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giovedì 17 dicembre 2015

JEAN-BAPTISTE CAMILLE COROT


“L’isola Tiberina”. Nessun particolare, filo d’erba, arbusto, sasso: colore steso a tocchi, con corpose pennellate, materia con cui, coprendo, elidere ciò che non ha importanza. Le pigmentate zolle, trapassando l’una nell’altra, restituiscono i toni incisi nel ricordo: quell’ocra – ed è ocra persino il fiume in cui le case dell’isola Tiberina e gli argini fintamente si specchiano – contro il quale insiste uno svagato azzurro annuvolato.

“Civita Castellana, rocce rosse”. Nel tripudio di rocce e rami, di tufo e acque, difficilmente distinguibili se non per la vivacità del tono e la prominente posizione, un cielo stranamente inerte si lascia percorrere da nuvole per non confessare assoluta presenza.

“La passeggiata del Poussin, campagna di Roma”. Placido ristagna, quasi immobil fiume, nell’ansa brulla e arsa, ove uno scurito verde balugina in profondi solchi. Tuttavia, nella parte superiore del cielo, s’accendono tinte arancio e rosa, di un’età calorosa, non del tutto trascorsa. 


“Vista dai giardini Farnese”. In un’albula luce, annacquata, persino il color dell’oro appare illanguidito e sulle facciate di chiese e di palazzi si stende tremolante, indeciso, enfio di diluente, il pigmento. Verdeggiante massa, come mossa da fiamma che arda sotto pentola di coccio, pur bolle nella calura.

“La vasca dell’Accademia di Francia a Roma”. L’ombra è talmente consistente da apparire vischiosa: cortina che non può squarciarsi e attraverso cui nessun raggio può penetrare. Eppure, quasi per contrappasso, la parte della città illuminata in pieno da un alto sole ha agganciato il cielo come fosse uno dei suoi impenetrabili muri: in tale dorato richiamo l’occhio sprofonda. Figure sono rose dall’atmosfera e appaiono umbratili, manchevoli di spessore. Avendo assorbito i colori luminescenti dell’ora che precede il crepuscolo, hanno sagome auree, evanescenti.

“Venezia”. E’ una visione resa perenne da un colore cotto al forno, non ancora invetriato, polveroso. L’ombra più che rinsaldare le fila, sgretola, dissalda, sbriciola, come se tutta l’immagine fosse un friabile biscotto.



Oggetti di natura

Panorama si dispiega con nobile parvenza e si pone quale luogo di possibile dialogo tra uomo e natura articolando aperti orizzonti, masse arboree che offrono frescura e invitano alla meditazione e spicchi di sereno cielo in cui scorrono lievissimi cirri a rinsaldare un’antica promessa. Meno ameni sono i luoghi ove volumi, arcate e rampe formano ambiente in cui l’uomo vive. Colore digrada in ferree forme, prive di slarghi e fughe. Equivalgono a prigione, poiché natura manca. A volte, terra è avvolta nell’oscurità e cielo è illuminato da una luce estrema. Altre, è il minuscolo paese aggrappato alla cresta sommitale del monte a essere contrapposto alle enormi dorsali che attraversano la piana. L’animo vi si dilania come se avesse due distinti modi di stare al mondo. Quando poi dal cielo filtra una grigia luce che infligge semioscurità alle fronde e agli orli dei dirupi e dalla terra sembra che rimbalzino cupe lamine di fredda ombra, il paesaggio, drammaticamente rivoltato, mostra le proprie catramose budella.   Ritraendo veneta laguna, pure, ne blocca la luminosità, ne elimina ogni tremore o mobile favilla per rendere materico lo spazio: impenetrabile vuoto ritagliato dalla mole dei palazzi. Raramente il cielo è azzurro, spesso è bianco e corre fra stretti filari di piante o si deposita come neutro fondo che accentui l’orlatura delle case e i neri festoni dei cipressi.



                                                                                                                 Rosa Pierno

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