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giovedì 19 aprile 2012

Gio Ferri su Giovanni Fontana


Giovanni Fontana
Mostra alla Galleria Marcantoni di Pedaso Aprile 2012
“…che digerisce l’anima”
Catalogo, Ed. Il Lampadiere Galleria Marcantoni



Lesa sul Lago Maggiore, 19 aprile 2012
Caro Giovanni,
sto sfogliando il catalogo (o libro, o antologia poetica e visuale, o documentata e collettiva testimonianza) della tua mostra di Pedaso “… che digerisce l’anima” e come sempre davanti alla tua poliedrica e raffinata ricerca non posso far altro – e ciò assai mi coinvolge – che rimanere sorpreso e incantato. Non ho visto la mostra, e mi dispiace, e probabilmente purtroppo non potrò essere a Pedaso entro fine mese. Tuttavia il pregevole volume mi fornisce gran parte delle suggestioni che, presumo, mi sarebbero donate dal percorso della mostra medesima: non nascondo in proposito la mia propensione a ritenere la scrittura verbo-visuale, per struttura e finalità formali sulla pagina, poesia a tutti gli effetti (compresi, a prima vista, gli stessi della poesia tradizionale, vale a dire poesia da leggere). Perciò sfoglio le pagine nella scansione e nel solitario godimento della lettura comunque libresca. Anche se i tuoi libri, valgono sempre proprio, paradossalmente, per il loro poetico disincanto, per la loro prolifica disarmonia: qui, in questo libro (come in altri tuoi), per quanto attiene segni, immagini, frammenti, scritture asintattiche eppure arditamente composite, ritrovo come lettore, solo per fare il più facile e banale esempio e senza compromettere la tua assoluta originalità, le avventure linguistiche, e in quanto linguistiche di senso altro, di un Joyce… e perché no, di una antologia neo-dada (direi meglio dada + pop art).

Ė un libro da leggere anche con felice riferimento alle consistenti e pregevoli note critiche e amicali dei prefatori. Cosicché è difficile, tanto sono esaustive, dire molto di più (sebbene l’opera tua sia sempre apertissima e poeticamente ambigua) dal punto di vista critico e anche biografico. Vengono messe puntualmente in evidenza le caratteristiche basilari di questo e del tuo lavoro in generale.

Lamberto Pignottti, con la sua ben nota acribia storico-critica sottolinea, quasi drammaticamente rispetto all’attuale condizione umana e sociale, la tua già pubblicata «paura di naufragare [senza leopardiane dolcezze, aggiungo io] sulla barriera degli scogli», rifacendosi alla crudeltà fascinosa del canto delle Sirene (le Sirene della nostra odierna con-fusione mediatica). Ma ricordando anche che tutto infine è «un gran bel gioco».

Mauro Carrera  ti dedica addirittura un’Ode:  «Quando la testa comanda… / i corpi seguono in grovigli indistintamente sensuali / e le parole cadono ai piedi, deboli e supplici…».

Il gallerista Claudio Marcantoni sottolinea che il corpo i corpi (protagonisti dei tuoi raffinati collage) vengono ‘descritti’ con linguaggio insieme passionale e ironicamente critico, se non cinico, dettato dalle «vicissitudini dei nostri giorni».

Marzio Pieri  rimanda alla sua eccezionale natura barocca (?!) la lettura delle tue biologie segniche; e Marzio Dall’Acqua rammenta (anche con amichevole nostalgia) le vostre avventure da “TAM TAM” alla rivista “Dismisura”.  Infine, per ognuno, un  tuo ritratto a tutto tondo non solo critico, ma anche affettuoso… al quale naturalmente mi associo! Un ritratto che non trascura affatto (anzi!) l’importante capitolo delle tue ‘teatrali’ proposte in perfomances vocali, foniche e musicali (ma il libro, ovviamente, non può dare testimonianza di quel tuo importantissimo lavoro espressivo!).

Ma lasciami finalmente venire alla irragione del Corpo, dei tuoi Corpi: alla ventura di questo straordinario (sebbene strettamente coerente con il tuo lavoro di sempre) viaggio segnico e immaginifico. E tout court poetico, ancorché, anzi proprio per questo, destrutturato e infine abilmente e sensualmente ricostruito. Tuttavia mai definito o definibile.

