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lunedì 6 febbraio 2012

Davide Campi “Le cose nella luce” Anterem, n.83, dic. 2011

Effettuare un esperimento vuol dire ritagliare un ambiente in cui risulta ridotta la complessità del reale, creare un microcosmo in cui le componenti in azione  siano conosciute e verificare il comportamento di un elemento in tale simulato ambiente. Per Davide Campi, nel suo ultimo lavoro “Le cose nella luce” dal n.83 di Anterem, dic. 2011, tale ambiente è dato da una “costante illusione” all’interno del quale “una pulsante chiarezza trascina gli oggetti dai postriboli del sogno alla loro vita quotidiana”.

Dopo avere disposto oggetti alla stregua di una scenografia morandiana, Campi li investe con una luce a ondate, a fiotti: “maree di luce impattano la schiera ordinata delle cose, con il continuo clamore di un’emersione dall’indecifrabile”.  Il bisogno di tenere tutto sotto controllo ci fornisce il secondo indizio, il secondo elemento invariante: colui che scrive è un soggetto spossato da un lavorio frenetico, incessante, che letteralmente si oppone all’invadente realtà come se gli franasse continuamente nel giardino di casa.

L’indecifrabile se non ci fosse volontà di decifrare sarebbe di innocua insignificanza, appena un reperto, colto e subito rigettato, sasso o rametto di infima valenza, e invece è il motore della disillusione: l’indecifrabile colloca il soggetto in stato di allerta perenne. Costringe il protagonista a percepire, ed egli non può staccarsi dall’atto della sorveglianza nemmeno nel sonno, in cui anzi, si amplifica il numero delle immagini al di fuori di ogni controllo.

La luce, che rende presente il mondo:
“ne acumina gli angoli, ne rende abrasive le superfici.
La coscienza viene cesellata da questo passaggio in modo automatico.
Esso lascia un sentiero di graffi e ferite lungo una vita intera.”

I tentativi di matematizzare tali occorrenze al fine di isolarne una legge, individuata la quale si può controllare il fenomeno, paiono votati a uno scacco, poiché nella percezione, passiva, vi è sopraffazione. Il caos del mondo esterno entra in conflitto con la tendenza strutturante della coscienza. D’altronde, il tentativo compiuto da Maurice Merleau-Ponty di approntare un nuovo modo di filosofare che unisse percezione e ontologia per afferrare la risonanza delle cose, l’invisibile, per far vedere attraverso le parole, deve accettare di correre il rischio della passività del soggetto, dell’imprevedibile mutamento degli oggetti.

“L’azione della luce obbliga, prima di tutto, a recepire, sebbene spesso in modo solo passivo”.

Soltanto la rassegnazione pare riuscire a porre un argine, la quale peraltro non consente né pause, né vie di fuga. Mentre la luce “crea solide montagne che, col loro peso esattamente sul petto, trasformano il respiro nel faticoso ansimare  di chi insegue sempre, sempre a pochi passi, sempre indietro”. Se risale alla mente l’immagine dell’insetto capovolto in Kafka, qui, è prepotente un’apertura della coscienza verso il reale, poiché non sa sottrarsi alla malia di queste ondate in cui ogni volta è possibile rinvenire qualcosa sulla spiaggia.

L’attenzione mai deposta portata agli aspetti più cangianti e appena palpabili degli oggetti, i loro riflessi, la loro posizione, il loro giocare a rimpiattino come nel gioco “un, due, tre…stella!” è ciò che emerge come il portato più significativo di questo testo di prosa poetica.  Se l’apparente stato iniziale era quello di un esperimento, ora ci pare che sia la costruzione di un’immagine. E che la sua nascita cancelli l’immagine precedente come un’apparizione che  la sostituisca radicalmente insieme a tutti i suoi vocaboli aventi connotazione depressiva: immobilizzazione, irrimediabile, smorzate, piagate, inadeguatezza, implacabile. In fondo, lucori, fulgori, spigoli taglienti, balzi in avanti, confini attraversati, ombre della notte, urti, impatti, sequenze amplificate, marciano trionfalmente verso la costruzione di un ordine percettivo diverso da quello atteso, ma inevitabilmente costruito proprio da chi desiderava che il mondo apparisse diverso.  

A questo punto poco impressiona che il soggetto percipiente conservi la sensazione di restare sempre indietro. Il testo ci mostra una visione d’insieme, sorta di grandangolo, in cui noi scorgiamo che egli in realtà è all’inseguimento, che non lascia respiro alle cose, che le pedina e ne devia il percorso, che ne ottiene superfici che variano, poiché il soggetto è la luce e la dirige in maniera che alle cose non è concesso fare, che esse devono subire.   

                                                                                     Rosa Pierno

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