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sabato 27 agosto 2011

Friedrich Dürrenmatt “Una partita a scacchi con Albert Einstein” Casagrande 2005

La metafora della partita a scacchi serve a Friedrich Dürrenmatt, nella conferenza presentata al Politecnico Federale di Zurigo in occasione del centenario della nascita di Einstein, per effettuare una prima distinzione tra sistema deterministico e sistema casuale, in cui però la posta in gioco è il rapporto tra scienze naturali  e filosofia. Due giocatori che giochino con regole deterministiche sono soggetti in ugual misura alle regole del gioco: il mondo è determinato e regna un ordine spietato, gli uomini che sono i pezzi degli scacchi, “sono determinati, sono conseguenze di considerazioni extraumane”, mentre nella partita  casuale “sono invece gli stessi pezzi a giocare, essi sono la causa degli effetti che producono”. E dove il caos è superiore all’ordine, nessun principio può essere pietoso e misericordioso, può esserlo soltanto una persona”. Ma con “la comparsa delle scienze naturali, il torneo si fa più complesso”: si gioca su due scacchiere, quella dello spirito e quella della natura. Isaac Newton sincronizzava i due giochi perché l’uomo è spirito e natura. Ma il “problema  del perché il mondo non è perfetto si riacutizzò: per un verso nella natura regnavano le leggi, per l’altro il caos irrompeva continuamente nel mondo muovendo dal libero spirito”. Spinoza ha affrontato questo problema facendo riferimento a un Dio che “è costruzione intellettuale dedotta da assiomi, cui viene attribuita evidenza ontologica attraverso il concetto di necessità”, a cui è ascrivibile un mondo deterministico e ove l’uomo è determinato. Einstein, per sua esplicita ammissione, concordava con il pensiero di Spinoza e da questo derivava anche il suo “fluttuante rapporto con la matematica”. Einstein affermava che le connessioni fra le esperienze sensibili e i concetti sono puramente intuitive e che il “sistema di concetti è una creazione dell’uomo, né più né meno delle regole di sintassi che costituiscono la struttura dei sistemi di concetti” e ciò che distingue la vuota fantasia dalla verità scientifica è il grado di certezza dato dal fatto che la correttezza di una proposizione è dedotta secondo le regole logiche accettate. Pertanto, sottolinea Dürrenmatt, un sistema concettuale come “la matematica, che è in sé logica, è di per sé del tutto arbitrario dal punto di vista logico” e che l’intuizione, con cui le esperienze sensibili sono riferite, è la stessa presente  nella sfera artistica e religiosa. Dürrenmatt ne trae che, poiché non esiste un’intuizione completamente sganciata dalla sfera logica,  “anche le impressioni sensibili che  sembrano contraddire le regole del gioco” possano essere causate da un’errata interpretazione del gioco divino. Se Kant “ha rifiutato di attribuire al gioco degli scacchi oggettività al di fuori della ragione umana”, “una visione d’insieme è concepibile solo in via ipotetica”:  gli errori e gli incidenti aumentano in maniera incredibile e soltanto con la statistica si può venire a capo di questa partita. Einstein non si rassegnò mai alla frattura fra macrocosmo, rappresentabile in termini deterministici e microcosmo, rappresentabile in termini statistici e ciò per Dürrenmatt trova il suo fondamento nel pensiero di Einstein stesso: “La fede di Einstein che Dio non giocasse a dadi – formula con cui espresse la sua obiezione contro la meccanica quantistica – e la sua convinzione che le leggi della natura potessero essere descritte mediante intuizioni e non necessariamente, come in Kant,  in termini matematici, sono una cosa sola, l’espressione dello stesso pensiero unitario”. Tuttavia, Einstein, per formulare  il nesso fra relatività e gravitazione dovette far ricorso alla matematica, la quale rivela due aspetti: uno logico a priori e uno estetico (la bellezza della matematica sta nella sua idealità). La matematica che era già ritenuta vera in sé, aveva indotto la filosofia mistica a identificare la metafisica con matematica.
L’antico sogno che l’estetica e la  metafisica, la bellezza e la verità siano una sola cosa si realizzerebbe, dunque, nella matematica. Einstein afferma che l’immagine del mondo fisico di tipo continuo rappresenta per lui la più alta forma di musicalità nella sfera del pensiero. Il desiderio di contemplare quell’armonia prestabilita è ardente ed è “simile a quello del religioso o dell’innamorato”. Il pensiero di Einstein ha cambiato il mondo, “avendo condotto non  a contemplare l’armonia prestabilita, come sperava Einstein”, ma alla visione di un mondo più inquietante e insidioso. Tanto più allora, osserva  Dürrenmatt, dobbiamo seguire le raccomandazioni di Einstein, il quale voleva che ci accontentassimo delle nostre conoscenze imperfette e considerare i valori e i doveri umani come le cose più importanti fra tutte. Tuttavia, “egli dimostrò forse per primo, ancorché contro la sua visione, che non può esistere un mondo unitario”. Dürrenmatt conclude la sua conferenza citando un pensiero di Hermann Weyl: “La natura dualistica della realtà rende conto di fatto che non possiamo concepire un’immagine teorica dell’esistente se non sullo sfondo del possibile” e dunque che non possiamo andare oltre i fenomeni.
A corredo di questa celebrazione della figura di Einstein, nel libro sono presenti  note di approfondimento alla conferenza; ne scegliamo una in particolare che riguarda ancora Weyl: “Il “matematizzare” può essere un’attività creativa dell’uomo, come la musica, e il prodotto di tale attività è condizionato – non solo nella forma ma anche nella sostanza – dalle decisioni della storia, e può pertanto resistere a una razionalizzazione oggettiva completa”. 
                                                                                                                     Rosa Pierno

