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domenica 15 dicembre 2013

Marco Ercolani, “Discorso contro la morte”, Edizioni Joker, 2008

L’io e l’altro
Con “Discorso contro la morte”, Marco Ercolani presenta dodici testi in cui impersona celebri autori di diverse epoche e nazionalità.
Dice il Nostro nella “Nota di lettura”:
“A differenza di un testo realmente apocrifo, che è un’opera attribuita a un autore diverso da quello reale, si parla di effetto apocrifo quando un testo chiede di essere letto “come se fosse apocrifo”, pur essendo evidente l’identità dell’autore”.
Nel caso del libro in esame, la presenza dell’effetto apocrifo è palese, se non altro per il fatto che il nome dell’autore è impresso sulla copertina.
Sgombrato il campo da ogni ambiguità, per così dire, formale, resta aperta la questione su quello che, a mio avviso, è il vero oggetto del lavoro di Ercolani, ossia il concetto d’identità.
Che cosa è l’identità?
Un’adeguata risposta a siffatta domanda non è facilmente formulabile.
Come spiegheremmo tale termine a un bambino?
Forse con una poco soddisfacente tautologia: l’identità è l’essere quello che si è.
Il Nostro, consapevole di certi limiti del linguaggio, anziché indugiare in poco efficaci giri di parole, affronta il problema.
Lo affronta calandosi nell’altrui scrittura, mostrando così che l’identità non è un abito preconfezionato, è, piuttosto, una complessa dimensione dell’esistere.
Se dimentichiamo i dati del passaporto e prendiamo in considerazione le molteplici (multiformi) circostanze della vita, ci accorgiamo di come tutto ciò che ci circonda non sia soltanto, ma anche, esterno.
L’individuo esiste, tuttavia la sua presenza nel mondo non è una partecipazione da fuori, bensì da dentro, poiché la creatura umana non è un’entità che contiene se stessa, è, al contrario, un intenso persistere di vivida coscienza.
Occorre, allora, anziché cedere a ossessive pretese di fallaci spiegazioni, impegnarsi a esaminare, a raccogliere, a ricordare.
Psichiatra votato alla prosa e alla poesia, Ercolani s’immedesima nei suoi illustri personaggi, scrivendo non come loro, ma come se fosse loro: non imita, illumina tratti rilevanti senza presumere di risultare esaustivo, perché
“Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, nel mondo dei vivi, una risposta”.
Viene da chiedersi, a questo punto, se il Nostro corra il rischio di creare una sorta di confusione tra se stesso e i celebri scrittori e poeti in cui, con tocchi straordinariamente sensibili, s’identifica, se, insomma, il pericolo di perdersi non venga soltanto evocato ma vissuto: la mia opinione in proposito è che egli, lungi dallo smarrirsi, si riconosca.
Marco si riconosce nell’altro perché è conscio di come l’esserci non sia mai di uno ma sempre di tutti e, di più, di come non consista soltanto nel possesso collettivo del mondo, bensì in una partecipe empatia che comprende anche chi non è più in vita.
L’io, così, non si manifesta per via di fittizi atteggiamenti solipsistici, bensì in virtù di una feconda disponibilità.
Leggiamoli, allora, questi testi, apprezziamoli, percorriamo anche noi la strada di una conoscenza descrittiva che non mira a possedere e a segnare confini, ma intende aprirsi alle infinite affinità e similitudini che riguardano tanto i vivi quanto i morti.
La fine, per ciascuno di noi, un giorno verrà: “Discorso contro la morte” ci insegna a non sprecare il tempo concessoci.

                                                                                                    Marco Furia

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