C’è innanzitutto la scoperta di un personalissimo linguaggio.  La conoscenza del linguaggio come oggetto di ricerca” fu una delle ossessioni di Noam Chomsky (tr.it., Il Saggiatore, 1989): «Da molti anni sono affascinato da due problemi che riguardano la conoscenza umana. Il primo è il problema di spiegare come mai possiamo sapere tanto avendo a disposizione dei dati così limitati. Il secondo è il problema di spiegare com’è che riusciamo a sapere così poco pur avendo tanti dati…». Ciò può valere fra l’altro per la tua ricerca sul Corpo, qui per lo più femminile, nell’ambito di una conoscenza del soggetto in fondo limitata e - perché no? – tradizionalmente offerta,  sulla quale tuttavia influisce con una certa violenza segnica e di senso il complesso rumore della realtà, e soprattutto della condizione umana odierna tormentata (ma anche sensualmente e felicemente polimorfica) da una infinita congerie di dati fondativi di una vitalità, con-fusa appunto. Che gioca con crudele malizia, o incosciente accettazione, con la nostra irragione d’essere. Tanto sapienti e tanto innocenti (falsamente o no!). Dalle passioni tanto coinvolgenti e talvolta drammatiche, dalla volontà (impotente?) di coordinare in proposito un linguaggio che, comunque, non tanto spieghi o comunichi (in senso utilitaristico), bensì ci aiuti a tracciare l’esistenza e la sua oggettualità attraverso una profonda, originaria, fondativa struttura linguistica.  Dopo l’azzeramento, umano e artistico, portato avanti con rivoluzionaria o addirittura ‘rabbiosa’ (?) tenacia, ora, come l’uomo della caverna, ci troviamo a dover inventare il linguaggio di segni e di suoni che ci permetta di affrontare quella latente e disordinata energia che ancora una volta ci offre la natura, comunque. Questa illusione, che in te si offre tuttavia come progetto, è propriamente quella necessità di digerire l’anima. Digerire l’essenza malgrado tutto ancora sconosciuta, sebbene i mezzi a disposizione siano infiniti (ma troppo spesso indefiniti), della conoscenza del Corpo.  Pur sempre presente (come pur sempre siamo presenti noi!), come Anima (da anim-azione…), vale a dire, laicamente, come Mente sensitiva e sensuale. E… luogo delle probabilità di conoscenza.

Dovrei, per confermarmi in questi modesti ‘pensierini’, analizzare i testi esposti alla tua mostra e riprodotti con indubbia chiarezza grafica in questo tuo catalogo. Non è possibile ovviamente: perciò devo limitarmi, mentre sto sfogliando, alla superficiale analisi di una pagina, sulla quale soffermarmi a caso. O forse non tanto a caso poiché, per una certa ricerca strutturale più volte reiterata, mi sembra interessante ‘leggere’, per esempio, una delle poesie verbo- visuali, della serie nominata con il pronome “che…”.  Mi soffermo su quella che porta la didascalia “che l’orrore catodico appassisce”.  Didascalia in qualche modo, a prima vista, chiaramente rimandata alla crudele assurdità delle immagini offerte dai media visuali elettronici e filmici: guerra, sesso (ammiccante…), violenza… Lo dico, ovviamente non per te, né per chi ha il catalogo sottomano: si sovrappongono abilmente, dal punto di vista formale, l’immagine di un combattente che porta sulla spalla una mitragliatrice, e una attraente donnina (privata del viso, perciò anonima, generica) che porta una provocante guepierre.  Possediamo bastanti e sfaccettati elementi segnici per cogliere l’orrore di cui dice la didascalia, ma siamo purtuttavia confusi fra l’irragione degli “eventi” (scritta del collage tolta da un quotidiano) e le “idee” (altro collage) che vorremmo riordinare per giustificare la situazione. Ecco che si fa strada il tuo tentativo di riorganizzare, o addirittura fondare, un nuovo strumento linguistico che ricostruisca una parvenza di unità, pur sempre, ripeto, ambigua e polivalente. Meccanismo assolutamente poetico anche secondo la tradizione poetico-scritturale. Non si tratta di fornire risposte, ma piuttosto di ingabbiare in un discorso dinamico le domande che (come avviene oggi quotidianamente per tutti quelli che abbiano… un’anima) ossessionano la nostra incapacità di gestire i tanti dati (non solo tangibili ma anche, qui nel collage, infinitamente allusivi) che possediamo e che ci coinvolgono spesso, quasi sempre, anche o soprattutto inconsciamente. La gabbia è una sorta di puzzle a scacchiera geometrizzante che ritma, secondo una precisa mappatura tuttavia errante,  il confondersi della immagini, visibili e psichiche. Posso dire che ciò denota la tua propensione musicale alla voce, insieme alla tua visione architettonica (professionale!) della realtà?

E a proposito di spartito errante va segnalato che il volume si conclude con un tuo dinamico e plurilinguistico poemetto dal titolo appunto “Erranze”, che giustifichi in nota: “La pagina non è un semplice spazio d’accoglienza di materiali verbali e visuali, non è un dock. Ė un campo di relazione, dove frammenti dell’immaginario contemporaneo si ricompongono in forme nuove…”. Mi accorgo d’aver fatto troppi discorsi che potrebbero assai più facilmente sintetizzarsi in questa tua dichiarazione! Cito in breve da un passo tuttavia ancora problematico dell’ultima strofe del poemetto: “… si trasforma e si trasforma il senso / in prospettiva di corporeità… //
… la mappatura del genoma svuota la speranza”.  Quindi, è la tua firma, ancora e sempre è tutto da rifare…

Un caro saluto.

Gio Ferri

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