martedì 23 agosto 2011

Lettera aperta di Gio Ferri sulla 54° Biennale Internazionale di Venezia

Egr.Prof.
Paolo Baratta
Presidente
Fondazione
“La Biennale di Venezia”
Ca’Giustinian
San Marco 1364/a
30124 VENEZIA

Gent.ma Prof.a
Bice Curiger
Direttore
54.Esposizione Internazionale d’Arte
c/o Fondazione “La Biennale di Venezia”
Ca’ Giustinian
San Marco 1364/a
30124 VENEZIA



Lesa sul Lago Maggiore, 27 luglio 2011

Gentilissimi Prof.Baratta e Prof.a Curiger,
il nostro periodico in forma di libro, TESTUALE, rivista di critica della poesia e delle arti contemporanee, è ben noto alla Fondazione “La Biennale di Venezia” che da quasi trent’anni riceve regolarmente i testi, dandocene cortese riscontro. I volumi sono pubblicati integralmente, oltre che in cartaceo, anche in internet al sito www.testualecritica.it.

In una rubrica dal titolo Letterale vengono pubblicate lettere aperte inviate per le diverse occasioni a scrittori e artisti. Ad ogni “Biennale d’Arte”, e sovente anche di Architettura, abbiamo sempre scritto ai direttori e curatori esprimendo le nostre osservazioni, utili alla promozione di dibattiti con i nostri lettori, con i poeti e gli artisti, e con gli stessi curatori delle diverse edizioni espositive e pubblicazioni. Sovente abbiamo ricevuto risposte dai curatori medesimi dell’Esposizione: in particolare rammentiamo fra gli altri un intervento prestigioso, e intelligentemente polemico, di Harald Szeemann, che, come si ricorda nell’attuale catalogo, ha dato il via nel 1999 alla ipotesi critica, per la verità un poco generica, di un aperto e «libero sguardo sul mondo». In quella occasione esprimemmo sommessamente un giudizio dubbioso in merito ad una certa mancanza di coerenza critica. Considerammo tuttavia la “Biennale”  un’esperieza positiva non tanto per alcuni valori individuali (rari ma innegabili), quanto per il senso di una installazione complessiva, totalizzante. In cui, tutto sommato felicemente, potesse essere registrata una produttiva con-fusione (si noti il trattino), di (dis)misura estetica, e non solo, anche sociologica se non addirittura politica, soprattutto in senso culturale.

