apertura si potesse trovare il diverso, l’opposto, altri legittimi amori, e solo attraverso essa si potesse individuare la specificità di quell’unica e sola passione. E il finito si potesse accordare in tal modo con l’universo in espansione.

Ogni percezione - e abbiamo già visto in precedenti note quanto Trucillo sia poeta della percezioni, di quelle talmente distratte e veloci che sembrerebbero essere destinate a non nominarsi nemmeno, e che invece trovano nella sua voce poetica una residenza del tutto stabile - ogni percezione, dicevamo, persino quella che allontana, quasi una disgressione, o che trascina con sé cose spurie, agganciandosi a modi sommersi, inconsapevoli o scartati, è legata a doppio filo a ciò che è infisso nella mente. 

Forse l’amore diventa, in questo dialogo tra immanenza e assoluto, tra finito e infinito,  tra perdita e acquisto, un atto che salva, solo alla fine di un viaggio mentale,  nuovamente riconducendo a sé. Cercare nelle proprie cellule le ragioni della scelta e dell’unione non può darsi se non in un dialogo serrato con tutto ciò che sembra esulare, che sembra inafferrabile. L’amore, soltanto allora, pare in grado di poter far stringere qualche cosa fra le mani: l’universo intero.

Gli sguardi

Ne ho perduti tanti
che quelli che ho raccolto
sembravano sempre unici
e migranti.
Da giovane credevo che mi avrebbero trovato
senza cercarmi,
e da vecchio lo stesso,
ma in modo più segreto,
perché il cinismo accresce la miopia,
e la saggezza succhia il suo midollo
dall’osso dell’enigma.
Parlo del mio cinismo,
perché negli occhi delle donne che si accendono
il tempo non ha fretta,
e benché un poco incerto
modella la forma degli sguardi
con una macchia misteriosa.

La sfumatura

Se sapessi da quale lembo del cielo
l’uomo e la donna scrosciano insieme
immaginerei un tetto di bambù e un capanno
che si specchiano in uno stagno verde-ardesia
tremando per  l’indistinzione.
E una rete bucata
intessuta con le piume dei passeri
con cui afferrare quella sfumatura.


In una coppia

In una coppia
si scoprono al mattino tracce di lepri
e orsi, 
e quando si spegne il canto dell’allodola
i cacciatori stanano la preda
accovacciata 

nel bosco fitto della devozione.

lunedì 30 ottobre 2017

Federico Palerma, mostra presso lo Spazio M&M, Genova dal 19 ottobre al 4 novembre 2017





Un pulsante cuore di pigmento rosso che si direbbe più intrappolato dalle vene d’inchiostro che loro motore. È come se da un’analogia fisica, da un referente reale, si passasse a un groviglio arterioroso di nero, all’astratto. I condotti esplodono sotto una forza espressiva che pompa energia vitale. Tuttavia, la metafora pare non risolversi, non fa trascorrere da un referente a un altro, né a un suo luogo figurato, ma innesca un’oscillazione perenne. Inchiostro è davvero flusso vitale, nell’esplosivo raptus che consegna alla carta il suo moto irrefrenabile.

Il rosso traspare, a tratti si mischia, poi ne è sopraffatto: il nero scroscia come acqua che risalga da interiora incandescenti. A tratti il segno più che ricoprire, sovrapporsi con veemenza, scava, tentando d’inabissarsi nuovamente: quello che è venuto alla luce già solo per questo è divenuto diverso, si è come ossidato, non può più ritornare all’intimità precedente. È segno. 

La metamorfosi negativa da energia a segno, da segno a traccia scavata, denuncia un passaggio irreversibile della materia mentale. Assimilando anche l’emotività al mentale, si ottiene la logica come alter ego dell’immagine: estranea, ma non espulsa, poiché tale vigore espressivo la uncina in un saldo legame.

Il segno arterioso vale anche come reminiscenza arborea. Sarà una foresta di alberi scheletriti, carbonizzati, a scandire lo spazio dell’opera, a creare i piani attraverso cui si snoda la continuità spaziale. Certi scrosci di bianco si sovrappongono per creare ulteriori piani, quinte più prossime a coloro che guardano, allontanando al contempo l’ultimo piano che interseca l’orizzonte.

Inoltre, le linee spezzate, rendono il ritmo distinguibile. Composto da alternanze di angoli acuti in rapida successione, con repentina variazione di direzione, tale tracciato va a campire lo spazio esistenziale. È certo una dichiarazione sulla percezione del profondo: distanza, tensione, ostilità, minaccia sono i  frutti che si raccolgono su tali rami.

