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lunedì 11 giugno 2018

Lucia Papaleo: lo spazio nei libri di Maurizio Cucchi




I testi di Maurizio Cucchi descrivono spazi, luoghi interiori, che trovano nella casa la perfetta rappresentazione.
Che la casa sia un topos psichico importante nella produzione poetica di Maurizio Cucchi appare già nell’epigrafe: 
“Anche la mucca ha il suo principio d’interiorità. Esige una casa, l’ambiente modesto e segreto dove l’inconscio vive” (Il diritto di sognare, Gaston Bachelard).
Lo spazio della casa è anche nei testi di Cucchi: 
La mia memoria infatti è una cantina
e nell’umido dei suoi muri marci
sgretolati, sento l’impronta strana invisibile dei defunti delle loro mani
come nei sordidi recessi nascosti
albergano funghi, mucillagini e insetti,
topi che guizzano e acute muffe
” (Malaspina)
È la poetica dello spazio, che va “dal soffitto alla cantina” (ancora da Bachelard, La poetica dello spazio), a rappresentare lo scambio dentro-fuori, il dialogo tra gli oggetti presenti nell’ambiente che in cui siamo cresciuti e ciò che si è stratificato dentro come effetto graduale di quel dialogo.
Uno spazio che si percorre verso l’alto e verso il basso, ma è nel piano che si riconosce la verticalità e ci è permesso di orientarci, di stabilire dov’è la soffitta e dov’è la cantina.
Il piano è lo spazio geografico nel quale Maurizio Cucchi si muove e da cui prende avvio il suo scrivere, coi piedi ben saldi nel presente:
perché solo il presente contiene
tutto quello che è stato
ma il presente sospeso, la luce,
questo blocco di terra pressato
(Malaspina)
Un blocco di terra pressato, che quando è rimosso dalle macchine movimento terra (un altro titolo di Cucchi in Malaspina) scopre tutto il brulicare di vita che lo compone.
La poesia corre sull’asse temporale nelle due direzioni e lega tutti gli elementi che la compongono a partire da Il Disperso, sua prima opera poetica, fino a culminare in Vite pulviscolari e Malaspina.
Il disperso è una poesia per accumulo, come scriveva Giovanni Raboni nella quarta di copertina. Ma nelle ultime opere di Cucchi, gli elementi “pulviscolari” trovano la loro compiutezza di oggetto intero che può trasformare il sepolto passato in vivida esperienza di relazione col mondo.
La ricerca che l’io tenta di fare, rivolgendo lo sguardo verso il proprio stesso fondo divorante, se è questo che si intende per passato, distoglie però dal destino. 
Meglio allora volgere gli occhi fuori, uscendo dall’intimo lavorio, per scorgere, tramite il nostro stesso destino, che non ne avremo uno diverso da quello che ci è dato conoscere. Compito dell’uomo è rintracciarlo.
Nel “fuori” Maurizio Cucchi ricerca - insieme alla destinazione - quegli antenati che hanno lasciato tracce persino nei suoi gesti, ad esempio quelli di sua madre (ti ritrovo ogni giorno di più nei miei gesti), di sua nonna (e se il dolore/a volte mi confonde credimi/non ho mancato la mia vita); risalendo fino a Ovruch in Polonia, da cui i suoi antenati, gli Ittar - architetti del barocco siciliano (Se fosse vero/che ti somiglio?io?) - partirono per arrivare in Sicilia, non immaginando il vuoto radioattivo che avrebbe cancellato nel tempo a venire quella loro terra, vicina a Pryp’jat, vicina a Chernobyl. 
Sottraendosi a questo futuro devastante, per spostarsi a ovest, restituiscono lo sconquasso nel movimento concitato del barocco, fatto di pietra che assorbe luce e calore da togliere il fiato. 
Tracce della madre anche nei sogni (se mi sogno, mi sogno col tuo viso) e questa è materia che scalfisce la superficie fino a renderla porosa; porosa, una parola che sta nel cuore e nel vocabolario di Cucchi poiché sembra avere la capacità di trattenere l’orma del passaggio, rendendo consapevoli che quell’orma deve essere un inno al mondo attuale.
Un mondo che si costruisce dunque anche dalle scorie rimaste dal paesaggio dell’umanità, che il poeta recupera e trasforma; la poesia è nel ritorno, sostiene Milo De Angelis: “tutto nella commozione assoluta del ritorno, si deposita in noi e attende di essere nominato”
Ritorno che non è nostalgia del passato o ricerca delle origini del trauma, ma un futuro aperto, che quando trova la sua nominazione è già presente, ed è via per uscire dall’io estremo, enorme e divorante, consentendo una tregua con sé stessi, di sperimentare la pace all’interno dell’armonia dell’universo.
Questo, forse il senso del ritorno, un andare a rintracciare il tema musicale dell’inizio che si sviluppa in nuove tonalità armoniche. Alcuni versi di Cucchi percorrono questo filo temporale a ritroso partendo da un tempo verbale futuro per rivolgersi al passato, come l’Angelus novus di Klee.
Presto saremo tu e io senza ormai tempo
La poesia quando non può salvare la vita, la trasforma: il poeta esce da se stesso, offrendo i suoi versi affinché ciascuno trovi ciò che cerca e il lettore scopra in sé ciò che vive e non sa nominare.

                                                                          Lucia Papaleo


Le poesie sono tutte tratte da  Maurizio Cucchi, Poesie 1963-2015, Oscar Mondadori 2016.

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