Purtroppo, ci spiace dirlo, la felicità di quegli incontri, per noi almeno, si è perduta quest’anno con la 54° edizione. La con-fusione è si è trasformata in vera e propria confusione (senza trattino!). Dopo le consuete maratone all’Arsenale, e il  periplo del Padiglione centrale e dei Giardini siamo usciti, appunto, confusi, tristi, disperatamente stanchi… Per inciso per quale motivo (forse per favorire i luoghi interni di ristoro?) sono state eliminate dai Giardini e dallo spazio oltrecanale tutte le panchine?! Quest’ultima può sembrare una osservazione di poco conto, tuttavia non si possono godere a fondo le opere d’arte e i relativi spazi senza un minimo di meditante riposo. Ciò vale, ma non è una novità, anche per l’interno dei padiglioni: nel catalogo osserviamo con invidia quella fotografia della sala Klimt alla “Biennale” 1910 in cui comode poltrone favorivano l’osservazione quieta e approfondita delle opere d’arte!

È vero che trattandosi (ormai) di una kermesse, tutto sommato di una fiera, siamo obbligati a viverla zizzagando… ossessivamente, ed è vero, perciò, come si nota in catalogo, che la «Biennale è come una macchina del vento…»: tuttavia il vento «scuote la foresta…» ma trascina anche cumuli di foglie morte…  Quest’ultima è la verità che più ci rattrista. Foglie morte: il vento di questa 54° “Biennale” raramente «scopre verità nascoste». Ben poco di quella prolifica con-fusione è rimasto a sollecitare una nostra coinvolta sorpresa. Dovremmo chiamarla, e ancora ci spiace e ci scusiamo, la fiera delle banalità. A cominciare da talune giustificazioni espresse in catalogo.

Banalissimo è il titolo ILLUMINAZIONI . Un ingenuo melange di lemmi (illumina-azioni-nazioni) che fra l’altro richiama un più prevedibile disagio intellettivo: troppo facile il richiamo alle strutture al neon o simili - vecchie di cinquant’anni, come prova il buio spazio attraversato da fili fluorescenti di Gianni Colombo, o  le cascate di acqua-luce-suono di Fabrizio Plessi, assai fascinose ma assolutamente negli anni ripetitive. Mentre utile sarebbe stata invece (a proposito di luce) una vasta retrospettiva dal grande valore storico delle ricerche luministico-cinetiche degli anni ’60, del “Gruppo T”, per l’appunto.  A sua volta, troppo facile e ovvia è l’idea che l’arte illumini le menti e le coscienze. Cosa dovrebbe offrire, e cosa mai ha sempre offerto l’arte se non questo? Che la luce, inoltre sia un classico tema dell’arte è altrettanto risaputo: e perché Tintoretto e non Tiepolo, o Canaletto (visto che, come si afferma, il tema è «adeguato a Venezia»)? Ma non basta disturbare i grandi classici, a fronte di tanto disordine in-creativo invadente la meraviglia di opere che con questo moderno poco hanno a che vedere (forse ci voleva a titolo di confronto, ma non c’è, Vedova, che sul Tintoretto si è formato…).  Ma si evocano anche… ad insaputa (!) di tanti  fantasmatici creatori, le Illuminations di Rimbaud: «impetuosamente poetiche»… Che vuol dire? Forse si voleva dire impietosamente, considerato il detto di Rimbaud,  Car depuis qu’ils se sont dissipés – oh les pierres précieuses s’enfuissant, et les fleurs ouvertes! – c’est un ennui!

Dissipazione e noia? Non vorremmo (ma fortemente temiamo) che queste condizioni dovessero anche per l’avvenire caratterizzare le esposizioni e le ricerche dell’arte e della critica.