Ecco che però tale esistenziale spazio è di fatto spazio costruito, presenta una struttura per cui avevamo prima parlato di una logica tenuta sempre al laccio. La linea spezzata sembra in tal modo risuonare proprio su tale scontro; le appuntite armi e taglienti ci inducono a credere che mai sia conciliabile la disputa.

Il tempo appare schiavizzato da tutte queste forze che lo costringono, che con varie pressioni e relativi rilassamenti, lo rendono non più uniforme. La dimensione cronologica presenta lacune e trame a tratti inconsistenti, diversamente dallo spazio che offre una salda presa all’esercizio della forza soggettiva. Sebbene la musica sia quasi una sorta di ambiente privilegiato, la fune che sostiene l’artista genovese nelle sue evoluzioni, non è il suo ritmo che ci pare costituire l’elemento principale, ma, appunto, lo spazio.

Quando non è il gesto a dominare, la struttura si fa più evidente, si placa il flusso espressivo, i piani e i volumi vengono costruiti con colori primari, quasi un alfabeto elementare.  E lo si può maggiormente notare nei grandi olii che presentano bande di nero, le quali percorrono lo spazio in direzione univoca, quasi a saggiare la profondità celata nel piano.

Che sia il soggetto l’oggetto referenziale di tali opere è a noi del tutto evidente, ma è un soggetto che disegna per uscire dallo stato di afasia in cui il mondo altrimenti lo chiuderebbe. Solo planando o sgorgando sulla carta, il segno ritrova la concatenazione con la logica e dunque una possibile efficacia progettuale: ogni esistenza umana è nulla senza un progetto espressivo. Dagli scrosci di segni, dagli ingorghi dei suoi affastellamenti, l’energia positiva si distacca dall’opera e c’ingloba, ricostruendo quella catena di relazioni che per Federico Palerma è irrinunciabile, così come per noi ammirare le sue opere.

                                                                                              Rosa Pierno



Federico Palerma insegna Pittura all’Accademia Ligustica di Belle Arti. Ha partecipato a numerose esposizioni collettive e personali, in Italia e all’estero. Vive e lavora a Genova.


Spazio M&M
Via Perosi 13 canc.
Genova 
dal martedì al sabato




giovedì 19 ottobre 2017

"Note sciolte dopo l'ascolto della voce poetica di Ida Travi" di Stefano Iori


Datemi retta, quel che vi dico
non potete capirlo di schiena
devo parlarvi nel petto, e allora
nel petto fiorirà la rosa

(Frammento poetico da  Dora Pal, la terra di Ida Travi, Moretti&Vitali, 2016)

È questo un verso di una delle ultime poesie di Ida Travi.

Parlare nel petto. Cosa può significare?
Nel petto pulsa il cuore e fluisce il respiro.

Prendiamo in esame quest'ultimo.

Pneuma / Fiato / Soffio / Voce / Vento / Ruah.... 

In ebraico ruah significa vento o respiro, ma in senso più esteso indica un qualcosa che si muove e che a sua volta ha la forza di mettere in movimento. 
Pensiamo al turbine del maestrale che solleva e modula le onde del mare.
Pensiamo al suono e alla conseguente risonanza, all'eco....

Ruah ha anche significati più profondi. Non sta a indicare un mero processo biologico (o fisico). Se la parola è applicata a donne o uomini, esprime la profonda dinamica del comportamento umano, ovvero l'energia e la vitalità interiore di ciascun essere parlante su questa Terra. L'energia e la vitalità più intime che si muovono in noi e muovono altro.
Il ritmo della ruah varia continuamente, cambia di volta in volta, velocizza i processi empatici.  è irripetibile (con il fascino estremo di tale aggettivo), proprio come assolutamente irripetibile è ciascun essere vivente.

Il respiro è  fatto personale ma, splendidamente, non ne siamo padroni.

Possiamo trattenerlo, forzarlo, modularlo, il respiro, ma per la massima parte della vita nemmeno ci accorgiamo di assorbire ed espellere aria dalla bocca o dal naso.
Il respiro, ruah, c'è (autonomo, originario), e fin che c'è, segna il vivere. Il pensare, il sognare, il dire e l'agire di ciascuno.

Parlare nel petto. 
Torniamo al quesito iniziale.
Alla luce di quanto premesso, cercherò di interpretare il devo parlarvi nel petto di Ida Travi.

Per capire e carpire ciò che viene detto bisogna porsi di petto e respirare la voce di chi parla. 
Senza padroneggiare ciò che si riceve, lasciando al nostro vento che ascolta il suo automatismo pieno. 

