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lunedì 2 dicembre 2013

“Essere il nemico” di Flavio Ermini, Mimesis, 2013

Fin dal titolo, Essere il nemico, (Mimesis, 2013) si delinea in Ermini una netta presa di posizione nei  confronti del mero dovere,  quell’imperativo categorico kantiano, astratto e slegato dall’esperienza, che  esige che il dovere sia rigorosamente separato dall’essere. In Ermini  invece l’opposizione si incarna in una prassi, non lontana dalla cura di sé. Nessuna legge morale postulata in modo meramente formale. Nessuna repressione della natura interiore, anzi un’indagine condotta proprio in questa sfera, unico terreno ove sia dato riscoprire il proprio essere insieme agli altri.  Il tono costantemente colloquiale è dettato dall’esigenza di trovare non nel dovere, ma nella consapevolezza emozionale il diapason della condivisione con la ribellione altrui, perché le battaglie di civiltà si vincono con gli altri.  La lotta, naturalmente, è contro un sistema che si mostra come ineludibile nella sua organizzazione e che serve alla coercizione delle coscienze, mentre il discorso si snoda su ciò che è necessario smascherare per il ripristino della dignità dell’individuo.
Il riferimento, dicevamo, è alla sfera pratica, e a una ragione arricchita dal sentimento della comunanza, giacché se essa fosse avulsa dall’interesse e dalla libertà altrui sarebbe sragione. Nessun bisogno di buttare a mare la lezione dell’illuminismo, ma certamente di recuperare anche la sfera emozionale:   “Certo, la logica ci aiuta a dire cose più o meno “sensate” sul mondo. Ma per dire qualcosa di autentico sul mondo, la logica deve eccedere i confini, fare i conti con l’intensità delle nostre passioni, dei nostri desideri e dei nostri sogni”.   Non, dunque, la ragione in quanto unica legislatrice, ma coadiuvata dall’immaginazione, con il sostegno della letteratura. Gran parte delle considerazioni di Flavio Ermini sono dedicate allo strumento dell’espressione, in quanto palestra di riflessione e di azione, di creazione e di opposizione: per “concepire il linguaggio non solo come mezzo, ma anche come processo di autodeterminazione in atto”, per “concepire noi stessi non solo come spettatori, ma anche come soggetti criticamente capaci di intervenire sulla realtà”. La letteratura prima ancora di essere definita come “impegnata” nasce già come creatrice di mondi, sovvertitrice di visioni consolidate, palestra di discussione, verifica e di denuncia, terreno in cui mettere a coltura valori civili ed etici.
In questo senso, il richiamo alla lotta condotta per via estetica, che includa cioè anche questo versante delle possibilità umane, normalmente escluso dai circuiti politici,  appare del tutto connaturato alla presa di coscienza dei diritti che sono invece asserviti a logiche estranee. “Senza un nuovo linguaggio, non può formarsi  un essere umano nuovo. Ecco perché va percorsa fino in fondo la via estetica alla liberazione. Il che è come dire che alla disposizione etica va unita l’esperienza poetica del pensiero.” D’altronde, la trattazione di Ermini non è filosofica in senso stretto, ma letteraria, si avvale cioè del pensiero filosofico con quella libertà che gli consente di non rimanere ancorato alle strettoie logiche e di relare analogicamente zolle anche molto distanti, aeree non immediatamente limitrofe; si pensi alle assonanze del pensiero orientale o evangelico, alle posizioni di critica alla razionalità (Adorno) ma anche a quelle che elogiano la ragione, e basti anche solo riferirsi ai mille modi in cui il poeta si rivolge al pubblico al fine di richiamare i modi di parlare alla collettività,  a quell’oratoria che tenta di persuadere, com’era nella tradizione socratica, quando la sfera morale era legata alla cura di sé. Si vedrà allora come Ermini abbia redatto un testo corale, in cui dalla sua voce si levano le mille voci di libri che si riattualizzano nella sua persona per comprendere che oggi il ruolo dell’intellettuale non consiste nel dire il nuovo, ma nel mettere a frutto le conoscenze secolari e le esperienze millenarie che attraverso i libri sono in noi. Col che si configura di fatto un nuovo modo di intendere il ruolo dell’intellettuale.  
Già in Nietzsche e Heidegger, la protesta contro le norme universali dell’etica e della ragione si connetteva con la sostituzione di categorie estetiche alle categorie dei discorsi teoretici e pratici e anche etico-politici. La sostituzione del discorso filosofico e del discorso pratico che si interessa della verità con un discorso estetico-ermeneutico, nel quale come in Lyotard e in Foucault, si miri più al dissenso che al consenso, è, pertanto crediamo il pedale a cui Ermini  attribuisce la possibilità dell’accelerazione e in qualche modo della riuscita, ove in ogni caso l’utopia non getta alcun discredito sul tentativo. La cura di sé contro l’etica universalistica viene illuminata da una luce calda e aranciata: quella del ritrovarsi solidali, quella della forza rinsaldata  da un patto fra uguali. In questo prospettiva, l’individualità non si sottopone all’universalità della legge sotto l’identità del soggetto razionale, ma si apre accogliendo tutto ciò che restava al di fuori.
Seppure molto vi si dice contro la nostra era tecnologica e tecnocratica, non è certo la ragione ad essere messa sotto accusa, ma un suo esacerbato o fittizio utilizzo ottenuto per via di tagli e limature, il quale bandisce la complessità umana, mentre si dovrebbe agire per la sua valorizzazione e contro tutto ciò che ne causa il depauperamento. Non deve essere messo in discussione il fatto che tale complessità generi almeno apparentemente l’impossibilità di un accordo su temi e azioni comuni: il recupero della condivisione che è data dalla possibilità del dialogo e dello scambio è già di per sé   una conquista che riassesta su altri binari il mondo. Che in qualche modo ci sia un’indifferenza per il risultato e un bisogno di agire affinché si attui la modalità giusta di valorizzazione della persona è ciò che toglie ogni dubbio sull’aleatorietà della proposta di Ermini, il quale in ogni caso se ne assume il rischio: “Scrivere sui bordi, ai margini del pensiero, sconvolgendone la trama è già liberazione”.
Insomma, nessuna separazione tra dovere e inclinazione, sensibilità e ragione, evitando così l’astratta contrapposizione tra la ragione come elemento noumenico e  il mondo dei fenomeni e della storia. Sulla scia di Hegel e di Habermas, Ermini rintraccia un rapporto intrinseco tra giustizia e solidarietà e ci esorta ad abbandonare la chiusura degli interessi personalistici e ad abbracciare una visione solidale per raggiungere l’equilibrio tra felicità personale e dignità della persona e lo fa scendendo due volte nello stesso fiume dell’oggettivo e del soggettivo, dell’individuo e dell’umanità.
                                                                              Rosa Pierno

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