Un esempio tragico, e non per un esagerato comune modo di dire, è il Padiglione dedicato all’Italia! Non è commentabile! Centinaia di opere ammassate senza criterio alcuno come in un deposito di rigattiere, illeggibili in quanto sovente tra di loro mischiate, sovrapposte, arrampicate sulle pareti e appese ai soffitti (!). Decisamente puerile è l’idea di far scegliere i manufatti da altrettante centinaia di cosiddetti, sovente sconosciuti, esperti di varie discipline, anche non artistiche.  Non è lecito puntare sull’ammasso ovviamente disordinato di gusti individuali acriticamente soggettivi (e, per essere maliziosi, ma non troppo, dettati da personali amicizie…). L’insieme è chiaramente il prodotto di una acritica megalomania pseudointellettuale, degna purtroppo del regime a-culturale (e non solo) nel quale il nostro paese è precipitato. Anche l’altr’anno il criterio espositivo era stato promosso dal Ministero della Cultura (un novello “Minculpop”!).  Se con questa iniziativa si è creduto di rappresentare il nostro attuale disastrato universo culturale e civile, si è perfettamente raggiunto lo scopo! Tuttavia qualcuno (pochi) sa che in giro c’è pure qualcosa di meglio, per l’arte e per l’impegno civile: e lo va dimostrando sovente con azioni volutamente ignorate, underground rispetto alle plateali e insincere e commerciali manifestazioni pubbliche (prive in realtà di pubblico cosciente).

Questa “Biennale” come le altre, lo abbiamo già ripetuto parafrasando dal catalogo, dovrebbe mettere allo scoperto «verità nascoste» e quidi assolutamente innovative nei contenuti e nelle forme.
Per verità non rimane che rivelare ai nostri lettori qualche esempio tratto dai residui frantumati di una civiltà in decadenza (e, ribadiamo, questo è, forse,  per l’esposizione, l’unico utile risultato).
Ciò senza distinzione fra i diversi padiglioni istituzionali italiani, e stranieri. In quanto, se può essere di consolazione, la disperante situazione è purtroppo assai generalizzata.

Maurizio Cattelan - forse rammentando per contrasto i famosi feroci uccelli di Hitchcock - con le sue centinaia di  piccioni impagliati e mortalmente quieti, distribuiti ovunque,  non ha dato certo il meglio di sé: desideravamo ancora una volta qualche sua inaspettata e conturbante invenzione. Tuttavia egli stesso in una recente intervista ha espressamente dichiarato di essere stanco di ‘giocare con i pupazzi’, proponendosi di dedicarsi per l’avvenire ad altro. Allora, perché è stato invitato? Non si doveva rimanere in attesa di quell’altro?  Guy de Cointent, e parecchi altri, giocano invece con le scritture ripetendo modalità già ampiamente sperimentate dalla Visual Poetry, altra esperienza italiana e internazionale insistentemente ignorata dalla “Biennale”, salvo un casuale modesto spazio di molti anni fa.  Peter  Fischli e Asier Mendizabal con le loro strutture insistono noiosamente sulla ormai storicizzata “Arte minimale.  Luca Francesconi, e  ancora parecchi altri, si divertono (loro!) a mettere insieme a caso gli oggetti più disparati: una bella novità! Sembra che poco ricordino del Dada e del Surrealismo, se non per pigro e stanco epigonismo….  Ma questi sono solamente pochi esempi. Così si potrebbe procedere, purtroppo senza coinvolgimenti…. chiamiamoli pure poetico-estetico-emozionali.

E poi fotografie, fotografie, fotografie… più o meno documentaristiche e per lo più assai poco ‘ambiguamente’ creative. E poi l’ormai usuale dominio del Video-tape in stanze funzionalmente oscure. Potrebbe essere la grande novità di questi ultimi decenni (e tecnicamente lo è) se fosse sostenuta da nuove idee e da nuove sperimentazioni formali. Quando invece per ora altro non si vedono, salve rare eccezioni, che ripetitive e banali proiezioni elettroniche, che non fanno che ricordare vecchi filmati.  Una interessante realizzazione ci può affascinare fuori dai confini della “Biennale” all’Abbazia S.Gregorio e al Mangili-Valmarana: si tratta dell’esposizione cinese “Future Pass” in cui si possono incontrare deformi e divertenti mimesi della vecchia Pop-art, ma soprattutto esperimenti elettronici tridimensionali con rappresentazioni spettacolari d’epopee mitiche conturbanti, in cui nascono e si sgretolano città e monumenti classicheggianti, e uomini, e naviganti verso l’ignoto, e naufraghi (con la citazione, fra l’altro, della Zattera della Medusa).