Come nel brindisi, secondo l'uso polacco, bisogna guardarsi negli occhi, così nell'ascolto bisogna porsi frontalmente per assorbire ciò che la parola d'altri propone, Accogliere, abbracciare. Con consapevolezza e  incoscienza assieme.
Mettendoci tutti noi nella dimensione dell'ascolto frontale, diretto, senza barriere e senza pregiudizio, potremo davvero farci parlare nel petto da un poeta accogliendo la sua parola, il suo vento (ruah) come manifestazione completa del suo corpo e del suo spirito che agiscono in noi.

Nasce così la sinfonia duale della voce. 
L'armonia della poesia si fonda sulla dualità. Due voci, ovvero due venti: quello che fluisce vibrando dal poeta e quello dell'ascoltatore, nel suo re-agire in sintonia, nel risuonare in controtempo, mettendo in gioco nervi, sinapsi nascenti, emozione inconsce, fascinazioni da assorbire... in un fiato. Il fiato creatore di chi riceve. Quello che riannodandosi con l'alito del poeta, finisce per originare una creature perfetta: la poesia. Nell'atto sincrono del respirare e dell'inspirare.

È opportuno, a compimento di questo primo atto riflessivo scaturito dalla poesia di Ida Travi, sottolineare un “secondo senso” del frammento poetico posto in apertura. Arriviamo al dunque suddividendo in una dimensione ancora più ridotta il già breve  ritaglio:

Datemi retta, quel che vi dico
non potete capirlo di schiena

… Non voltate la spalle al mio dire... sembra dire la poetessa. Accoglimi, non rifiutare. Abbraccia l'invenzione che ancora non conosci, senza paure, sii curioso. Messaggio importante!

PRIMA DIVAGAZIONE

Non ascoltiamo solo con il senso dell'udito o con la mente. Ascoltare è un atto spirituale.
Così la nostra onda prende nuova vita. 

Ciò permette di ipotizzare una trasformazione. 

Ciò che viene ascoltato torna in gioco nel mondo, dopo l'attraversamento del sé ricevente (ascoltante), come atto spirituale irripetibile. Spontaneo. Penso al testo critico sulla poesia ascoltata, allo studio approfondito sul verso o semplicemente alla discussione tematica, magari quella nata nell'ambito di un  dibattito diretto col poeta, fino alla minimale citazione verbale nell'ambito di una conversazione. 

Si può parlare a questo punto del frutto di molteplici manipolazioni da parte di umani irripetibili: un miscuglio di milioni e milioni d'atomi di pensiero diversi (non scrivo miliardi poiché, ancora oggi, nel Terzo millennio, la diffusione della poesia, come quella del sapere in altre modulazioni d'interesse, è penosamente carente. Gran parte della popolazione ne è completamente esclusa). 

Un tesoro di nessuno e teoricamente per tutti. Una essenza/sapienza spersonalizzata dai propri molteplici artefici umani: aurorale. Di tale essenza, composita eppure originaria, ciascuno di noi tratterrà una parte, grande o piccola, in virtù della singola fame intellettuale.

Sperare di avvertire e cogliere ogni volta, come arricchimento del nostro spirito, questi segnali è impresa oltre plausibile ardimento. Improbabile coglierli tutti. Poi c'è il fattore legato a tutti i secoli che rimarranno all'umanità. Innescati un bel giorno da un verso poetico i nostri segnali si muovono autonomamente, il loro moto è quello della galassia vorticante dei pensieri, destinati a moltiplicarsi e inanellarsi vertiginosamente, e via, fino alla fine dei tempi. 
Il fiato di questa galassia è troppo grande per poter entrare nella minuta vescica dei nostri polmoni. 

Comincia il grande, gioco, amato intimamente da ciascuno di noi, tra finito, finibile e infinibile.

La poesia non è forse infinibile, almeno sino all'ipotizzabile, ma misteriosa, fine dei tempi?

ALTRA DIVAGAZIONE

Nel pittogramma sumerico che indica il termine poi divenuto in ebraico ruah, appare un occhio “di vento e di forza” (secondo le più attendibili interpretazioni), spento e alato; sotto, in diretta connessione, due o tre segni orizzontali che suggeriscono l'immagine di onde in movimento.

Una precisazione. L'occhio da cui viene ruah, come scritto sopra, è sì alato (quasi fosse angelo), ma è pure spento. Senza pupilla né iride, solo l'orbita e il bulbo. Spento perché spirato. Quando la voce lascia l'attore del dire (divino o umano che sia), ogni sua frase, parola, morfema, fonema, finisce. Ogni nota muore, spira... come vento. 

