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giovedì 5 novembre 2015

Giorgio Bonacini “Infanzia dei nomi” e-book, 2015


Una poetica dell’indeterminatezza, dell’alone che non corre il rischio di farsi congelare nella fissità di un concetto o nella definizione nominalistica, fosse pure il portato di un’esperienza, perché nemmeno quest’ultima può essere costretta in un calco, in una standardizzante formella. Mantenere le frontiere aperte, smussare gli spigoli, elidendo gli scontri, avvicinarsi a una fonte originaria del sentire e del pensare che non costringe a percorrere strade già note e lascia la questione appena circuibile, illuminata dai primi chiarori dell’alba, e così per sempre conservandola. Che siano bambini o sogni, plurime apparenze o idee proiettate, non importa al lettore instradato da Giorgio Bonacini su un percorso che ha quasi la forza di una rivelazione non comunicabile. E proprio flebili percetti, tremule sensazioni, proiezioni emozionali, idee dai bordi incerti donerebbero al soggetto la capacità di restare in una ricezione che non si chiuda e non si neghi. Accogliere tutto ciò che sta prima di una compiuta forma. Farsi contenitore, sostenere e dare abitazione. In questo senso, l’individuo abbatterebbe le specificità e la singolarità persino, sarebbe foglio-mondo, scrittura come apertura. Indubbiamente, qui, parrebbe che ci sia una grande inquisita, la ragione: si parla d’intuito, d’immaginazione, di emozione, di ricordi. Ma in questa direzione vanno anche i lemmi: ‘timore’, ‘ronzio, ‘sibilo, ‘fruscio’, ‘abbaglio’, ‘accento’, i quali formano una costellazione che delle capacità umane traccia una mappa in realtà precisa e circostanziata. Non fosse altro che, a riprova, il mondo degli adulti è tacciato di ‘troppa lucentezza’, ‘linee sghembe’, ‘figure quasi inabili’, a rimarcare, in tal guisa, l’insufficienza di una ragione che si voglia esaustiva, ed è in qualche modo persino umiliante nei suoi effetti, rispetto a una richiesta di cura e amorevolezza per l’informe, il senza categoria. Ma pare che per gli adulti sia quasi occasione perduta, come si è persa l’infanzia, o forse non raggiungibile del tutto, anch’essa solo parzialmente ideata.


2.
E dove il tempo degli occhi
finiva, uno spreco inusuale
nella generosità di se stessi
avrebbe attraversato l’incanto
con la velocità delle nostre
parole, scivoli ormai intrattenibili
presi da un’allucinazione
nel sintagma di un cuore isolato.
E qui si sarebbero forse adagiati
e lasciati l’un l’altro a guardare
compressi nei loro segreti
avrebbero avuto altri suoni
e pensieri – e movimenti di muscoli
agli occhi, e bocche precise.

3.
Così, al centro di quel nome
ritrovato, nel fondo calore del suo
ritrovamento, una teoria di vento
ci avrebbe detto e consegnato
alcune cose senza peso
senza limite di forma o di misura
e d’improvviso avremmo visto
anche l’istinto di un timore
l’apprensione, l’invadenza
di un intuito appena dopo la paura.
Ma nel segno di una buona
insensatezza, avremmo subito
pensato a ciò che dicono si pensi
in questi casi – a ciò che esiste.

4.
E nel ricordo di una grande
resistenza si sarebbero confusi
mescolati, deformati in tutti i suoni
per quel sibilo e quel tuono.
Ma se qualcuno avesse agito
con dispetto, allora sì, nel loro
corpo e nella loro somiglianza
sarebbero apparsi come noi
li avremmo visti e immaginati –
se fossimo stati accanto a loro
se respirando insieme a loro
li avessimo tenuti dall’inizio
e sollevati e riportati al ritmo
di quell’impeto e quel mito.

5.
E avremmo smesso già
da tempo di graffiarli, urtarli
disarmarli e di sprecare i loro
volti e consumarli – e discendendo
dove l’argine si abbassa dentro
il fiume, scivolando a scorticarci
li avremmo poi soccorsi, presi
al volo e sollevati e portati
quasi incolumi al sollievo.
E lì, al riparo di un sostegno
ci saremmo scrollati il torpore
cacciato l’oblio dalla voce
e dall’acqua li avremmo salvati
asciugati, e forse guariti.


È possibile leggere l’ebook al seguente indirizzo:

http://www.poesia2punto0.com/2015/03/22/inediti-n-24-giorgio-bonacini/

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