Non mancano tuttavia interessanti, seppur rare, installazioni anche entro i confini della “Biennale”.
L’omaggio della Francia a Christian Boltanski,  doveroso, con le metamorfosi fra nascita e morte in ritratti compositi proiettati dallo scorrere di una lunghissima pellicola mossa velocemente da un invadente castello di marchingegni metallici ruotanti. Tuttavia il visitatore più o meno ignaro non scopre qui il mondo fantasmatico del compianto maestro della Narrative Art. Peccato: a nostro avviso una occasione mancata.

Particolari interessi, anche lirici, sollecitano alcune installazioni d’interni distrutti, smangiati dal tempo, cadenti: resti di una architettura antica, dell’infanzia, nostalgica. Forse è, in parte, una novità sebbene derivi dall’estetica degli avanzi, dei cumuli di resti di cui anche recentemente si è riparlato. Siamo sempre grossomodo in ambiti DaDa, ma con l’arricchimento di una maggiore interiore emozione. Si distinguono alcuni ambienti indubbiamente suggestivi.

Per l’artista Song Dong di Pechino torna utile parafrasare la corretta descrizione del catalogo: «L’opera  Enclosure Movement (2011) è una struttura con 100 ante di armadio [che formano un labirinto] recuperate da famiglie di Pechino [con] riferimento all’abitudine di portare in strada vecchi mobili [con tendine e specchi] facendone luoghi di deposito», e ancora riferibili a una povera abitabilità, percorribile, con nostalgia per un morto passato, di stanza in stanza.  Così pure Song Dong «ha trasportato la sua centenaria casa di famiglia da Pechino a Venezia». È chiaro in seconda istanza l’intento sociale e anche protestatario, ma l’emozione è piuttosto paragonabile a quella che si prova visitando il mondo scomparso e insieme presente nella memoria di Boltanski.

Mike Nelson trasforma l’interno del padiglione della Gran Bretagna trasportandovi un intero appartamento del tutto inabitabile, stanze, studio, mobili e oggetti domestici semidistrutti e polverosi. Un luogo, anche questo, della morente memoria.

Altrettanto, in fatto di resti, propone l’India con Residue, film del Collettivo Desire Machine
che perlustra le ammuffite pareti, e gli interni, di una casa del tutto decrepita e inabitata.

Christoph Schlingensief  costruisce all’interno del padiglione della Germania una vera e propria antica cappella ecclesiastica cosparsa di icone pittoriche ed ex voto profani, con un altare che potrebbe intendersi come il tavolo consacrato ai ‘sacrifici’ estetico-memoriali. E con la fragorosa sonorità di brani wagneriani.

Lo statunitense Oscar Tuazon con Reped Land eleva un bunker semipericolante, con pareti composite ad incastro in cemento, che dalle crepe lascia filtrare in un buio cavernicolo conturbanti fasci di luce naturale.

Va ricordata a parte una delle opere sicuramente più straordinarie di questa esposizione: il Ratto delle Sabine, in grandezza naturale e in cera, dello svizzero Urs Fischer: la cera via via si scioglie e cola con un effetto apocalittico e mostruso, sia con riferimento all’arte, sia in relazione alla nostra decadente civiltà. Utile memoria fornisce il catalogo, citando dello stesso straordinario artista, l’opera You (2007): il profondo ‘cratere’ scavato per lungo e pauroso tratto in una galleria di New York. Gli spazi della “Biennale” si sarebbero ottimamente prestati alla ripresa di quest’opera,

Ma finiamo in bellezza!  Alle “Vergini” si scopre uno spazio che entusiasma grandi e sopprattutto piccini: Ho Tzu Nyen di Singapore propone bianche sculture di nuvole attorno alle quali, dal terreno erboso ed acquitrinoso, si sviluppano invadenti fumi anch’essi nuvolosi e nebbiosi. Spettacolare!