Spirare è parola dal doppio significato. Anzi si potrebbe pensare a due parole distinte derivate da altrettanti, differenti verbi latini: “spīrare” (soffiare, respirare, emanare) ed “expirare” (spirare ovvero spegnersi). 

In un istante parole, timbri e suoni, svaniti dalle labbra del poeta, vengono a vivere nell'ascoltatore. Lo fanno fluttuare come foglia al vento. 

La poesia è manifestazione dello spirito nel suo migrare da un essere umano all'altro. 

Migrazione diretta? 
Questa la tesi poetica di Ida Travi che fa nascere nella nostra mente l'immagine di righe bi-direzionali quali vettori del dire e dell'ascoltare, movimento che si incontra, si divide  e gioca, nel più ampio sviluppo del moto duale, sino alla moltiplicazione libera degli intrecci. Senso che cambia, timbriche che si alleggeriscono o appesantiscono, significati e significanti che si gonfiano e restringono, sospinti dal fiato della speculazione intellettuale, del sogno, della creatività. 

O piuttosto, la migrazione dei pensieri procede con andamento a vortice?
A spirale?


La bellezza della poesia è vertiginosa. 
Si può ipotizzare che si manifesti tramite la circolarità della voce. Voce che ha effetto avvolgente, che scardina il tempo e lo spazio. 
L'ascoltatore si viene a trovare in un vortice. In una galassia (come già sopra scrivevo). 
Pianeti e stelle circolano in un spirale, in una ellisse galattica la cui particolarità è quella di manifestarsi, sostanzialmente o solo apparentemente, come figura a due dimensioni. Larghezza e lunghezza, i due raggi ineguali del vortice stesso.

Nel cuore della galassia è possibile dimenticarsi del tempo. 
Fatti evocati, immagini ricreate, giochi di senso, allusioni, spartiti emozionali, ricordi e premonizioni circolano velocemente. Il vagare di questi molteplici elementi si può facilmente cogliere. Basta girare la testa facendo scorrere lo sguardo e l'ascolto su di un solo, unico piano che si muove circolarmente ed evolve, attorno a noi e con noi (che, poeti o ascoltatori, ci poniamo istintivamente nel fuoco del vortice). Proprio come se assistessimo alla proiezione di un film dove la storia di ieri è lì, a fianco di quella di domani, dove ogni impulso di mescola immediatamente ad altri e altri ancora, sviluppandosi in idee sempre differenti (nuove, originarie) che si allargano a raggiera attorno a noi.

In questo vorticare, se ci si propone un ricordo, ecco che lo (ri)viviamo. Se a noi viene una premonizione ne conosciamo immediatamente il più intimo senso, e persino le conseguenze. Tutto ciò che il poeta dice, in virtù della circolarità della sua voce, tratteggia una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio. Una (dis)misura dove il concetto di distanza viene ad annullarsi. Un'area  elicoidale fantasma che favorisce straniamento e concentrazione assieme. Nel soggetto attore della migrazione vorticante dei pensieri (ascoltatore) sgorga il desiderio di articolare e connettere gli stimoli della parola poetica affidandoci alla logica del fulmine, mentre, di fatto, si concretizza solo l'atto di dare la stura (e non è poco) a speculazioni successive, avviandone il percorso. Con attenzione e studio, sviluppati e articolati, attraverso meditazione, condivisione o riformulazione, il frutto dei pensieri originati dall'ascolto di una poesia,  potrà arrivare a segnare la nostra vita. 

Un vento spira. Si muove attorno e dentro l'ascoltatore, questi vibra di rimando, sollecitando a sua volta altro e altri.
Forgiando e permeando la propria galassia, la poesia non si ferma né si riflette in se stessa nonostante la circolarità vorticosa del movimento perenne di questa grande forma astrale, anzi, ogni volta, ogni secondo, ciascuna poesia può presentarsi diversa essa stessa a nuovi ascoltatori. 

La poesia penetra in chi ascolta, tocca la sfera emotiva, altera ed espande la memoria, scardinando il vincolo calendariale che ce la fa immaginare come un ordinato archivio. La verità e l'illusione convivono sul medesimo piano. Fantasia e realtà si lasciano vicendevolmente contaminare.

Forse la migrazione simpatica della voce poetica si sviluppa a spirale.

