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mercoledì 23 dicembre 2015

da “Caleranno i vandali” di Flavio Almerighi, inedito


Con uno straordinario atto di mimesi, Almerighi fissa con pochi tratti, in uno schizzo a sanguigna, diremmo, i pensieri di un essere umano inchiodato dal proprio mestiere a una maschera culturale, a un ruolo subalterno a logiche di potere, ma anche  a un destino percettivo. Senza mai cadere in un ritratto di maniera, senza mai cedere al prestito di uno stereotipo, il poeta restituisce al lettore un’esperienza umana nitidamente scolpita, mostrando quanto i suoi versi siano il frutto di un cesello, di un’immedesimazione, di una vicinanza morale all’essere umano ingabbiato, senza speranze, nelle stritolanti maglie della società contemporanea.

La struttura sintattica, la quale fa galleggiare sostantivi e versi su una superficie rarefatta, patente, non inclina sul versante della scelta della rastremazione dei mezzi, piuttosto della rarità, conservando, come primula che buchi neve, la sorpresa della rivelazione. La sintassi franta provoca salti nella continuità come in un affanno del pensiero. Il senso che si dovrebbe trarre, conseguenza ferrea di un sillogismo,  disegna pertanto  lacune nella continuità del tessuto, denunciando ignoranza e soprusi: “all’inutile pareggio / della dea bendata / preferì una sigaretta”. Il linguaggio si fa strumento eloquente di differenza, a maggior ragione nell’artificio della voce del poeta, quando racconti l’esistenza altrui. Immaginiamo, dunque, in questa desolante distanza, che è, appunto, quella di coloro che non hanno voce, questa doppia cesura, poiché c’è chi gliela presta con dolorosa afasia. Non è senza costo scendere in simili scavi e pozze dell’umana materia.

arte & mestiere


edilizia, mestiere di ginocchia e pazienza
manovale specializzato
se ti manca l’equilibrio stai zitto
altro che dottori,
avvertiremo noi la famiglia
e la televisione avrà cura dei tuoi,

non importano le date
incise sul cemento fresco
prima di posare una soglia,
non importano le soglie, le bestemmie
in tutti gli accenti nord e sud
non importa saper scrivere sui muri,
arrampicarsi come meticci,

ciascuno vedrà la propria ombra
quando il sole smetterà di rompergli la faccia.

Sia stato lavoro nero o no, finita la giornata
tutti insieme, chi non c’è non c’è,
ci faremo un bianchetto al bar impero.
Berretto di carta e nazionale semplice,
boccate di fumo e di calce,
l’edilizia è stata un’arte
non è più un mestiere


col bellissimo accento di qui


Invocavo speciale protezione
all’anima di Franz Kafka,
in pieno raccoglimento
davanti a una porta automatica
entrare uscire e stavo in mezzo,
fumavo giusto per i nervi
e non patire altro dolore.

Intanto un vecchio senza gambe
armeggiava col portacenere
a fianco riempito di cicche,
cosa fai?
Sono sporche, gli dico
prendine una delle mie.

Pensavo fosse il solito
fenomeno da stazione,
si è girato
sbarbato e in ordine.
Guardi poi le disfo, risponde
col bellissimo accento di qui.

Comunque grazie. Conclude
non accende e se ne va.


di tutti i ricordi che ti ho dato


Alla mia età si diventa orfani
dei figli, ma
di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.

                 Al tuo ritorno erano ripartiti.

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