In conclusione, qualunque sia il giudizio che, a nostro modesto parere, può essere dato anche di questa 54° “Biennale”, va ovviamente riconosciuto a Lor Signori e a tutti i collaboratori il pregio di un’impresa che, proprio per la complessa e confusa situazione, richiede sicuramente gran fatica e grande sforzo organizzativo. Malgrado tutto, anche se per assurdo dovessimo dire che la “Biennale” è morta, dovremmo aggiungere, evviva la “Biennale”!

Cordialità.

TESTUALE
Un Condirettore
(Gio Ferri)


Questa lettera indirizzata ai curatori della 54 Biennale Internazionale d’Arte sarà pubblicata sul numero 49 del periodico TESTUALE, rivista di critica della letteratura e delle arti contemporanee,  edita in cartaceo e integralmente in internet al sito  http://www.testualecritica.it/

giovedì 18 agosto 2011

Marco Furia su "Mosche d'inverno" di Eugenio Baroncelli, Sellerio

In un mondo in cui sempre più si parla ma sempre meno si dice, Eugenio Baroncelli, con “Mosche d’inverno”, prende decisamente partito per il dire.
Si tratta del racconto brevissimo (in media mezza pagina o poco più) di 271 decessi di personaggi vissuti nelle più svariate epoche (per citarne alcuni: Alfred Jarry, Oliver Hardy, Costantino I, detto il grande, Luigi Pirandello, Ipazia, Emily Dickinson, Tycho Brahe, Mae West).
Baroncelli, insaziabile lettore di voluminose biografie, condensa in poche righe lineamenti essenziali, nitidi cenni, efficaci sprazzi dalla potente concisione.
La brevità raggiunge qui livelli espressivi molto alti per via di una prosa estremamente precisa: pochi tratti, sobri e dettagliati, sono sufficienti a riportare in vita esistenze affidate a intensi (pregnanti) lampi.
È il dire breve, quello che lascia ampio spazio libero attorno a sé e, proprio per questo, definisce senza opprimere, senza risultare in qualche modo autoritario.
Si legge nell’ “Avvertenza” iniziale
“Quasi niente di questo libro è mio”
e poi
“Quanto alla morale, non ne ha nessuna, ma se ne avesse una sarebbe questa:   che la morte degli altri ci aiuta a vivere. Io ci ho scritto un libro e voi, forse, lo leggerete”.
Propensione all’antinomia di un autore che distilla parola dopo parola e che, rappresentando con lucido trasporto gli ultimi attimi dei suoi personaggi, mostra non comune intensità morale?
Gusto per il paradosso?
Forse, ma in misura minima, poiché l’intento, lungi dal tendere all’assurdo, è fornire sostegno: non un certo fatto in sé “ci aiuta a vivere”, bensì la capacità di chi lo sa narrare secondo un divenire linguistico ricco di feconda energia.
Non c’è cieca disperazione in un libro tutto dedicato alla morte, c’è, invece, fulgida presa d’atto, concisa e limpida consapevolezza, fiducia in un esistere che ha saputo trovare una parola anche per il suo stesso estinguersi, così da alleviare la pena e illuminare il presente rendendolo ancora più ricco di senso.
Insomma, la scrittura del Nostro fa davvero qualcosa.
Una grande umanità è presente in questo scorrere di fisionomie scolpite, tratteggiate in maniera talmente esatta da permettere loro di essere nel medesimo tempo immobili e infinitamente dinamiche, di parlare a noi inducendoci a continuare un discorso in difetto del quale si arresterebbe lo sviluppo del nostro essere.
Su un’intelligenza allucinatoria alla Borges, s’innesta una (mai inconscia) misurata passionalità che prende le forme di uno scrupolo descrittivo tale da svelare sentimenti di profondo affetto nei confronti di tutti i vivi, i morti e i nascituri.
A proposito del grande scrittore argentino, cito le ultime parole del brano a lui dedicato:
“Lascia la casa al 29 della Grand Rue in cui è venuto a vivere da appena tre giorni e che dista pochi passi da quella in cui era nato Rousseau, scrittore troppo espansivo per i suoi gusti. Lascia sul comodino Voltaire e Novalis, la luce e la penombra. Va ad
aspettare che adesso lo sogniamo noi”. 
Per meglio comprendere la vita occorre avvicinare la morte?
Anche e, senza dubbio, “Mosche d’inverno” ne è luminosa prova.