Simpatia, dal greco συμπάϑεια è parola composta da σύν, con, e πάϑος, che nella retorica classica è termine applicato ai generi letterari per indicare l’insieme di passionalità, concitazione, grandezza proprio della tragedia, elemento contrapposto all’ethos, carattere più tenue, proprio della commedia.

Forse è proprio la forza simpatica che anima la migrazione della voce poetica, che le imprime energia, implementando il circuitare della parola. Quella passionale, concitata (o meglio sintetica), grande, grandissima della tragedia e parimenti della poesia che sa modulare anche in altre timbriche la sua poliedrica forza. Sottile, tagliente, fantasiosa, irrealistica, profonda, smisurata, secca, pungente: una forza centrifuga (impadroneggiabile) che assume la forma delle galassie. E la forma delle galassie muta, pur mantenendo il proprio marchio distintivo. Cambia pure la loro sostanza e l'essenza, perché continuamente, ai margini del grande vortice, ci sono stelle in formazione.

ULTIMA DIVAGAZIONE
O forse si tratta di approfondimento trasversale?

La spirale è forma primordiale che allude alla morfologia visuale (o forma apparente) di gran parte delle galassie: ellittica e discoidale.

Per avvicinarsi alla forma primordiale di una galassia necessitano strumenti adatti. Scrisse Galileo Galilei, “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara ad intender la lingua, e conoscere i caratteri, ne’quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi veramente per un oscuro labirinto” (Vedi Il Saggiatore, nel quale con bilancia squisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra, trattato scritto da Galileo Galilei, a cura dell'Accademia dei Lincei, il libro fu stampato nel maggio del 1623 a Roma).

Il primo strumento utile è ritenuto la successione di Fibonacci, introdotta per la prima volta da Leonardo da Pisa (meglio noto come filius Bonacci, ovvero Fibonacci), Pisa, settembre 1175 circa-1235 circa, come soluzione alla modellizzazione matematica della crescita di una popolazione di conigli in un tot di mesi: una successione ricorsiva lineare e omogenea. Per evitare lungaggini di scrittura, si fa qui necessario rimando al personale approfondimento del lettore sul tema.

Il secondo strumento essenziale è la cosiddetta spirale logaritmica (torna la spirale). Quest’ultima è una figura geometrica ottenuta, come scoprì per la prima volta Cartesio, considerando la traiettoria di un punto che si muove di moto uniformemente accelerato su una semiretta, la quale ruota uniformemente intorno alla sua origine. Anche in questo caso si evita la prolissità di cenni agli ulteriori aspetti del tema.

Padroneggiati tali strumenti ci si può finalmente porre la domanda: “C’è qualcosa che accomuna la mirabile disposizione dei petali di una rosa, l’armoniosa spirale di alcune conchiglie, l’allevamento di conigli e la successione di Fibonacci?”.
La risposta di un autorevole studioso della materia, Mario Livio (La sezione aurea. Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni, di Mario Livio, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2012), è affermativa: “Dietro queste realtà così disparate si nasconde sempre lo stesso numero irrazionale comunemente indicato con la lettera greca φ.. Una proporzione scoperta dai pitagorici e calcolata da Euclide, chiamata da un trattato di Luca Pacioli divina proporzione e in seguito sezione aurea”.

Il numero φ, numero aureo, è definito come il rapporto fra due grandezze disuguali la cui somma è media proporzionale tra la minore e la loro somma. Tale rapporto vale approssimativamente 1,618 ma può essere espresso in maniera esatta con un'apposita formula.

Ora, una spirale logaritmica in cui il rapporto costante tra i raggi consecutivi è pari a φ si dice aurea; il rapporto fra un numero della successione di Fibonacci e il suo precedente è, al limite, (per n che tende a infinito) pari a φ.

“Il rapporto aureo è quindi l’anello di congiunzione tra la natura e la matematica, il punto di incontro tra la suprema armonia del cosmo e il modello che lo rappresenta”, precisa Mario Livio che aggiunge: “La natura ama le spirali logaritmiche: dai girasoli alle conchiglie, dai vortici agli uragani alle immense spirali galattiche, sembra che la natura abbia scelto quest’armoniosa figura come proprio ornamento favorito”. 

Anche la poesia ama le spirali logaritmiche, dunque? (non certo quale ornamento!)

Grazie a Ida Travi per avermi affascinato con il suo pensiero. Grazie per aver stimolato in me tante idee e persino un'ipotesi diversa (il modello della spirale al posto di quello della linea di-retta), ma parallela al senso della sua speculazione poetica.


                                                                                               Stefano Iori