                                                                                                                   Marco Furia

 

sabato 13 agosto 2011

Édouard Glissant “Poetica del diverso” Meltemi,1998

La necessità di difendere o promuovere un particolare tipo di cultura (la creolizzazione) è azione in sé positiva, ma quando per raggiungere l’obiettivo si trancia ciò a cui essa si opporrebbe, fatichiamo a essere sostenitori di tale lettura. La creolizzazione, che  Édouard Glissant   vede come fenomeno emergente e importante nella società e nella cultura contemporanea - formalizzata da quella  popolazione africana portata a viva forza nei territori in cui serviva manodopera  e che non è riuscita a portare con sé nemmeno la propria lingua (poiché gli schiavisti stavano bene attenti a separare gli individui di una medesima etnia affinché non potessero comunicare tra di loro) - e che identifica come cultura aperta, diversa, poiché è entrata in relazione e ha trasformato la cultura in cui si è innestata, viene da lui posta in contrapposizione alla cultura occidentale che ha fatto dell’unità e dell’individualità la propria forza. Naturalmente, l’invito ad aprirsi al diverso di Glissant è rivolto a quelle culture che rifiutano l’altro: è un invito all’integrazione, all’accettazione della diversità come complementarità, il quale, certo, è invito sempre da accogliere, ma se, appunto, lo si intreccia a una critica in cui si profila una controparte da combattere rispetto a cui l’altro designerebbe tutta la positività possibile, ecco che sorgono in noi alcune perplessità, poiché oggi, dopo tanti studi straordinari sulle relazioni complesse tra sapere e potere  ci sembra inefficace ritornare agli schemi basati su coppie oppositive, le quali eludono proprio la molteplicità che si vorrebbe salvaguardare.

Glissant tende a disegnare due entità che si fronteggiano: disegno che, appunto, non crediamo sia adeguato nel rappresentare correttamente le forze in gioco. Come non si dà una cultura creola che si autocrea, che non assorbe e non modifica gli elementi che preleva dalla cultura in cui opera, allo stesso modo non si dà una società che non si lasci trasformare dagli elementi con cui viene a interagire seppure in maniera marginale o addirittura per sue sole spinte endogene. La semplificazione operata da Glissant crediamo sia controproducente perché crea imprecisioni: tra le altre, si pensi alla sua spiegazione di una cultura come aperta perché nata sull’oceano e di un’altra chiusa perché nata nel Mediterraneo. Nonostante Glissant sappia che lo scambio, la relazione, l’ibridazione tra culture diverse siano fenomeni ricorrenti nella storia delle società umane, pure egli vuole enfatizzare il fenomeno della creolizzazione come se fosse straordinario per importanza e dimensione, il solo che renda possibile la difesa di tutte le lingue del mondo,  incluse quelle marginali e in via di sparizione. Per completare la realizzazione delle spinte che provengono dalla creolizzazione, Glissant invoca  una scrittura che tenga conto di tutte le lingue del mondo e proclama la necessità di un idioma multilingue, anche se all’interno di una lingua specifica, e di una modalità che ”accordi la scrittura con l’oralità e l’oralità con la scrittura”.

In ogni caso, senza voler entrare nel merito di alcuni passaggi di tipo utopico che sono presenti nella visione  di Glissant, quando egli specifica: “Oggi le regole non vengono più stabilite in base all’antico diritto  universale, ma rispetto all’intrecciarsi delle relazioni”, è immediato per noi rilevare che questa lettura dipende da un mutamento nel nostro modo di considerare la società e non da un cambiamento nella società, su cui invece lui insiste. Per Glissant tale modalità relazionale è un fenomeno nuovo, non constatando che è già insita nell’uso che facciamo della lingua a prescindere se essa sia praticata in un società atavica o creola. In questo contesto, credere che la coscienza diversa che oggi i popoli avrebbero, consistente nel non dare più credito all’essere ma al divenire, non uscendo mai Glissant dalla filosofia (o meglio da un filosofia che non smette di impartire regole astratte, metafisiche, universali ai processi storici) ci pare anche contraddittorio col suo stesso appello utopico all’eliminazione dell’”assoluto ontologico”.

Rosa Pierno

venerdì 5 agosto 2011

Lorenzo Lotto


“La vergine Assunta i e santi Antonio Abate e Ludovico da Tolosa”
Il viso è quello ottuso e contadinesco della popolana e persino nuvole le si pietrificano intorno come scavata grotta. Il ferreo sguardo non mira a nulla di terreno mentre stanchi, i santi, le tributano sguardi dimentichi di più terragni pellegrinaggi. Ma è il paese il gioiello incastonato verso cui vengono indirizzati gli sguardi esterni al quadro. Un siffatto paese, situato in montuosa valle, in cui le case se ne stanno chiuse come pugni, è  paese non raggiungibile per nessuna calpestabile via, è sogno: meno concreto del corpo di Maria al cielo asceso.

“Ritratto di giovinetto”
Non ha chiuso il libro a causa del nostro arrivo: forse solo la sua riflessione è stata interrotta dalla nostra presenza. Lo sguardo è malevolo, leggermente dispregiativo, seccato per l’importuna interruzione, mentre lo sfondo avanza verso di noi, puntati dallo spillo degli occhi, aggressivo, a rimarcare l’offesa recatagli dall’esistenza di un’altra dimensione, al di qua della tela, estranea a quella della vilipesa interiorità.

“Nozze mistiche di Santa Caterina”
Lo splendido viso della Madonna chiude con la cuspide della sua concentrazione la base piramidale formata da Santa Caterina che rende omaggio al Bambino: è figura non scalfibile dal fluire del tempo, a cui San Giuseppe s’adegua discostandosi fino a determinare l’inclinazione della bilancia compositiva, la quale, sollevandosi, porta in evidenza la parte del paesaggio soffocato da una nube minacciante un temporale, mentre, ancora vivido, al tramonto, il sole non vuole calare.

“Gentiluomo con zampino di leone”
Non può essere privo di ironica presa l’offerta allo sguardo altrui dello zampino di leone, atto che insieme mostra e trattiene. Giovane, bello, ricco, colto, l’uomo che può esercitare il potere stretto se lo tiene e saldamente lo gestisce. Avvampa fuoco alle sue spalle e sulle ramate gote e l’oro, afferrato, è tenuto da un polso che se non arretra, nemmeno si sporge: forse mano è sul cuore, ma l’altra tiene saldo l’oro.

“Venere e Amore”
Ritagliata alcova con serici drappi in bosco ove luce emana da pelle al medesimo modo di come sgorgherebbe da primigenia fonte. Corpo è chiuso e concluso e nulla vi può il piscio dell’amorino che certo non la penetra. Se sfiorite son le rose, non lo è corpo, giammai. Puri vezzi son nastri, conchiglie e serpentello, diadema e perle: nonostante la plurima conta non assommano un significato. Spiazzante e indeclinabile presenza a cui generoso sorriso di lei, e comprensivo, renderà noi grati. In eterno, finché dura quadro.

“Sacra famiglia con Santa Caterina d’Alessandria”
E’ amena scena, serena, composta, quella in cui il Bambino viene svelato durante il sonno dall’amorevole mano di San Giuseppe, il quale solleva il lenzuolo per lo sguardo trepido della santa in agreste cornice. Eppure, sguardo che percorre il quadro è stordito, poiché irretito da sofisticati particolari e profusi a dismisura, ove toni e timbri vengono ripetutamente ribattuti e contrapposti con ritmico incalzare, a tal punto da rendere la superficie dipinta un labirinto da cui esso,  afferrato da un ossessivo morbo, non si distacca

                                                                                   Rosa Pierno